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Il vulcano più famoso della Terra

Storia del Vesuvio


Storia del Vesuvio
23/04/2010, 08:04

 
       L’osservatore che giunge a Napoli e da una delle belle strade del lungomare volge lo sguardo al maestoso ed emozionante rilievo del Vesuvio (1.281 m) al centro del Golfo, rimane immancabilmente attratto dalla “montagna di fuoco”. L’attrazione è la stessa che per secoli ha coinvolto milioni di esseri umani che, nel tempo, ne hanno abitato le prossimità.
       Il complesso vulcanico Somma-Vesuvio è, senza dubbio, uno dei vulcani più famosi della Terra: la fama di questo irascibile gigante di roccia è dovuta ad un’eruzione fortemente esplosiva che, nel 79 d.C., distrusse le città romane di Ercolano, Pompei e Stabia. L’evento fu descritto, diversi anni dopo, da Plinio il Giovane che, in due lettere al suo amico Tacito, storico romano, immortalò le gesta eroiche di suo zio, il naturalista Plinio il Vecchio.
      Il Vulcano di Napoli ha un’età di circa 400.000 anni, così come si è appurato tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 del XX Secolo, quando furono datate lave profonde dopo un carotaggio eseguito nel territorio di Trecase.
     La storia del Vesuvio è documentata a partire da 22.000 anni fa, anche se dal 79 A.D. le informazioni divengono più ricche e complete.
     I vulcanologi hanno individuato attraverso “la ricerca sul campo”  le eruzioni più antiche, ma anche le più energetiche. In realtà, un’eruzione fortemente esplosiva lascia le proprie tracce sul terreno, mentre le eruzioni di debole energia vengono cancellate dagli eventi più energetici.
    Gli studi finora compiuti ci informano che prima dell’eruzione del 79, il vulcano partenopeo ha dato altre eruzioni di maggiore o uguale energia. Il Vesuvio, quindi, è un vulcano che può dare origine a eruzioni caratterizzate da debole attività esplosiva con colate di lava, fino a eventi catastrofici come le cosiddette eruzioni “pliniane”.
    Il 16 dicembre 1631 l’area vesuviana fu investita da una grande eruzione. Il 20% del territorio andò distrutto e 4.000 persone perirono durante l’evento.
    Il Vicerè di Napoli, fortemente impressionato e, forse, spaventato, dalle capacità distruttive del vulcano,  fece apporre a Portici un’epigrafe dallo straordinario contenuto, ancora oggi è ritenuto il documento più significativo per ricordare l’infuocata natura del Vesuvio.
    Da quell’anno il vulcano ha alternato a brevi periodi di quiescenza fasi eruttive che lo hanno caratterizzato per ben 300 anni, fino al parossismo del 18 marzo 1944.
    Con la quiescenza iniziata alla fine di quest’ultimo parossismo, dagli anni ’50 del secolo passato,  le aree intorno al vulcano sono state sempre più urbanizzate. Dalle zone costiere l’urbanizzazione incontrollata si è arrampicata fin sopra la Montagna e il numero delle persone è aumentato al di fuori di ogni ragionevole senso di responsabilità.
   Uno dei problemi che più affliggono gli esperti è la capacità di prevedere le eruzioni in tempi sufficientemente ampi per fronteggiare un’evacuazione di oltre 600.000 persone direttamente coinvolte. In nessuna altra parte del mondo è mai stata fatta un’esperienza di questo tipo, cioè quella di far evacuare ed allontanare, in breve tempo, tante migliaia di individui e, per lo più, senza un’adeguata educazione allo stato di emergenza.
    La previsione delle eruzioni è l’obiettivo principale della Vulcanologia: un’eruzione vulcanica non è prevedibile con certezza matematica anche se non si esclude una previsione entro qualche giorno dall’inizio dell’evento. Una riduzione del valore esposto nell’area vesuviana è, quindi, una evidente necessità. Ogni supplementare attesa e un ulteriore incremento demografico ridurrebbero drasticamente ogni possibilità di intervento in caso di ripresa dell’attività vulcanica.
