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Il viaggio-calvario descritto da Carmine Borrino

Pasqua al San Carluccio: Intercity Plus, una sofferta “ascensione” verso Nord

La Via Crucis di un povero Cristo

Pasqua al San Carluccio: Intercity Plus, una sofferta “ascensione” verso Nord
08/04/2012, 19:04

Ritrovarsi adulti e scoprirsi sprovvisti dei mezzi per poter esercitare la propria autonomia. Sentirsi risucchiare da una precarietà che riesce a permeare anche i rapporti umani. Anelare un futuro che quando arriva sembra non bastare mai. La ricerca di una dimensione stabile, di una identità professionale socialmente ed economicamente riconosciuta. In una sola espressione: conquistarsi il proprio posto nel mondo, dove potersi sentire finalmente liberi di fare progetti senza vedersi castrare persino la fantasia. Saranno state forse queste le riflessioni che hanno indotto il giovane Carmine Borrino a concepire questo spettacolo teatrale andato in scena dal 4 al 7 aprile al Teatro San Carluccio di Via San Pasquale a Chiaia, che si offre al pubblico come autentico (e dunque inclemente) specchio dei nostri tempi. Contenuti densi quelli elaborati da Borrino ma restituiti alla scena in un disegno registico che lambisce una eccessiva elementarità. La rabbia e il disincanto sono i sentimenti che traspaiono in nuce dal sommesso canto di “Munastero ‘e Santa Chiara”, prologo dello spettacolo, che Salvatore (Carmine Borrino) – in una accalorata e persuasiva interpretazione - intona sommessamente prima e in preda alla collera poi, quando suo malgrado, ormai giunto alla soglia dei 30 anni, si ritrova a dover fare i conti con la triste consapevolezza che la città, che pure suo nonno gli aveva insegnato ad amare, è la stessa città che disperde in mille rivoli le risorse dei giovani e che non offre alcuna possibilità di riscatto. Trasferirsi al Nord per non soccombere allo sfacelo sembra essere l’unica possibilità di riuscita. Anche la sempre osannata bellezza della terra in cui è cresciuto non riesce più a bastare. Dice Salvatore: “Tiene ‘o mare ma nun tiene ‘na lira. Che ‘o tiene a ‘ffa?” L’oleografia napoletana, fatta di sole, mare e Vesuvio non può affrancare da sola dalla miseria che continua a dilagare, quasi senza alcun disturbo, giù al Sud. Non sembra esistere più alcun motivo per cui un “guaglione” debba rimanere a Napoli. Il tema dell’emigrazione, anche quando ancora non si paventava lo spettro del federalismo, è sempre stato un tema scottante e più che mai nelle attuali contingenze storiche. Dunque, il rischio di imbattersi in proposizioni retoriche è altissimo e non a caso non sono mancati momenti in caduta libera verso il cliché. Intercity Plus: la Via Crucis di un povero Cristo, recita il sottotitolo. Il parallelismo è interessante: il viaggio da Napoli a Treviso in un treno sporco e in pessime condizioni da un lato, il percorso di passione che ha condotto Cristo al Golgota dall’altro. Quattordici le stazioni della Via Crucis, quattordici le fermate che separano Napoli da Treviso. Un viaggio estenuante lungo il quale Salvatore ripercorre nostalgicamente tutti i luoghi della memoria e in cui gli affanni più forti si fanno sentire per la separazione dai propri affetti. Una madre prodiga e premurosa (Maria Moriello) che pur patendo la lontananza dalla sua creatura lo esorta ad essere forte : “Salvate Salvatò!” e una fidanzata devota (Noemi Coppola) che pur nel timore di affidare il suo uomo alle mani di un cugino, Giovanni, notorio sciupa femmine, (nella vigorosa interpretazione di Rosario D’Angelo) già perfettamente integrato in terra trevigiana, più smaliziato e cinicamente distaccato dal quel “ventre mozzarella” che sembra essere il Meridione per tanti emigrati al Nord, lo lascia andare pianificando imminenti nozze. Il bagaglio diventa pesante fardello quando invoca quel padre perso così prematuramente e le analogie col linguaggio biblico si moltiplicano in un susseguirsi di apprensioni che si fanno via via disperazione nel disegno luci abilmente curato da Ettore Nigro e nella suggestione delle musiche mai invadenti eseguite dal vivo di Mariano Bellopede. Ma ben al di là di qualsivoglia nostalgico sentimentalismo, costruito sui luoghi comuni di pizza, sole e mandolino, Salvatore riuscirà a trovare, come ci ha già istruiti Tiziano Terzani, “nella fine il suo inizio”. Si mostrerà capace di appropriarsi dignitosamente di ciò che fa di un uomo un Uomo. Non sembra più esistere alcun motivo per cui un “guaglione” debba ritornare da dove è venuto. E la resurrezione è servita. La prossima tappa della Via Crucis è prevista a Roma presso il Teatro “Spazio Artificio”.

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di Rosa Vetrone
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