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Intervista al professore Vincenzo Gulì

Torre del Greco. "L'Unità d'Italia: festeggiamo o celebriamo?


Torre del Greco. 'L'Unità d'Italia: festeggiamo o celebriamo?
04/04/2011, 10:04

“Non sapere cosa è avvenuto prima di noi è come rimaner sempre bambini” - scriveva Marco Tullio Cicerone nel 62 a. C. Non conoscere la storia dell’Unità d’Italia vuol dire non conoscere le nostre origini.
Nella sala convegni di Palazzo Vallelonga a Torre del Greco, sabato 26 aprile è stato dibattuto un tema che unisce e divide: “L’Unità d’Italia: festeggiamo o celebriamo?”. Una conferenza dibattito organizzata dalla Pro Loco di Torre del Greco e dal giornale La Tòfa.
Con i saluti del Presidente della Banca di Credito Popolare Salvatore Gaglione e di Rosario Rivieccio nella veste di Vicesindaco, il giornalista e presidente della Pro Loco, Antonio Altiero, ha introdotto l’argomento soffermandosi sull’alto prezzo pagato in termini economici e di vite umane dai meridionali, per la realizzazione dell’Unità d’Italia.
I relatori hanno a lungo dibattuto sulla questione, sottolineando che il Regno delle Due Sicilie era il più ricco d’Europa! Napoli, quindi, era la capitale di un grande regno dotato di una fiorente cultura anche all’insegna di avanguardie economiche e tecnologiche. Le diecimila anime che vivevano sotto l’egida della casata dei Borbone, insomma, vivevano bene! Napoli, questa città che da allora ha vissuto soltanto l’onta dell’inganno, del malaffare e del degrado, fu la prima città al mondo a portare l’acqua corrente nelle case, a costruire il più grande orto botanico d’Italia. Qui fu realizzato un cimitero per i poveri, detto di 366 fosse. Ebbe la terza flotta mercantile a livello mondiale, ben 113 tipografie e, poi, conservatori musicali e prestigiosi teatri: primo tra tutti il Teatro Regio di San Carlo.
Il Re, Carlo di Borbone, aveva conosciuto le grandi corti europee e, durante il suo regno, riordinò gli aspetti architettonici e amministrativi. Ma, Re Carlo fece molto di più. Costruì la Reggia di Capodimonte che divenne nell’immediato la migliore fabbrica di porcellana.  I Borbone costruirono la fabbrica di tessuti di San Leucio che, praticamente, lanciavano la moda che veniva esportata in Europa raggiungendo Parigi l’anno successivo.
Ferdinando II promulgò leggi considerate all’avanguardia per l’epoca. Il Re provvedeva a destinare case e arredi alle coppie di sposi e realizzò la prima rete ferroviaria di collegamento tra Portici e Napoli. A Napoli c’era il telegrafo, l’Osservatorio astronomico a Capodimonte e l’Osservatorio Vesuviano, primo osservatorio vulcanologico al mondo! I cantieri reali vararono la nave che collegava Napoli a Palermo in 18 ore e un transatlantico, Il Sicilia, che da Napoli salpava per New York.
Angelo Ciaravolo, giornalista e moderatore dell’incontro, dopo la ricognizione dei benefici apportati dai Borbone e evidenziati da un video di Alberto Angela, ha presentato gli autorevoli relatori del convegno: L’on.le prof. Leonzio Borea, Direttore Generale dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la dott.ssa Dora Liguori, scrittrice-storica, autrice dei libri “Memento Domine” e “Quella amara unità d’Italia” Sibilla Editrice e il prof. Vincenzo Gulì, Vicepresidente dell’Associazione Culturale Neoborbonica di Napoli, autore di varie pubblicazioni sul Risorgimento.
 
 
Il Cavaliere Costantiniano, co-fondatore del Movimento Neoborbonico, prof. Vincenzo Gulì, che è economista e storico per passione, ha esordito dicendo: “La festa presuppone una gioia, noi abbiamo un dolore immenso fatto di saccheggi e di massacri. Non si può festeggiare la menzogna! E’ stato presentato alla storia il Re Vittorio Emanuele con l’appellativo di galantuomo (il Re Galantuomo) e Cavour come lo statista adamantino. Sono tutte favole”. Gulì ha, inoltre, ricordato le nefandezze del Vescovo Talleyrand e la piemontesizzazione dell’Italia. Ha accennato al federalismo proposto all’inizio del ‘900 da don Luigi Sturzo.  Ho intervistato il prof. Gulì su vari argomenti trattati durante il convegno.
 
