Cultura e tempo libero / Spettacolo

Commenta Stampa

In scena l' opera dell’autore, attore e regista genovese

Napoli, Teatro Elicantropo in scena: Due fratelli di Fausto Paravidino


Napoli, Teatro Elicantropo in scena: Due fratelli di Fausto Paravidino
27/12/2010, 09:12

Da martedì 28 dicembre 2010 alle ore 21.00 (in replica fino a domenica 2 gennaio), sarà in scena, al Teatro Elicantropo di Napoli Due fratelli ‘tragedia da camera in cinquantatré giorni’ di Fausto Paravidino, interpretata da Raffaele Ausiello, Simona Di Maio, Stefano Ferraro, per la regia di Giuseppe Cerrone e Antonio Piccolo. L’allestimento, presentato da Interno 5, è un progetto artistico di Teatro in Fabula, e si avvale della presenza in voce di Larissa Masullo e le scene a cura di Antonello De Leo. Vincitore del Premio Riccione Teatro 1999, Due fratelli di Fausto Paravidino è la storia della convivenza fra tre ragazzi: i fratelli Boris e Lev e la loro coinquilina Erica. Sono giovani della società del benessere, istruiti, ironici e, a momenti, divertenti, aggrovigliati in un vortice di parole senza scopo, ciondolanti in una cucina di un appartamento lontano da casa, privi di obiettivi - anche quotidiani, anche minimi. Nessuno prepara un esame universitario, nessuno ha un impegno di lavoro, ma tutti sono impegnati a fare i conti con la propria nullafacenza e con l’apparente mancanza di problemi da risolvere. Una storia raccontata dall’autore che si limita alle parole pronunciate, drammaturgicamente avaro di note extra-dialogiche e d'indicazioni generiche sui personaggi (età, aspetto fisico, provenienza etc.). Una storia nel segno di una neutralità palese, anche morale, in cui Paravidino non lancia messaggi né distribuisce torti e ragioni ai personaggi da lui creati, senza per questo impedire l’impatto emotivo del lettore sul testo. Coerentemente con questa lettura, e valutata la storia come rappresentativa di una parte dei giovani degli ultimi vent’anni in questa fetta di mondo, l’idea di messa in scena è quella di colpire lo spettatore con la cocente plausibilità della violenza che vive tra le righe e tra le azioni del testo. Il pubblico siede nella cucina in cui si svolge l’azione, testimone diretto e non uditore ‘protetto’ dal distacco palco-platea. Per questa stessa ragione, i sensi chiamati in causa, oltre l’udito e la vista, sono, anche, l’olfatto (l’odore di caffè o delle arance è percettibile) e il tatto (la sedia trema se Lev o Boris scaraventano a terra un piatto). Gli effetti audio e le luci sono quasi del tutto azzerati, per lasciar posto agli attori. La rinuncia al teatro comunemente inteso è solo illusoria: le regole della convenzione e della rappresentazione regnano sovrane. I cinquantatré giorni della storia sono compressi in cinquantacinque minuti. Il trascorrere del tempo è segnalato dall’angosciante ticchettio di un orologio e la scansione delle ore da una voce robotica e inespressiva, che non dà scampo a giudizi e commenti. Come a dire: questa è la storia, anzi questa è una storia. Che sia accaduta o meno, non ha molta importanza, poichè sta accadendo in quel momento, dinanzi ai convenuti.

Commenta Stampa
di Fabio Iacolare
Riproduzione riservata ©