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In 90 giorni risolto un problema che si trascina da decenni

Australia: una stagista trova la "massa mancante" dell'universo


Australia: una stagista trova la 'massa mancante' dell'universo
27/05/2011, 14:05

Vidi una volta la scena di un cartone animato, in cui c'era un gruppo di esperti tecnici programmatori e di hardware che stanno discutendo animatamente del perchè un calcolatore elettronico non funziona. Poi arriva un ragazzo e fa: "Scusate, posso attaccare questa spina alla presa elettrica? Penzola e la gente può inciampare". Ed ovviamente era la spina che dava corrente al calcolatore elettronico, che così funzionava benissimo.
La scena mi è venuta in mente nell'apprendere dell'impresa scientifica della 22enne Amelia Fraser-McKelvie, studentessa presso l'università Monash di Melbourne, in Australia. La giovane, in meno di 3 mesi, ha risolto un problema che tormenta gli astrofisici da decenni.
Secondo l'attuale teoria scientifica, l'universo dovrebbe avere una certa massa. Ma, attraverso lo studio dello spazio, si è vista circa metà della massa calcolata. Attraverso una serie di calcoli e ragionamenti, si è arrivato alla conclusione che la restante massa (la cosiddetta "massa oscura") deve essere in una condizione di bassa densità e alta temperatura. Insomma, è come un gas molto tenue, ad una temperatura di milioni di gradi.
Ma tutto ciò che è caldo sviluppa radiazioni all'infrarosso che, a distanza di miliardi di chilometri, diventano visibili sotto forma di raggi X di debole potenza. Ma finora queste zone non erano mai state individuate. Ma quando Amelie ha cominicato lo stage di astrofisica e ha cominciato a studiare i dati già raccolti ha individuato quei "filamenti" di materia oscura che finora nessuno aveva mai individuato. Questo ha spinto il suo insegnante, il professor Kevin Pimbblet, a fare una relazione sull'accaduto, che è stata pubblicata nella rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.
Questa scoperta potrebbe avere conseguenze fondamentali nello studio dello spazio; addirittura potrebbe far cambiare il metodo con cui vengono costruiti i telescopi.

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di Antonio Rispoli
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