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“Due mosche”, due reietti sospesi nel vuoto

Teatro Elicantropo: in scena lo spettacolo liberamente tratto da “Emigranti” di Slawomir Mrozek


Teatro Elicantropo: in scena lo spettacolo liberamente tratto da “Emigranti” di Slawomir Mrozek
21/04/2012, 13:04

Tratto da “Emigranti”, testo di straordinaria attualità e capolavoro drammaturgico di Slawomir Mrozek, “Due mosche” è lo spettacolo che dallo scorso giovedì 19 aprile è di scena al Teatro Elicantropo di Vico Gerolomini. Presentata da Il Torchio, la rappresentazione, di cui Fabio Cocifoglia firma la regia, introduce lo spettatore nella dimensione fredda e desolante di un rifugio sotterraneo percorso da tubi fognari, dove i protagonisti vivono in una condizione di assoluta estraneità alla vita reale che scorre al di sopra delle loro teste. Gli interpreti sono due reietti, due “accidenti storici”, che dipanano le loro vuote esistenze sospesi tra grate e lastre di ferro. L’intensa autobiografia di Mrozek si dispiega nelle esistenze dei due emigrati, dall’autore denominati convenzionalmente Aa e Xx , esistenze gravate dal fardello di una Storia che è riuscita a strapparli alle loro origini per riversarli in un non luogo, in una condizione di raggelante miseria. Due personaggi che si collocano agli antipodi lungo l’asse della estrazione socio-culturale ( ma anche dell’alfabeto se pensiamo che A e X sono prima e ultima lettera dello stesso) – ‘un uomo del popolo’ uno, che ha lasciato il proprio paese per ragioni economiche, un ‘intellettuale’ l’altro, che è scappato dalla patria per motivi politici – ma che sono affratellati da una quotidianità disperante che li vede intenti alle stesse strategie di sopravvivenza e di riscatto. Luca Iervolino, l’uomo del popolo, dalla fisicità esuberante e dal vigoroso temperamento, dotato di una naturale ingenuità che riesce a catturare il consenso e la simpatia di chi guarda e Rosario Sparno, l’intellettuale garbato dai toni lievi e misurati che si infiammano durante le patetiche competizioni col suo “coinquilino”, nella affannosa quanto inutile ricerca di un’affermazione di sé, sono interpreti lucidi e consapevoli di questo gioco teatrale che si svolge all’interno di un microcosmo in cui anche la speranza di nuova destinazione sembra progressivamente perdere senso. A Cocifoglia va il merito di aver saputo concepire due personaggi che, pur essendo emblematici di una condizione quanto mai dilagante ed attuale, qual è quella dell’emigrante, non hanno mai perso autenticità e concretezza, soprattutto in quegli alterchi in cui diventa chiaramente palpabile che, per quanto gli equilibri sembrino sempre essere ad un passo dallo spezzarsi, per quanto forte possa essere la tentazione di porre una fine alla loro singolare unione, frustrazione, amarezza e avvilimento non riescono mai ad essere più forti del bisogno di condividere la propria solitudine, di stare insieme pur nel reciproco riconoscimento della loro condizione di reietti. I loro scontri-confronti sono sostenuti da una tensione che non riesce ad attestarsi sempre su livelli all’altezza dei dialoghi, indulgendo talvolta a segni di cedimento, soprattutto laddove più forte si fa sentire l’impronta dell’ umorismo amaro di Mrozek. La solitudine che comprime come cibo in scatola - il solo di cui i due derelitti possano nutrirsi – la loro vita, trova la sua più dolorosa ed efficace oggettivazione nel desiderio, espresso dall’esule contadino, di due mosche che, in quel “ciarpame” sarebbero state in grado di far loro compagnia. Ma la fede e la speranza in un riscatto che possa condurre questi emarginati ad appropriarsi di una condizione più umana e dignitosa e che riesca a non farli sentire più stranieri nel mondo, a differenza delle mosche che sopravvivono sul letamaio, cedono il passo alla rassegnazione, alla disperazione quando anche chi, come l’intellettuale aveva lungamente coltivato il desiderio di un affrancamento, realizza che la sola libertà possibile può risiedere per loro nel gesto estremo del suicidio. E i due cappi, che a chiusura dello spettacolo vengono calati dall’alto, restituiscono allo spettatore, pietrificato, tutto il Senso che i due emigrati in scena e tutti gli Emigranti del mondo, non sono riusciti a dare alle loro travagliate esistenze. In replica fino a domenica 22.
Info e prenotazioni 081 296640
email teatroelicantropo@iol.it

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di Rosa Vetrone
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