    La straordinaria natura, l’innegabile cultura e la plurisecolare storia sono miste a negatività, oltremodo imbarazzanti, delle città vesuviane: qui colate di cemento, cumuli di rifiuti, degrado umano e ambientale, strade intasate da disordinati veicoli provenienti da ogni dove, incuria, lassismo e immobilismo  irrompono stridendo con la cultura e la storia e restituendo nell’insieme un’immagine di contraddizione forse più unica che rara. E’ tempo di rimboccarsi le maniche!     
 L’assillo di una eventuale emergenza vulcanica, il degrado ambientale e la pesante urbanizzazione dell’area vesuviana trovano uno spiraglio di luce a partire dal 1995, quando è istituito il Parco Nazionale del Vesuvio.  L’Istituzione comprende tutta l’area che circonda il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio estendendosi per oltre 8000 ettari. La Comunità del Parco è rappresentata da 13 comuni : Ercolano, Torre del Greco, Trecase, Boscoreale, Boscotrecase, Terzino, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Pollena Trocchia, Massa di Somma, San Sebastiano al Vesuvio.
  L’intento di un parco naturale è quello della salvaguardia della biodiversità in un ambiente naturale influenzato dalle “invadenze antropiche” responsabili del disequilibrio ambientale, ma anche della tutela di uno straordinario patrimonio per geologi e vulcanologi, irripetibile nella sua scientificità e naturalità.
  L’Uomo,  primo attore nel contesto naturale ed ambientale, opera con dissennata avidità l’utilizzazione del territorio, sottraendo alle altre specie animali e a quelle vegetali il giusto equilibrio. La tendenza negativa, però, può essere alleviata da una valida educazione ambientale supportata dall’interazione multidisciplinare degli strumenti didattici adottati. Educazione che deve partire dalla Scuola fino a raggiungere le famiglie e l’uomo della strada.  L’ottenimento di risultati consistenti con gli obiettivi è possibile grazie allo studio valutativo del territorio, in rapporto all’uomo, basato sull’analisi dei reperti documentali della storia e delle culture delle genti che si sono avvicendate nell’area indagata.
   L’elevata urbanizzazione dell’area vesuviana e la sovrabbondante antropizzazione rendono non facile il percorso di tutela ambientale. L’ambiente del Vesuvio è intimorito dalla eccessiva frammentazione degli spazi agricoli che ne ha degradato le peculiarità naturali fino a disperderne la vocazione primaria. Eppure l’immagine “agricola” del Vesuvio è emersa per secoli nelle testimonianze pittoriche e in quelle descrittive del vulcano. 
   Al Vesuvio la vegetazione, tipicamente mediterranea, è molto ricca con le oltre 900 specie presenti.  Le lave emesse dal vulcano hanno reso il suolo estremamente fertile. Nella Valle del Gigante, sul fiume di lava, ormai solida, dell’eruzione del 1944, è osservabile la specie vegetale che per prima colonizza le lave vesuviane dopo il raffreddamento: è lo stereocaulon vesuvianum, un lichene biancastro, con sfumature argentee.
  La ginestra è poi, nelle sue diverse specie, la pianta più caratteristica del Vesuvio. Sul vulcano vivono altre specie vegetali, non meno importanti, come l’acero e l’ontano napoletani, diverse specie di orchidee, il pino domestico e quello marittimo. Questi ultimi due dovuti al rimboschimento operato dall’uomo.
   Il Vesuvio ospita anche diverse specie animali. Vivono sul Vulcano piccoli mammiferi e predatori come i topi quercini, i ghiri, i moscardini, le faine, le volpi e le donnole.
 Sono oltre 100 le specie di volatili nidificano nel Parco Vesuvio. Il complesso vulcanico partenopeo è una sorta di raccordo per gli uccelli migratori che dall’Africa si spostano verso l’Europa centro-settentrionale.
   Un patrimonio naturale per il quale è necessario tenere alta la guardia contro gli abusi di qualsiasi origine e lavorare con coscienza per la sua salvaguardia.
 
 
 

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di Rossella Saluzzo
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