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L'amarezza di chi non riconosce più la sua terra

Torre del Greco: la "Campania (in)Felix di Giovanni D'Amiano


Torre del Greco: la 'Campania (in)Felix di Giovanni D'Amiano
13/12/2010, 08:12

L’ennesima crisi di rifiuti sta scatenando negli ultimi tempi sommosse popolari, incendi di cassonetti e di mezzi pubblici, cariche della polizia, l’aumento di notizie in prima pagina e poi riunioni straordinari, l’invio dell’esercito italiano, task force che cercano di individuare siti di stoccaggio. Tutto ciò nell’agonizzante ricerca di una soluzione serie per far decollare la raccolta di rifiuti che stenta a partire e intanto molte città delle provincie di Napoli e di Caserta sono sommerse dai rifiuti. In un coro di voci dissidenti, in un bailamme di contraddizioni e di strategie poco risolutive si eleva la voce di Giovanni D’Amiano, un poeta di Volla, residente da anni nella città di Torre del Greco, che  ha scritto, in un altro momento di crisi, era il 16 gennaio 2008, “Campania (in)Felix”.
Nei versi, di seguito pubblicati, c’è tutta l’amarezza di chi non riconosce più la sua terra, perché i sapori e gli odori sono talmente confusi che sanno di plastica, di diossina e i gabbiani hanno preso ormai il posto delle rondini. 
Le stragi, per le strade, sono sotto gli occhi di tutti;/il dissesto della vegetazione è lampante:/per i platani in agonia, i lecci ingialliti, i pini morti.
Da troppi lustri, i marciapiedi, i fossati, le siepi/sono discariche e sversatoi a cielo aperto./E gli spazi, già ingombri d’auto, di lamiere,/di pozze d’olio, d’amianto e di copertoni,/si sono, giorni e notti, nella totale indifferenza,/colmati di rifiuti: secchi, umidi, solidi,/in plastiche colorate, in neri sacchi crepati,/e montagne di sfuso, insano mare di tutto./E tanta insperata abbondanza di lerciume/ha inaugurato una lunga stagione di benessere,/una fiorente era di crescita e di espansione,/per topi, gatti e cani randagi, per faìne;/e i lupi mannari più lerci, i rapaci più ingordi/si sono precipitati a chiedere la loro parte di bottino./Persino, colombi e gabbiani, uccelli di libertà,/si sono ridotti in penosa schiavitù di spazzini./E, intanto, l’alito mefitico della mostruosa carogna,/gemellato alla cancrena della camorra e della corruzione,/ha intossicato l’aria, ha divorato azzurro e salsedine,/ha bruciato i bronchi, ormai cavie di altro lager./Ed eccola, deturpata, mutilata, avvelenata,/la nostra ubertosa Campania Felix,/eccola corrotta, stuprata, desertificata. Invivibile./Eccola messa alla gogna del mondo,/quale la più depravata prostituta d’Italia./Come uomo, vorrei armarmi di indignazione,/e intraprendere una crociata contro gli infami rei,/precipitandoli in forni a gas, in botri di diossina./Come poeta, da molti lustri, la cetra/ho messo in croce sugli alberi seccati,/ho sciolto nell’acido dei liquami di risulta,/ho inchiodato, piangendo, sul cuore, malato/e senza speranza, delle future generazioni,/ corrose dai veleni e, cinicamente, manipolate.

Nella foto: Giovanni D'Amiano e la moglie Marisa.

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di Rossella Saluzzo
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