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"E dopo Carosello, tutti a nanna."

Storia di Carosello


Storia di Carosello
12/08/2010, 10:08

L’attuale pubblicità televisiva rispetta i canoni di un tempo cronologico velocizzato e ricco di informazioni. Una sorta di contenitore che ingloba repentinamente frammenti di prodotti da reclamizzare. Talvolta, l’artificio pubblicitario è di dare spazio soltanto alle immagini, azzerando pertanto le parole, altre volte si dà origine ad un vero bombardamento di informazioni che, proprio per il surplusche crea, annulla la memoria a breve termine. Secondo una letteratura sociologica risalente agli anni ’80 non è detto che i messaggi maggiormente ricordati siano quelli più graditi. Se, però, chiudiamo gli occhi e facciamo un tuffo nel passato, nel periodo di Carosello, per esempio, ricordiamo all’istante slogan, pupazzi, cartoni animati, attori che interpretarono un modo tutto italiano di fare pubblicità, molto vicino alla cultura popolare, dove gli stacchi teatrali erano diretti, semplici e attingevano spesso ai luoghi comuni. Eppure il messaggio pubblicitario (della durata media di 135 secondi) era incluso soltanto nel famoso codino, che durava, invece, pochi secondi, e dove veniva evidenziato il prodotto, destando spesso perplessità tra il pubblico per la scarsa pertinenza, non sempre però, con lo sketch. Ricordare a distanza di anni la pubblicità di quel tempo significa percepire il gradimento da parte del pubblico televisivo italiano. E per di più era evidente la capacità dell’individuo di fare interagire la sua cultura con quello che aveva appreso dalla pubblicità
La réclame del format televisivo degli anni ’60 era calata in un contesto culturale strutturato. E’ fondamentale considerare che, come ha sostenuto lo studioso inglese Colin McDonald, “la pubblicità non cade mai nel vuoto”.
“La pubblicità contribuisce, insieme all’esperienza e alle abitudini, a creare quella tappezzeria mentale ripiena di associazioni, conoscenze e opinioni che generalmente rimane sullo sfondo e agisce come un modello allo stato latente di cui l’individuo non è consapevole se non quando è portato a riflettere su di esso” (dal volume di Vanni Codeluppi, La pubblicità, Franco Angeli)
Carosello inviava un messaggio rassicurante e a tratti con pretese persino pedagogiche. Secondo la concezione sociologica o proiettiva, la pubblicità è considerata come un valore aggiunto di tipo sociale al prodotto (di tradizione, di modernità, di moda, di élitismo, di democrazia) e ha fatto ricorso al contributo degli antropologi e degli etnologi, in particolare alla cosiddetta “scuola culturista” statunitense formata principalmente da Margareth Mead, Bronislaw Malinowski e Ruth Benedict. La visione di tipo pedagogico della pubblicità attribuisce un potente ruolo alle norme di comportamento e alle regole di integrazione, di partecipazione e d’acculturazione.  
In Carosello, inoltre, la pubblicizzazione di un dato prodotto seguiva un ciclo di quattro sketch che poi divennero cinque, con cadenza settimanale, diversi l’uno dall’altro, sebbene con soggetto comune. Al termine della pubblicità, dopo la sigla di chiusura, lo speaker annunciava la data della successiva messa in onda. Oggi la pubblicità, al contrario, è ossessiva, martellante, velocissima e forse per questo più potente. Quando è in una situazione di coinvolgimento minimale, come quella comportata dalla televisione, perché è soft, non implica un processo valutativo attivo, non lascia tracce apparenti, non suscita reazioni, né atteggiamenti negativi, e viene pertanto registrata negli strati più profondi della memoria.
Il filo conduttore di questo articolo è la nostalgia di un tipo di entertainment più familiare, di un tipico appuntamento della famiglia italiana, tanto che la frase “a letto dopo Carosello” è rimasta parte del linguaggio parlato.
Gli slogan di allora elargivano una promessa delle qualità di un prodotto e noti artisti ci mettevano la faccia, quale garanzia del prodotto medesimo.
La storia di Carosello, l’arte pubblicitaria andata in onda per vent’anni dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, ha scandito la vita degli italiani, intrecciandosi con la storia di un mondo che stava cambiando. Le trasmissioni di Carosello, che normalmente venivano interrotte il Venerdì santo e il 2 novembre, furono sospese per la morte di Papa Pio XII (9 ottobre – 11 ottobre 1958), per le uccisioni del presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy (22 novembre 1963) e di suo fratello Bob il 5 giugno 1968. Furono interrotte per un periodo più lungo, dal 31 maggio al 6 giugno 1963, per l’agonia e la morte di Papa Giovanni XXIII, per tre giorni dal 12 al 15 dicembre 1969 per la strage di Piazza Fontana a Milano e infine per l’ammaraggio della navicella spaziale Apollo 14, il 9 febbraio 1971.
Un tempo che era sintonizzato con le vicissitudini della vita, quindi, e che era rispettoso delle triste vicende dei Capi di Stato, dei Papi e dell’evento dell’Apollo 14.
