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Estelle Lazer presenta la sua ricerca a Ercolano

Risuscitare Pompei e Ercolano


Risuscitare Pompei e Ercolano
08/04/2010, 21:04

A Villa Ravone, conosciuta anche come Villa Maiuri, complesso architettonico in stile Liberty napoletano, nell’ambito del ricco patrimonio storico di Ercolano, è stato presentato il libro dal titolo Resurrecting Pompeii and Herculaneum di Estelle Lazer.

Lazer è un’ archeologa specializzata in antropologia fisica e medicina legale presso l’Università di Sydney in Australia dove, oggi, ricopre l’incarico di ricercatrice onoraria.
Lazer nel 1986 ha intrapreso una lunga ricerca sugli scheletri di Ercolano e di Pompei, distrutte dal Vesuvio nel 79 d.C., soffermandosi soprattutto su quelli di quest’ultimo sito che non erano stati ancora suddivisi e differenziati per sesso e patologie.

L’incontro, svoltosi alla presenza di un pubblico per lo più australiano, è iniziato con una carrellata di immagini riprese dal film muto del 1913 “Gli ultimi giorni di Pompei”, tratto dal romanzo di   Edward George Earl Bulwer-Lytton.  Il barone Lytton fu scrittore, drammaturgo e politico britannico: un personaggio molto popolare al suo tempo che coniò alcune espressioni che sono rimaste nell'uso comune, come "la penna è più potente della spada" e la celeberrima frase "era una notte buia e tempestosa", (originariamente, in inglese, It was a dark and stormy night) riportata nel racconto Paul Clifford, pubblicato nel 1830.

The Last Days of Pompeii, invece, gli venne ispirato da un dipinto del russo Karl Briullov, che il Barone ebbe modo di ammirare a Milano nel 1833. La trama del film racconta la storia d’amore tra Glauco e Jone, entrambi personaggi di fantasia. Tra questi si insinua il sacerdote egizio Arbace, (realmente esistito e schiacciato dal peso di una colonna) , che s'infatua di Jone, promessa a Glauco, e pur d'averla per sé, grazie ad un filtro, fa impazzire il ragazzo che è poi condannato a morire nell'arena. L'eruzione del Vesuvio distrugge Pompei permettendo, però, ai due giovani amanti di ricongiungersi e, insieme, di sfuggire al cataclisma. Al di là della storia d’amore, Lazer fa riflettere sull’infausto connubio tra scienza e fantasia.

Spesso dagli scheletri e dai resti rinvenuti, uno accanto all’altro, si è arrivati ad immaginare il ruolo sociale e la salute degli abitanti di Pompei e di Ercolano. Sull’esempio di Giuseppe Fiorelli eminente archeologo e numismatico italiano del XIX secolo, direttore degli Scavi archeologici di Pompei, Estelle Lazer ha analizzato gli scheletri delle due antiche cittadine romane con sistematicità e rigore scientifico.

L’innovativo metodo scientifico di Giuseppe Fiorelli che, invece di muoversi alla ricerca di oggetti preziosi come avevano fatto i suoi predecessori, riorganizzò tutti gli scavi suddividendoli in regiones (quartieri) ed insulae (isolati) e numerando ciascun ingresso degli edifici, al fine di poter localizzare con precisione ogni reperto.
Fiorelli intuì anche la possibilità di ottenere dei calchi dalle vittime dell'eruzione colando gesso liquido nel vuoto lasciato dai loro corpi nella cenere. Lo stesso procedimento fu utilizzato per ottenere corpi di animali o di oggetti in legno quali porte, finestre, mobili o alberi), calchi che sono tuttora visibili negli scavi di Pompei.

Fiorelli, fondò la Scuola Archeologica di Pompei e nel 1875 pubblicò la Descrizione di Pompei, la prima guida scientifica della città.

I lavori sugli scheletri, quindi, avvengono con rigore scientifico, con la ricostruzione della ‘scena naturale’ dell’eruzione del 79 d.C. grazie al contributo della geo-stratigrafia e della sedimentologia,  della cultura e dell’habitat del vesuviano
In  via dell’Abbondanza, nella casa di Polibio, dove sono stati trovati 13 scheletri in due stanze, sono stati dedicati attenti studi sugli antichi abitanti di Pompei.
Si sono ricostruiti i legami di parentela – dove, tra l’altro, due dei Polibi morirono tenendosi la mano e una giovane donna perì con il proprio figlioletto nel grembo.

Servendosi del DNA mitocondriale si è risaliti all’albero genealogico materno. Si è appurato che due persone trovate ricoperte dalle macerie del tetto della casa, crollato per il peso della cenere vulcanica, soffrivano della  patologia denominata “spina bifida”.

Il DNA, estratto dalle ossa e dai denti, è dunque l’identificatore più accreditato dei resti umani a Pompei ed è al centro della ricerca di Estelle Lazer.

Lazer ha raggiunto alcune conclusioni interessanti. Dal suo studio sulle ossa  ha sfidato l'interpretazione convenzionale che la gente morta a Pompei era caratterizzata per lo più da persone anziane, da bambini, da donne o da individui troppo malati o troppo deboli per sfuggire alla furia del Vesuvio. I reperti studiati  indicano che a Pompei la popolazione era ben nutrita ed in buona salute. In sostanza, molto simile alla gente che vive oggi a Napoli. 

Circa il 10 per cento degli scheletri mostra i segni dell'artrite. Alcuni hanno una forma di artrite che si contrae solitamente con la vecchiaia.

Molti dei crani esaminati, secondo la studiosa, hanno denti consumati. In alcuni casi le gengive sono ridotte fino al nervo.  Circostanza, molto dolorosa, che probabilmente è stata causata dalle tracce di sabbia e di pietra nel pane dovute, evidentemente, alla mola utilizzata per la frantumazione del frumento. Alcuni denti sono affetti dalla carie ed altri hanno un grave accumulo  di placca. Talune dentature mostrano la presenza di  ascessi e denti decomposti. Non si rinvengono interventi dovuti ad estrazioni, né materiali di otturazione delle carie o di riparazione delle corone dentarie e neppure sostituzioni con denti finti.

In conclusione, si può affermare che dal I secolo dopo Cristo ad oggi, a Napoli e nell’area vesuviana, poco o niente è cambiato in tema di patologie sociali.

 

 

 

 

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di Rossella Saluzzo
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