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"Regina Elena": omaggio alla Principessa Martire Mafalda di Savoia-Assia


'Regina Elena': omaggio alla Principessa Martire Mafalda di Savoia-Assia
29/08/2012, 11:34

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia, Langravia d’Assia, secondogenita di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, nasce a Roma il 19 novembre 1902.
Mafalda cresce in un ambiente più familiare che nobiliare.  Di indole docile ed ubbidiente, ereditò dalla madre il senso della famiglia, i valori cristiani, la passione per l’arte e la musica. Amava il ballo e in particolare la musica classica, soprattutto le opere di Giacomo Puccini.  Conobbe in seguito il langravio Filippo d’Assia (1896-1980), principe tedesco, giunto in Italia per i suoi studi di architettura. Le nozze si celebrarono a Racconigi il 23 settembre 1925. Dalla loro felice unione nacquero quattro figli: Maurizio d’Assia (1926); Enrico  (1927), Ottone (1937) ed Elisabetta (1940).
La Principessa di Savoia fu donna coraggiosa che non misurava il rischio quando si tratta di intervenire per gli altri, così come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, Hitler progettò la sua vendetta ai danni della Famiglia Reale italiana e come vittima da immolare indicò proprio la consorte del principe d’Assia.
Mafalda partì per Sofia per stare accanto alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris III Re di Bulgaria, era morto per avvelenamento il 28 agosto 1943.
La Gestapo, che aveva aperto su di lei un vero e proprio Dossier, fece scattare l’«Operazione Abeba»: cattura e deportazione di Mafalda di Savoia. Arrestata a Roma il 22 settembre 1943, venne imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu poi trasferita a Berlino ed infine deportata nel Lager di Buchenwald e rinchiusa nella baracca n. 15, sotto il falso nome di Frau von Weber. Le venne vietato di rivelare la propria identità e per scherno i nazisti la chiamavano Frau Abeba. Occupò una baracca insieme all’ex deputato socialdemocratico Rudolf Breitscheid ed a sua moglie, e le venne assegnata come badante la signora Maria Ruhnau, alla quale Mafalda, in segno di riconoscenza, le regalerà l’orologio che portava al polso. La dura vita del campo, il poco cibo (che divideva con coloro che reputava avessero più bisogno di lei) ed il glaciale freddo invernale, deperirono ulteriormente il già gracile e provato fisico di Mafalda.
Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager e la sua baracca venne distrutta. La Principessa riportò gravissime ustioni e contusioni su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma qui non venne curata. Dopo quattro giorni di agonia, sopraggiunse la cancrena al braccio sinistro che fu amputato con un interminabile e dissanguante intervento chirurgico. Ancora addormentata, Mafalda venne riportata nel postribolo e abbandonata, senza assistenza. Morì a 42 anni, il 28 agosto 1944. Il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald dichiarò che Mafalda era stata intenzionalmente operata in ritardo e l’intervento era il risultato di un assassinio sanitario avvenuto per mano di Gerhard Schiedlausky (poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948), come era già avvenuto per altri casi, soprattutto quando si trattava di eliminare “personalità di riguardo”.
La salma di Mafalda di Savoia, grazie al padre boemo Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ordine degli Agostiniani Premostratensi, non venne cremato, ma fu messo in una cassa di legno, sepolta sotto la dicitura: 262 eine unbekannte Frau (donna sconosciuta). Trascorsero alcuni mesi e sette marinai italiani, reduci dai lager nazisti, trovarono la bara della principessa martire e posero una lapide identificativa.  Le sue ultime parole furono proprio dirette a loro: «Italiani, io muoio, ricordatemi non come una Principessa ma come una vostra sorella italiana».  La martire Mafalda di Savoia riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno. 

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di Redazione
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