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Spettacolo "Pietro il Matto"

Ispirato al Peer Gynt di Ibsen

Spettacolo 'Pietro il Matto'
26/06/2013, 16:03

NAPOLI - Pietro il Matto è uno spettacolo non unilineare. In esso molte scene si ripetono, talvolta interpretate da attori diversi. Molte scene sono in simultanea, a parte l’inizio ela fine. Ciò vuol dire che non tutti vedranno tutte le scene, non tutti le stesse scene. In Pietro il Matto si è chiamati a scegliere, a cercare, ad incontrare accidentalmente e a chiedersi se dietro quell’accidentalità ci sia un piano prestabilito,  un’occasione da coltivare o nessuna delle due cose.

Non ci sono scenografie, se non quelle naturalmente offerte dal luogo della rappresentazione. Gli attori formeranno coi loro corpi gli oggetti e i praticabili necessari all’azione, trasformandosi ora in trono, ora in cavallo alato, ora in porta iniziatica…

Non ci sono luci, se non quelle naturali, quelle fatte di lumi a candela manovrati dagli stessi attori e quelle offerte dallo stesso pubblico (fuori e dentro di metafora) con le loro presenze e le loro torce.

Ha forte interazione col pubblico, al quale si offre e si chiede di entrare in un mondo e di compartecipare alla sua costruzione, più che di assistere a uno spettacolo.

Gli spazi della rappresentazione e quelli della fruizione si mescolano tra loro e cambiano continuamente, come un labirinto mobile in cui entrate e uscite non sono obbligate, si configurano per ciascuno in base a ciò che trova nel mezzo, tra l’entrata e l’uscita.

Pietro il Matto è un’ideale caccia al tesoro, (o al Pietro che è in ognuno di noi), un costruire e decostruire le possibili storie di Pietro, uno smarrirsi nella simultaneità, un esercizio ermeneutico, un abbandonarsi agli immaginari di un’infanzia d’altri tempi, un gioco ardimentoso di equilibri tra leggerezza radiosa e popolana grevità, tra Pulcinella, Munacielli e gli eroi dell’antica Grecia, tra Commedia dell’Arte e minimalismo orientale.

Massimo Maraviglia

 

 

Note sul testo

 

Pietro il Matto è stato scritto pensando al Peer Gynt di H. Ibsen. Di questo testo abbiamo amato soprattutto l’esuberanza immaginifica e il principio motore: l’idea di un uomo che combatte la sempiterna, comune battaglia tra la necessità del finito e il desiderio d’in-finito.

Così come il suo parente norreno (Peer, appunto), Pietro adombra una riflessione filosofica,  concernente il paradosso dell’essere nel mondo: non venuti di nostra volontà, siamo poi obbligati a diventare qualcosa o qualcuno.

Anche Pietro vìola delle norme, prima delle quali il principio d’identità. Pietro sperimenta maschere, assorbe umori e indicazioni estemporanee del mondo circostante per poi abbandonarle, nuota in un oceano di voci contraddittorie e stenta a riconoscere la sua, vagola tra l’autoaffermazione e la dissoluzione di se stesso, senza giudizio alcuno.

Non si tratta del problema della scelta in sé, quanto del fondamento della scelta: non cosa scegliere ma perché. Ecco che allora Pietro rimanda al grande, rumoroso vuoto dell’adesso, un adesso sempre meno abitato da padri, da maestri latori di un indirizzo di sguardo, da passioni radicali, da tutte quelle cose che, in un modo o nell’altro, contribuirono un tempo al fondamento di una scelta.

Se Peer è immaturo, Pietro è smarrito. Se per Peer la via di risoluzione è l’incontro col femminile salvifico (perché compiuto), per Pietro è il prendere in carico se stesso e la propria nullitudine, partendo dalla propria morte che, di fatto, corrisponde alla rinuncia di essere qualcosa o qualcuno, di possedere un’identità (forse il più grande equivoco di tutta la cultura occidentale).

Pietro diviene allora una sorta di poeta matto, se poeta vuol dire giocare coi sensi, coltivare gli intervalli, i vuoti, i marginalia e se matto vuol dire esperire tutto senza vincolarsi a nulla, nemmeno alla necessità di avere una faccia, un nome, di somigliarsi e di rispondere “a tono” alle attese del mondo.

Pietro è, insomma, il personaggio “incompiuto” di una favola inquieta e marezzata in cui tutto è possibile, tranne una cosa che ciascuno, forse, intuirà da solo e che costituisce il fondamento “sincero” di ogni scelta.

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di Redazione
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