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Napoli: un labirinto di strani incanti

Recensione di "Fuoco su Napoli" il romanzo di Ruggero Cappuccio


Recensione di 'Fuoco su Napoli' il romanzo di Ruggero Cappuccio
08/07/2010, 09:07

La lettura del romanzo di Ruggero Cappuccio “Fuoco su Napoli” edito Feltrinelli richiama un copione teatrale o cinematografico. Una scrittura fluida, visiva, forte, a volte troppo cruda, ma anche dolcissima per l’amore che aleggia e svanisce in un istante.
Tanti sono i temi presenti nel romanzo. C’è la nostalgia di una Napoli che non ci sarà più. C’è la rabbia per lo smarrimento dell’identità partenopea. Napoli era la Città dell’accoglienza, dell’ospitalità, della religiosità, della ritualità. Caratteristiche che la contraddistinguevano dalle altre città italiane. “Correva quando tutto il mondo andava piano e andava piano quando il mondo correva – dice Ruggero Cappuccio. Era anche la città del sonno, della controra, noi napoletani siamo figli di un grande sonno pomeridiano, un immenso sonno storico mentre tutto l’universo attorno a noi si muoveva e vegliava. Era la città dove “il pigliamoci un caffè” durava mezza giornata. Era la città del presente eterno: un napoletano non diceva domani andrò al mare, diceva invece domani vado al mare. Ora Napoli non esiste più. Il nome è vuoto, come quello di una persona cara che è morta, adagiata sul letto, pronta per essere chiusa in una bara e sepolta”.
Oggi, Napoli si è incattivita. L’indifferenza, l’incuria, la superficialità, l’individualismo hanno sopraffatto l’umanità, rendendo molto disumani i suoi figli.
Il linguaggio forte, l’utilizzo di termini di strada, la trivialità degli atteggiamenti e dei pensieri rendono alcuni personaggi del romanzo, persone prive di valori. L’assenza di scrupoli, di un codice etico, di solidarietà, sembrano far vivere questi attori in un eterno videogame, di giorno e di notte. Qui la morte è sempre in agguato e la libertà è perduta inesorabilmente.
 “Napoli è Tokyo senza Tokyo. Qui c’è tutta l’agitazione del Giappone, senza la produttività del Giappone”, incalza l’Autore.
Una Napoli contenitore. C’è la sequenza di mille vite tutte diverse fra loro, che incastrate formano un unicum. Nello stesso istante, c’è chi fa l’amore contro il muro di pietra lavica nei pressi della stazione della Circumvesuviana di Leopardi e chi ascolta il Messiah di Haendel; chi lucida i vetri che proteggono i manoscritti di Foscolo e chi uccide per una partita di cocaina; una coppia di americani che sorride al mandolinista che canta “Fenesta vascia”mentre al Teatro di San Carlo si apre il sipario sul “Barbiere di Siviglia”; i gas dei Campi Flegrei ribollono sul pelo del mare oscuro di Pozzuoli e un neonato muore di crisi respiratoria in una clinica del Vomero; mentre una fogna è scoppiata a via Manzoni, c’è chi parla della grandezza di Pergolesi; mentre Luce legge l’autobiografia di Sansevero. Napoli è un inedito “mentre”.
“Il volume racconta anche – prosegue Cappuccio - la Napoli dell’infelicità condominiale. Le palazzine mai intonacate, gli allumini, i canali di eternit, le costruzioni insolenti del dopoguerra che defloravano la pace dei ricordi delle ville. Memorie di aranceti, incoronate da giri e giri di antenne paraboliche somiglianti ad una collana infinita di perle attonite. Ci siamo giocati tutto. La natura e la storia! Ci siamo giocati tutto scientificamente”.
Di fronte a tutto questo i napoletani si credono innocenti. Innalzano il loro canto lamentevole contro il destino, si fanno la ninna nanna da soli e si addormentano. Potremmo dire che c’è tanta miseria e poca nobiltà.
“Napoli nei secoli è stata la più materna delle città del mondo - afferma Cappuccio. Per un bambino, Napoli era la grande madre che conteneva la sua piccola madre. E la città con il suo clima materno, con i suoi specchi d’acqua materni, con i suoi sfizi materni, con le sue lune diceva proprio così: vieni da Napoli, vieni da me. Ma ora la città si nega. Respinge. Non accoglie, non chiama, non calma. E’ una madre distratta. E’ una madre violenta. Depressa. E i suoi figli alla fine, non li vede più. Napoli, prima che nascessimo, era il nostro calco d’origine. Era il primo modello di mare e terra dal quale ricavare la forma della nostra carne e della nostra vita”.
Nel romanzo di Cappuccio Napoli, la grande madre, galleggia sull’acqua. Piazza del Plebiscito è un’immensa piscina di acque melmose, gli chalet di Mergellina sono stati travolti, annullati.
 Questa città, come tutti sanno, ha superato calamità di ogni genere. Eruzioni, invasioni, guerre, guerre civili, pestilenze, bombardamenti, terremoti. Napoli sa di poter sopravvivere a tutte le violazioni. Napoli è un labirinto di strani incanti. Dopo la ricostruzione nei progetti c’è il desiderio di costruire una Napoli più bella, forse migliore, ma indiscutibilmente diversa. Senza più la sua storia raccontata nei vicoli. La Napoli che si progetta è funzionale, hollywoodiana, faraonica, sicura contro le calamità naturali ma spersonalizzata. I napoletani hanno vissuto per secoli tra Cielo e Terra, tra Dio e Satana. Hanno perso quel sentiero degli dei che li innalzava fino all’Olimpo per la civiltà millenaria. Forse eco di una civiltà troppo distante da oggi e pertanto priva del suo intrinseco valore.
 
Nella foto: la cover del romanzo “Fuoco su Napoli”.
 
 
 
 
 
 
 

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di Rossella Saluzzo
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