Cosa significa il titolo di Cavaliere Costantiniano?
I Cavalieri costantiniani sono stati i primi cavalieri cristiani perché creati dall’imperatore Costantino. Il Magistero è passato poi ai Re Borbone Due Sicilie, attualmente appartiene a Carlo di Borbone che nomina l’unico ordine di cavalieri riconosciuto dallo stato italiano.
 
Quale disciplina insegna e dove?
Dopo aver fatto il ricercatore alla facoltà di Economia e aver insegnato Economia Aziendale nelle scuole superiori, attualmente sono in pensione.
 
Qual è la missione del Movimento Neoborbonico?
Il Movimento divulga la storia falsata o nascosta del Sud Italia per risvegliare la coscienza storica degli odierni meridionali.
 
Dov’è la sede del Movimento?
E’ a Napoli in via Depretis 78 quella nazionale; vi sono invece sedi in tutta Italia e all’estero (le maggiori a Caserta, Palermo, Buenos Aires)
 
Può riassumermi il suo intervento di sabato 26 marzo a Palazzo Vallelonga in Torre del Greco?
Se si parte dai dati statistici inoppugnabili che le regioni del Mezzogiorno d’Italia erano per lo meno alla pari con le più ricche zone del centro-nord nel 1861 (quindi inesistenza questione meridionale come da ricerca dei proff. Daniele e Malanima del 2007 in Rivista di Politica Economica e dai Quaderni della Banca d’Italia 2010) e che a Sud era del tutto sconosciuta l’emigrazione (perché ognuno riusciva a lavorare da secoli nella terra dei suo avi) la storia risorgimentale appare una caterva di menzogne inventate e mantenute per rendere schiavi i popoli meridionali. Di conseguenza, sono falsità: la tirannide dei Borbone, l’appoggio popolare all’invasione garibaldina, le vittorie e la consistenza stessa dei “Mille”, il plebiscito d’annessione, l’interpretazione criminale del “brigantaggio”, la miseria e l’analfabetismo del Mezzogiorno dopo l’unificazione come conseguenza del suo passato borbonico.
 
 
Può chiarirmi la figura del Vescovo Talleyrand?
Meditiamo sul famoso Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, massone e statista, che “consigliò” Luigi XVI, la Rivoluzione, Napoleone e Luigi XVIII senza soluzione di continuità. Quindi indirizzò la Francia secondo gli interessi transnazionali massonici attraverso forme di governo addirittura antitetiche rivelando diversità più formali che sostanziali del mondo post-rivoluzionario in cui l’economia prevale sugli altri valori per accodare tutto al profitto allora inglese ed oggi anglo-americano. Altri nomi si ripetono in altri paesi successivamente nelle analoghe condizioni, sino ai giorni nostri. Bisognerebbe chiedersi quale autonomia abbiano realmente gli stati moderni di fronte a problemi di macroeconomia internazionale come la finanza,lo sfruttamento delle risorse con relativo inquinamento, i gap crescenti tra le varie zone del mondo.
 