Carosello era più di un semplice messaggio pubblicitario lanciato per promuovere un determinato prodotto commerciale. Era stato ideato dal regista Luciano Emmer con lo stile del teatro leggero, con i siparietti e le note di una colonna sonora, una versione strumentale della tarantella napoletana “Pagliaccio” che, risalente agli anni venti, annunciava a partire dal 1962, a milioni di telespettatori, uno spettacolo allegro, originale, unico nella sua storia pubblicitaria. Dietro le macchine da presa c’erano registi illustri come Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone, Ugo Gregoretti, Pupi Avati, l’americano Richard Lester, Giorgio Capitani, Daniele D’Anza, Giuseppe Mariani, e sceneggiatori del calibro di Age e Scarpelli, Luigi Magni, Umberto Simonetta, Lina Wertmüller. Gli attori che parteciparono ai siparietti di Carosello erano tra quelli che stavano facendo la storia dello spettacolo italiano. Si annoverano, fra gli altri, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo, Nino Taranto, Erminio Macario, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Dario Fo, Ernesto Calindri, Nino Manfredi, Paolo Panelli, Raimondo Vianello, Renato Rascel, Gino Bramieri, Paolo Ferrari e Franco Volpi.
Anche un nuotatore prestò il suo fisico scultoreo, divenendo icona di una linea di alimenti per bambini, il dimenticato Fioravante Palestini. Artisti stranieri entrarono a pieno titolo a presentare gli sketch di  Carosello e nelle case degli italiani, come Sir Laurence Olivier, Jerry Lewis, Jayne Mansfield, Orson Welles e Yul Brynner.
Diversi noti cantanti prestarono la loro arte a Carosello, come Mina, Ornella Vanoni, Nicola Arigliano e Franco Cerri, noto chitarrista jazz, conosciuto come l’Uomo in ammollo. Egli sperimentava un detersivo sulla propria camicia sempre indossata, affermando che “non esiste sporco impossibile”. Mimmo Craig, attore teatrale e televisivo, interpretava una pubblicità di un olio da tavola e cantava alla sua domestica Edith Peters il motivetto “E la pancia non c’è più…!”, divenuto, in breve, un tormentone.
Nomi importanti che seppero creare e interpretare slogan che tuttora ritornano in mente a quanti hanno vissuto direttamente quella straordinaria esperienza televisiva.
Come non ricordare le gemelle Ellen e Alice Kessler e uno scattante Don Lurio che nel 1962 pubblicizzavano una nota marca di calze e lo slogan alludeva alle lunghe e perfette gambe delle due artiste tedesche. Nel 1958, Gino Cervi, complice una sinfonia di Mozart, pubblicizzava il noto brandy “che crea un’atmosfera”. Ernesto Calindri beveva un amaro contro il logorio della vita moderna. Tino Scotti con il “basta la parola” promuoveva un lassativo, mentre Virna Lisi “con quella bocca può dire ciò che vuole”, uno slogan adatto a reclamizzare un noto dentifricio. L’infallibile ispettore di polizia Rock, interpretato da Cesare Polacco, commetteva l’errore di non aver mai usato un prodotto per capelli. La biondissima svedese Solvi Stubing pubblicizzava una nota birra italiana. Per ovvi motivi non si riportano i nomi dei prodotti reclamizzati, ma tutti quelli che hanno vissuto quell’epoca, ne ricordano.
Talvolta, una frase, una canzoncina sopravvivono al nome del prodotto. Spesso, ancora oggi, si canticchia, ad esempio, il coretto “Bella dolce, cara mammina, dacci la caramellina”. Un motivetto delicato, come delicata doveva essere intesa l’infanzia, il periodo di formazione e di massima attenzione per la sana crescita psicofisica del bambino. E così si ricorda facilmente il motivetto “Cimabue, Cimabue, fai una cosa e ne sbagli due”, oppure viene in mente Calimero, il pulcino nero che reclamizzava un detersivo. Nel 1961 spopola Topo Gigio, il pupazzo che fa la pubblicità dei biscotti. Il Bidibodibùche si intonava isieme aibambini che nella réclame saltavano su un materasso e La linea disegnata da Osvaldo Cavandoli, invenzione considerata geniale.
Lo spettacolo, però, termina nel giorno di Capodanno del 1977, quando ne fu annunciata la chiusura. L’annuncio di commiato fu dato da Raffaella Carrà che, per l’ultima volta, reclamizzò un noto liquore.
I bambini di allora, gli adulti di oggi, ricordano con nostalgia i corti trasmessi da Carosello. I primi cartoni animati compariranno nel 1958. Angelino, utilizzato per un detersivo e l’Omino coi baffi per una caffettiera, entrambi inventati da Paul Campani, a cui seguono il Vigile e il foresto per reclamizzare un brodo e Ulisse e l’ombra per un caffè, realizzati e ideati dai fratelli Gino e Roberto Gavioli. Nel 1965, iniziò la serie di Salomone, pirata pacioccone per pubblicizzare i prodotti dolciari di una famosa casa italiana. E ancora si ricordano il cartone animato ambientato sul pianeta Papilla, inventato dal pubblicitario Armando Testa nel 1966, per un elettrodomestico e Unca Dunca, che era un indiano, disegnato da Bruno Bozzetto. Collabora a questo filmato pubblicitario il cantautore Enzo Jannacci. Il Capitan Trinchetto, inventato da Roberto Gavioli, che parla in genovese e reclamizza un’acqua brillante e Olivella e Mariarosa inventate per pubblicizzare un famoso lievito.
Carosello era una formula magica, un’alchimia di qualità, un fenomeno di costume, dove l’arte dell’invenzione incontrava l’arte della realizzazione.

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di Rossella Saluzzo
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