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Napoli, la cattura di Ulisse di Diana Gianquitto


Napoli, la cattura di Ulisse di Diana Gianquitto
16/02/2011, 16:02

E se l’arte fosse lì, pronta ad agguantarti all’improvviso? Non di spalle, ma fissandoti dritto negli occhi, incollando il suo sguardo impudentemente incoercibile al tuo, e sfidando la tua capacità di riconoscerla come tale e di comprendere e percepire il reale? Succede che forse, se sei in grado di lasciare che la sua vista sul vero si sovrapponga alla tua - che cerca di osservare il mondo, che anzi è proprio convinta di dominarlo, grazie alle infinite potenzialità di esplorazione e controllo della sua apparenza fisica offerte dalla tecnologia - scopri che la visione dell’arte su ciò che succede sulla Terra è altrettanto – o forse più – portatrice di senso della tua. Ma solo se accetti e sei capace di abbracciarla. Lo “sguardo dell’arte” – insolente! - vuol sostituirsi al tuo e rubarti ogni certezza di comprensione anche nel luogo di progresso tecnologico per eccellenza, il Web, e in quello che era sinora, del Mondo reale, il “ritratto di rappresentanza” più aggiornato ed efficiente, Google Earth, biglietto da visita più che prestigioso per sfoggiare le capacità di navigazione infinite dell’Uomo-Ulisse-Cybernauta per eccellenza, che in quelle nuove “mappe”– come sottolineato da Mario Franco – “polisensoriali” riesce a orientarsi alla perfezione. Ma accade talora che il navigante, anche il più scafato e non suggestionabile, sia lì attratto da un’icona indicante una foto dal criptico nome, ci clicchi sopra e scopra con meraviglia un’immagine ben diversa da quelle, più o meno didascaliche, cui ci ha abituato Panoramio. Strane entità di collocazione imprecisabile, né bosco né monumento né edificio né vicolo, ma strutture visive portatrici di un senso nuovo e inafferrabile, che però – oibò! – sembrano interpretare alla perfezione l’identità, lo spirito e gli equilibri anche fisici del luogo. Per manifestazioni inafferrabili come queste l’animo umano ha sinora coniato due termini soddisfacenti: o pazzia, o arte. E cliccando col mouse sul link accanto alla foto, Ulisse-Cybernauta scopre che è della prima che si parla. Atterra su un sito senza immagini - istruzioni di navigazione, non navigazione in sé – e se il suo sguardo è altrettanto libero e incuriosito di quello dell’arte continuerà a esplorare, con le indicazioni fornite, la Terra Virtuale in tal modo, e a cercare in essa immagini povere di realtà ma ricche di potenzialità (categoria ontologica talora più pregna di profondo significato della prima), evitando di irritarsi per non aver trovato quel famoso panorama o il fast-food più vicino che cercava e di far rientrare ciò che sta vedendo nella prima delle due etichette di cui sopra. Diventerà in tal modo, forse senza neanche rendersene conto, artefice e parte integrante del processo di creazione di un’operazione artistica più ampia del suo iniziale disappunto, e proporzionata certamente al nuovo stupore e alla rinnovata curiosità e volontà di ridefinire i confini tra vero e falso, tra percezione reale e illusoria che questa esplorazione avrà saputo suscitare in lui. Che, anzi, di queste reazioni psichiche e – in dimensione allargata – sociali vive e si costruisce. Net relational (land/urban) art: una creatività che si serve del Web, e in particolare di ricostruzioni 3D di opere di land o urban art in Google Earth, per innescare azione, partecipazione, interazione – in una parola – relazione con il pubblico, come fine ultimo e materia costitutiva prima del proprio esistere. L’opera(zione) d’arte A onE di NeAL è non un oggetto, non un sito e non (meramente) una serie di immagini virtuali (come invece Second Life e gran parte dell’arte sinora con essa sperimentata), ma è propriamente – per dirla con le parole di Fred Forest, tra i padri fondatori della ricerca artistica che agisce su questi binari - un dispositivo relazionale innescante una serie di processi e interazioni in seno al corpo sociale, e sono proprio questi a costituire il lavoro. Relazionale anche nell’interno della sua grammatica linguistica e metodologica, A onE sposa una partecipazione all’autorialità diffusa e condivisa: autore primario del dispositivo – secondo la falsariga dell’ultrasperimentata format art di Thierry Geoffroy/Colonel (si veda Emergency Room) - è sempre unicamente il suo creatore, NeAL, ma il “congegno sociale” vive dell’apporto dei molti altri artisti che hanno adertito alla “chiamata alle arti” e hanno contribuito ad implementare il progetto, disseminando la Earth digitale di vedute falsissime nel reale ma verissime nel loro significato espressivo, prima ancora di inverarsi nella relazione coi fruitori. Nello stesso tempo, il dispositivo sfida altre due fondamentali categorie estetiche alla base della ricerca creativa contemporanea dell’ultimo secolo: il contesto e il pointing artistico. A onE non sfrutta per la propria costruzione ontologica l’aura donata da un “contesto” deputato alla fruizione dell’arte – che magari produca una sorta di transustanziazione artistica di un oggetto prelevato dal quotidiano e de-contestualizzato appunto nel nuovo ambito