Quali sono le sue riflessioni su Garibaldi, i Savoia, i Borbone e il Vaticano?
Garibaldi: mercenario, massone, modesto stratega che compie azioni illegali e nefande sia in America del Sud (come la tratta negriera dei cinesi che portava in Cile) che in Italia (come la spoliazione dei banchi di Palermo e Napoli) e rappresenta il fasullo volto popolare ed eroico della setta massonica nel risorgimento.
Savoia: dinastia di infimo peso politico e morale, eretta a guida dell’unificazione italiana dalla volontà inglese a cui sempre dovette sottostare; l’incivile comportamento nella conquista del regno di Napoli e la feroce repressione dell’insurrezione dei “briganti” fa annoverare la violazione delle convenzioni internazionali con l’invasione del Sud senza dichiarazione di guerra, le prime guerre batteriologiche (a Gaeta nel 1861 e a Palermo nel 1866), la trasgressione ai patti di resa con la carcerazione dei soldati borbonici, l’utilizzo dei primi lager di sterminio dei borbonici e dei papalini (Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, Brescia ecc.), il tentativo di deportazione dei meridionali in posti remoti (Patagonia, Borneo), il saccheggio di tutte le risorse del Mezzogiorno comprese quelle umane con la diaspora dell’emigrazione che tra il 1880 e il 1910 portò via quasi la metà della popolazione.
Borbone: dinastia legata all’ancien régime nel senso migliore del termine, cioè monarchi che rappresentavano l’asse di equilibrio tra l’aristocrazia, l’alta borghesia e il popolo minuto. In altre parole, essi frenavano il potere smodato delle classi preminenti per evitare lo sfruttamento dei meno abbienti. Ecco perché durante le invasioni francesi del 1799 e del 1806, nonché alla conquista piemontese del 1861, il popolo si farà massacrare in nome del Re Borbone.
Vaticano: il suo ruolo nell’Ottocento era il punto di riferimento dei re cattolici; quindi grande stima per i Borbone (Pio IX si rifugerà da Ferdinando II nel ’48) e aspre critiche per i Savoia (poi solennemente scomunicati per le guerre di aggressione italiane). Attualmente lo è ancora orientamento per i cattolici praticanti di qualsiasi provenienza e impegno sociale.
Quali sono le sue riflessioni sul federalismo proposto da don Luigi Sturzo?
Nei primi decenni del ‘900 le regioni meridionali erano ancora mediamente più ricche delle altre. Pertanto, con uno stato federalistico si poteva lasciare la ricchezza ove si trovava per favorire lo sviluppo locale. Ciò avrebbe invertito l’andamento economico negativo che dal 1861 in poi stava martoriando il Sud a causa della politica accentratrice dello staso sabaudo che avocava a sé tutti i tributi (in proporzione maggiore provenienti da chi possedeva più ricchezza cioè dai meridionali) per fornire servizi pubblici all’intera nazione (in proporzione maggiore a chi veniva da una situazione più disagiata o era preferito cioè ai settentrionali). In altri termini, c’era l’interesse a favorire il Nord nel far accantonare l’acuta proposta di don Sturzo che voleva risollevare le sue terre d’origine sottraendole alle terribile ed iniqua (come le tariffe differenziate più gravose per il Sud) politica fiscale di Roma.
Cosa ne pensa oggi del Federalismo proposto dalla Lega?
In quest’ultimo quarto di secolo quella situazione d’inizio ‘900 è totalmente cambiata: oggi sono le regioni del centro-nord a possedere maggiore ricchezza. Adesso per esse è il momento propizio per proporre quell’assetto federalistico dello stato in modo che le risorse siano gestite dove si trovano, rompendo il circolo virtuoso (o vizioso a seconda dei punti di vista sud/nord) che faceva ultimamente accorpare al centro tributi (pagati più dal nord) per assegnarli alla periferia (secondo i bisogni cioè soprattutto a sud). Ecco come è stata fatta nascere la Lega per perseguire questo obiettivo apparentemente innovativo e moderno ma, per quanto detto, adoperato in stretto riguardo agli interessi del nord: ai tempi di don Sturzo a loro non conveniva, ora conviene!
Comunque, il federalismo non arrecherà alcun vantaggio al sud in quanto ogni sistema produttivo parte dai finanziamenti e sfocia nella grande distribuzione. Ebbene, le banche operanti a sud sono praticamente tutte non locali come pure la grande catena commerciale di vendita. Quindi la presunta libertà di fare impresa autonomamente cozzerà fatalmente contro la discrezionalità dei finanziatori e dei distributori che, essendo legati al nord, faranno sempre innanzitutto gli interessi della loro zona di origine, come avviene costantemente da 150 anni. Il Sud con il federalismo sprofonderà in una crisi socio-economico-politica di dimensioni pressoché intollerabili. Ciò lo costringerà a reagire in qualche modo. Questa mi sembra l’unico effetto positivo possibile del federalismo perché ci obbligherà a rispolverare il nostro passato per cercare una via d’uscita, non nel senso di un ritorno ad esso ma nel significato di ritrovare radici comuni, orgoglio delle cose buone del passato e, di conseguenza, la determinazione per risollevarsi definitivamente.

Nella foto: Antonio Borriello, Leonzio Borea, Angelo Ciaravolo, Dora Liguori e Vincenzo Gulì. 
 
 

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di Rossella Saluzzo
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