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In scena la coppia Golino&Scamarcio

Pochi ma buoni gli italiani a Locarno


Pochi ma buoni gli italiani a Locarno
09/08/2010, 12:08

Pochi, ma buoni. Gli italiani a Locarno arrivano al Festival nel fine settimana e lasciano un segno importante. Due corti tra i Pardi di domani - come sempre ottimo il lavoro di Alessandro Marcionni e il suo team - e un lungometraggio nel concorso internazionale confermano che il cinema italiano non è morto, nonostante i tentativi di soffocarlo. Nell'ultimo decennio il talento ha compensato un mercato chiuso e i finanziamenti sempre più asfittici.
Piace la vitalità che viene dai cortometraggi, che girano curiosamente attorno a Riccardo Scamarcio. L'attore, più bravo che bello, anche se i maligni dicono il contrario, dimostra di sentirsi più a suo agio all'estero e ha forse deciso cosa fare da grande. Non è un caso che i due rappresentanti del nostro paese abbiano in coproduzione la sua Buena Onda, la neonata società di produzione che ha fondato con Valeria Golino e Viola Prestieri.
In «Armandino e il Madre»,esordio alla regia della sua compagna Valeria Golino, peraltro, ha anche fatto da secondo operatore. E se lei confessa che «la molla è scattata, voglio fare anche la regista, ma non ne voglio parlare finché non ci sono progetti concreti, i sogni che rimangono nel cassetto fanno la muffa», lui definisce l'esperienza «una rivelazione, vedere la scena esistere e accadere, stare dietro la macchina è stata un'esperienza fortissima, quasi sessuale. È questo il rapporto che si crea tra la scena e l'operatore».
Il corto della Golino mostra un buon piglio dell'attrice alla macchina da presa e una bella scelta e direzione di attori - molto interessante Esther Garrel - e, al di là di qualche inevitabile rigidità, piace il suo viaggio nel museo partenopeo e in una storia d'amore difficile e diversa. «A chi mi sono ispirata? Sono una cinefila, tanti sono i maestri che amo e che magari, anche solo nel pensiero di una scena, mi hanno influenzato. Poi, certo ho rubato molto a persone con cui ho lavorato: penso a Peter Del Monte, Citto Maselli, anche Sean Penn».
Un talento giovanissimo e davvero molto interessante è il regista del secondo corto, l'unico in concorso (il lavoro della Golino è nella sezione Corti d'autore): «Diarchia», ovvero Ferdinando Cito Filomarino. Una sorta di noir che vede Scamarcio e Louis Garrel (altro legame tra i due film, la famiglia d'arte francese) mostrarci una tensione naturale, che diventa fisica e quasi erotica col passare dei minuti. Tutto merito della regia e dell'alchimia dei due, amici nella vita e qui conoscenti occasionali con un'immediata intesa. Ciliegina sulla torta di questo giochi di sguardi e di scene ben girate, la bella partecipazione di un'Alba Rohrwacher sempre più capace di incanalare la sua bravura inquieta in una recitazione concentrata ed essenziale.
A produrre, oltre alla Buena Onda, anche Marco Morabito e Luca Guadagnino che si gode i successi esteri del suo «Io sono l'amore» (va scelto per gli Oscar, potrebbe essere un candidato molto forte - ndr), si prepara a produrre il film di Edoardo Gabriellini e il remake di «Suspiria», e di Ferdinando Cito Filomarino dice che «ha l'umiltà, la dedizione e la megalomania giuste per diventare un grande regista. Farò di tutto per farlo esordire con un lungo entro 24 mesi». Per un ragazzo di 23 anni, davvero niente male.
Torna a Locarno, invece, uno dei cineasti più radicali e scomodi dell'ultimo decennio, Daniele Gaglianone. Qui al Festival aveva portato il potente e bellissimo documentario “Rata nece biti” un duro spaccato dei Balcani martoriati dalla guerra, e ora concorre al Pardo d'oro con Pietro. Film girato in 12 giorni, dopo due mesi di prove, costato poco più di 110.000 euro e quasi autoprodotto dalla troupe (nella minicompagine produttiva ci sono BabyDoc Film e quel lottatore che è Gianluca Arcopinto, a cui si devono molti dei grandi esordi degli ultimi anni), ha momenti di un'intensità disarmante e un protagonista, Pietro Casella, davvero superlativo.
La storia è quella di un ragazzo, precario e psicologicamente instabile, che convive col fratello tossicodipendente. Per 80 minuti scarsi passeggiamo con lui in una Torino degradata, sentiamo la sua solitudine, soffriamo. Un viaggio all'inferno che, nonostante alcune imperfezioni - spesso si sente l'opera come incompleta - ha momenti di grande forza. «Questo film nasce tre anni fa - racconta il regista - in un momento molto particolare della mia vita, in uno stato d'animo abbastanza furente, legato anche al cinema, al mio lavoro, un momento in cui sembrava che le cose non dovessero andare per il verso giusto. Avevo la sensazione di non riuscire più a trovare uno spazio, di essere tagliato fuori. E allora mi è venuta in mente questa storia, molto dura, anche per rispondere, con rabbia, a chi mi diceva, magari anche in buona fede, che dovevo essere meno radicale».
«Per fortuna sono stato sempre incoraggiato dalle persone che mi stavano vicino, non sono mai stato lasciato solo. Dopo Rata Nece Biti, passato proprio qui a Locarno, è tornato all'entusiasmo e abbiamo deciso che dovevamo farlo. Senza chiedere o aspettare finanziamenti, autoproducendocelo, avevo un'urgenza e una necessità di farlo che non poteva aspettare». E di questa storia tormentata forse Pietro un po' soffre: la sua rabbia repressa e un po' depressa sembra essere la sua forza, ma anche la sua debolezza. Lucky Red, comunque, darà a tutti l'opportunità di giudicare: il 20 agosto il film sarà nelle sale. E di sicuro inchioderà al grande schermo molte (false) coscienze.


 

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di Redazione
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