artistico mediante la pratica del détournement - ma promuove di quest'ultima un inedito consumo, anziché centralizzato, connettivo e diffuso, capace di bypassare il “sistema dell’arte” e di richiedere unicamente uno strumento capace di visualizzare Google Earth e una connessione Internet. A creare la dimensione adatta per l’esperienza artistica sarà solo la volontà del fruitore, nella moltiplicazione della scena unica dell’arte in infiniti prosceni 2.0. Inoltre, l’oper(azione) agisce in modo contrario alla definizione e dichiarazione insite nell’ “autocertificazione” duchampiana, dal momento che le sue manifestazioni non vengono immediatamente palesate come arte, ma anzi si insinuano quasi subdolamente in un contesto e in un’esperienza che con essa non hanno inizialmente nulla a che fare, irrompendo a sorpresa nel vissuto e guadagnandosi casualmente l’attenzione con una abilità di irruzione simile a quella delle azioni neofuturiste di Graziano Cecchini e con un’acuta capacità di evidenziare e sfruttare – in modo prassitario e sovversivo ma non distruttivo - le falle del sistema digitale, quelle che per Franz Iandolo sono le «smagliature della rete», quasi buchi neri o bugs alla Matrix risucchianti dalla coerenza e prevedibilità di un orizzonte esistenziale ed estroflettenti con violenza in sterminate e misteriose nuove dimensioni. Ma, ancora fin qui, non viene rivelato che di arte si tratta, e un osservatore distratto potrebbe non approfondire l’accaduto e scambiare l’immagine per una delle tante inserite nel sistema di Google Earth. È solo la scelta del fruitore di esplorare il link proposto a far scattare in lui la consapevolezza e il riconoscimento dell’arte, originando con il puntamento del proprio mouse – e, fuor di metafora, della propria volontà di interazione - un nuovo pointing certificante che si va a sostituire a quello duchampiano d’artista. Sovvertendo questi due meccanismi che sottendono, ancora a oggi, gran parte dell’arte contemporanea, NeAL sostituisce il catturamento nell’arte all’aspettativa dell’arte come processo e metodologia operativi. È sicuramente funzionale all’ottenimento di tali dinamiche uno dei caratteri più innovativi di A onE, ossia il fatto che il sito funzioni solo come “istruzioni d’uso” e “bussola teorica” del progetto: non vi sono reperibili né le immagini degli interventi ambientali coinvolti né link diretti a essi, sicchè il fruitore è costretto a reperire al di fuori del dominio e con il solo aiuto delle coordinate i lavori, se desidera vederli. In tal modo, non si corre il rischio estremamente fuorviante che il sito venga scambiato per l’opera in sé – che, come si è visto, è invece relazione e processo, non un contenitore o sottocontenitore - e si mantiene alto il grado di coinvolgimento anche fattivo del navigatore, elemento fondante dell'oper(azione). Che mediante l’esplorazione attiva in prima persona permette al fruitore di sperimentare un nuovo modo di percepire e ridefinire la propria rappresentazione mentale della realtà fisica e lo costringe a prendere atto di come quella che sta percorrendo online sia, come mostrato da Derrick de Kerckhove, una dimensione che partecipa sia di quella concreta che di quella mentale, configurando una nuova e superiore entità, quella virtuale, che oltrepassa la mera somma meccanica delle due componenti. Ecco perché tutti gli episodi di arte ambientale o pubblica inseriti in A onE sono progetti che devono rispondere a due requisiti apparentemente contrastanti, ma in realtà estremamente coerenti: devono essere non esistenti nel reale (tant’è vero che nel caso dovessero mai in futuro essere realizzati sarebbero immediatamente rimossi dal circuito) ma contemporaneamente rigorosamente site-specific e potenzialmente davvero costruibili (e in tal modo il sistema può anche fungere da “vetrina” promozionale per un’eventuale traduzione concreta), muovendosi in tal modo sulla sottile linea del virtuale. Ed ecco anche perché il pubblico che interverrà alla presentazione di A onE si imbatterà in una galleria del tutto vuota, e riempita solo dell’infinita potenzialità del Wi-Fi, garante della possibilità di sperimentare l’oper(azione) sulla propria strumentazione digitale. Se Le Vide di Yves Klein da Iris Clert era una finestra sull’immaginario concettuale, la galleria vuota di NeAL è un’apertura spalancata sul virtuale e sull’illimitata condivisione pubblica di un’esperienza, non un non-luogo di Marc Augé ma uno spazio ad elevatissimo tasso di identitarietà e relazionalità connettive, un luogo concreto, e per di più appartenente allo specifico “sistema dell’arte”, che per un giorno accetta di rendersi ultra-luogo aperto a un oltre-sistema, di farsi maglia aperta verso una fruizione culturale allargata al di là della consueta rete museale-galleristica e verso l’infinita connettività della Rete. In cui solo Odissei capaci di farsi catturare dalla sirena dell’arte saranno in grado di tessere l’illimitata tela di Penelope degli slittamenti e integrazioni di senso tra gl’infiniti nuovi mondi navigabili. (A cura di Diana Gianquitto)

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di Redazione
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