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Presentazione del libro “Don Gennaro e la livella”


Presentazione del libro “Don Gennaro e la livella”
17/05/2011, 13:05

Mercoledì 18 maggio ore 17:30 Saletta Verde Libreria Guida Merliani Via Merliani 118/120 Presentazione del libro “Don Gennaro e la livella” di Cesare Palumbo ed. Guida Introduce Rosalba Ferrero docente DON GENNARO E LA LIVELLA è il „terrone per antonomasia. È sua l’arte di arrangiarsi e per sbarcare il lunario svolge doppio mestiere: uno autorizzato, quello notturno di netturbino; l’altro abusivo e diurno, di venditore di cianfrusaglie. Dall’entroterra del napoletano si è trasferito a Torino portandosi dietro tutta la famiglia e, con il miraggio di trovare fortuna, trova invece condizioni di vita ancora più gravose e così, sradicato dalla sua terra, vive come un extracomunitario in patria. Don Gennaro è un dissociato, un disadattato e nel suo delirio schizofrenico, mentre ti fa ridere coglie nel segno portando alla luce verità disarmanti a cui non avevi mai pensato. È un Don Chisciotte dei nostri tempi, come i tanti „scemi di paese che si incontrano nel meridione di Italia è un „terrone motivato, che si è trasferito a Torino con la voglia di vendicarsi riscattando i suoi avi: „partenopizzare il nord. Come tanti suoi compagni ti „affabula con la sua filosofia ed ha la pretesa di dire la sua su tutti e tutto, fa ridere perché scardina ogni nostra verità consacrata, mettendoti sempre come dinanzi a uno „spazio vuoto. Se non fosse per il fatto che egli „tiene famiglia ed abbia occupato abusivamente un casolare di campagna nella periferia di Torino, Don Gennaro sarebbe certo un barbone ed un accattone senza fissa dimora, come quelli che spesso vediamo annidati agli angoli delle nostre città. Ma è un barbone e un terrone pieno di dignità e di orgoglio, che ci sputa in faccia, ridendo, il suo stato di emarginato e di alienato. È certo un sopravvissuto che non si adatta a vivere i tempi moderni, uno che è rimasto agli usi, ai costumi e alla mentalità dell’ultimo dopoguerra, che poi in Italia erano gli stessi di dieci secoli prima, cioè corrispondenti a quelli del medioevo. È questo il motivo per cui egli spara sempre sull’oggi con le motivazioni di ieri. Fa lo scemo, ma non è scemo; è un anarchico liberale, un „Socrate terrone vagabondo, che interpreta a modo suo e secondo una sua logica, per noi distorta, non solo le pseudo letture che ha fatto, ma tutto il sentito dire che ascolta intorno. E così, sempre a modo suo, rovescia credenze popolari e filosofia, religione e periodi storici, per tirarne fuori come un prestigiatore la sua verità. Polemizza perciò sulla persecuzione dello stato con le tasse, sulla nostra storia recente che ha prodotto i mostri di oggi, sulla licenza dei costumi che ha distrutto la vera liberalizzazione sessuale. Fa il politologo, ma sta contro ogni politica; non ammazzerebbe una mosca, ma rivaluta le motivazioni ideologiche delle Brigate Rosse e denuncia le cause storiche di „ndrangheta, camorra e mafia, individuandole nell’occupazione del sud da parte del nord. Altro che federalismo, sogna una secessione del sud dal nord con risarcimento per loccupazione subita. E nell’attesa catapulta intanto lItalia sottosopra, mettendo il nord al sud ed il sud al nord; facendo sì che la „questione meridionale diventi settentrionale e la „questione settentrionale diventi meridionale. Chiamando però a raccolta tutti i netturbini, cioè tutti i lavoratori, per questa sua città del sole. Egli è ancora il netturbino de “La Livella” di Totò, ma il dialogo finale che tiene con il Marchese, il potente di turno della nostra società, non avviene in un cimitero, ma fuori, nel pieno della battaglia sociale per lemancipazione egualitaria e socio-economica degli individui. E come Don Chisciotte, affronta tutti e tutto; chiama in causa democrazia, caste, corporazioni, politici e dirigenti, denunciando disuguaglianze sociali degne di una guerra civile. Fa tenerezza questo „terrone perché è un perdente. Certamente, come Don Chisciotte, Don Gennaro è un uomo felice, non solo perché ride e fa ridere, ma soprattutto perché è rimasto solo ad aspettare il sole dell’avvenire. Noi invece pare che non aspettiamo più niente: infatti sull’avvenire che aspettavamo ieri e che è venuto oggi, sembra che non splenda poi tutto questo sole.

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di Redazione
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