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In scena un sogno che “smorfia” la realtà

Teatro Il Primo: “Amenità ai Colli Aminei”


Teatro Il Primo: “Amenità ai Colli Aminei”
07/01/2012, 16:01

Ha debuttato ieri al teatro “Il Primo” la commedia in due atti, ‘ 47 morto che parla’, diretta e brillantemente interpretata da Rosario Ferro. Una pièce che, liberamente ispirata a “La fortuna si diverte” di Athos Setti, nel lontano 1936 fu superbamente reinterpretata anche dal grande Eduardo in una commedia dal titolo “Sogno di una notte di mezza sbornia”, e che ha concesso al pubblico in platea di trascorrere un’ora di allegro intrattenimento tra gag esilaranti e buffi equivoci. Don Pasquale Grifone (Rosario Ferro) è il protagonista del sogno attorno a cui si sviscera la trama dell’intera vicenda: il padrone di casa, “l’unto dal Signore”, colui che, giocata la quaterna con i numeri suggeritigli in sogno nientepopodimeno che da Giulio Cesare, diventa clamorosamente ricco. Ma con la ricchezza, che si sa bene, non sempre è sinonimo di felicità, Pasquale Grifone “eredita” anche una profonda angoscia: il sommo condottiero romano, infatti, ha specificato in sogno che i numeri giocati corrispondono esattamente alla data e all’ora della sua morte. Nondimeno, non riesce certamente facile condividere la nuova sopraggiunta condizione economica con una moglie dalla personalità spiccatamente imperiosa che si avvale di un linguaggio goffamente affettato (una persuasiva Anna D’Amato) e con la quale gli alterchi divengono momenti di grande comicità a ritmo serrato. L’attesa “escatologica” di Pasquale contagia tutti i protagonisti in scena, avvolti dall’affanno di una presunta morte imminente e tutti, chi più, chi meno, sembrano vivere a nervi scoperti le vicissitudini di casa: dalla cameriera Maruzzella (Anita Laudando), che incarna perfettamente il tipo umano facilmente impressionabile, il cui spiritoso motto-tormentone “Gesù, Gesù”, si riaffaccia alla mente degli spettatori anche a sipario chiuso, ai figli del “moribondo”, Arturo e Gina, ( Marco Pesacane e Francesca Stizzo) l’uno intento a “rendicontare” tutti capitoli di spesa di famiglia e a promuovere nuovi proficui affari, l’altra a sospirare l’ufficializzazione del suo fidanzamento con Jack, (Diego Sommaripa) un maccheronico e simpaticissimo boy americano con la peculiarità dei natali a Casoria, dal consuocero siculo doc egregiamente interpretato da Pino Pino, alla moglie di questi, tratteggiata come la tipica donna siciliana, non propriamente affascinante, coi suoi baffi pronunciati e il suo decolletè straripante (Nunzia Fontanella), accompagnata dalla sua ingenua figliola aspirante futura mogliettina di Arturo (Annalisa Arcucci). Tra una gag e l’altra, data e ora prestabiliti per la presunta dipartita di Pasquale Grifone arrivano e se è vero che 47 è il morto che parla, la paura fa 90! Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma è proprio la paura della morte a muovere la forza vitale del personaggio che Rosario Ferro porta in scena; intorno alla morte e alla inquietudine di non sapere cosa ci aspetta oltre la vita, si disserta in toni sardonici e beffardi: “Comme se more?” si chiede Pasquale in preda alla delirante attesa che si compia il suo tragico destino. La risposta, concisa e incisiva è : “Se more cu ‘a morte”! Come a dire che quale che sia il modo, quale che sia il luogo o il momento, la morte è un’entità imperscrutabile che ci sovrasta e ci domina. La visita del dottore (Filippo Rossi), che coincide manco a farlo apposta con l’ora esatta della predetta morte ed il momento culminante di Pasquale Grifone, sembra risollevare gli animi degli astanti poiché la sua diagnosi  è confortante: “Don Pasquale scoppiate di salute, potete campare altri 100 anni!”. La predizione del sogno era quindi solo una sciocchezza, una vana superstizione. Salvo scoprire, nel gaudio e nei festeggiamenti della famiglia che fa cerchio attorno a Don Pasquale che l’orologio, sino a quel punto spasmodicamente tenuto d'occhio, non era sincronizzato sull’ora esatta, e che quel momento così orribilmente temuto è ancora a cinque minuti di là da venire. Il panico e lo sbigottimento si disegnano sui volti di tutti gli attori mentre cala il buio e si chiude il sipario. Agli astanti non resta che la considerazione che a poco serve la pur famosa massima di Epicuro: Non dobbiamo avere paura della morte perché quando ci siamo noi lei non c’è ancora, e quando c’è lei non ci siamo più noi. In scena fino al 22 gennaio.

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di Rosa Vetrone
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