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Campania, oncologia promossa dalle donne ma...


Campania, oncologia promossa dalle donne ma...
18/01/2011, 13:01

Napoli, 18 gennaio 2010 – Donne del Sud soddisfatte al 90% delle cure ricevute nei reparti di oncologia medica delle loro città. Bene anche l’informazione e le capacità relazionali del personale. Dati, quindi, da leggere in positivo, che si allineano a quelli delle altre Regioni italiane, dimostrando come in questo settore la sanità del Sud abbia saputo lavorare bene. Restano due elementi critici: il minor grado di aspettativa delle donne del Sud nei confronti del sistema sanitario e l’assenza di responsabilizzazione delle figure coinvolte nella sanità, dai politici, ai medici ai cittadini. Il primo elemento fa sì che le donne si accontentino di servizi non sempre soddisfacenti. Il secondo dimostra che i problemi reali restano. Alcune gravi carenze si rilevano nella disponibilità di day hospital e trasporti e nei tempi di attesa per esami e visite. Attesa che, se nella media è di circa una ventina di giorni, raggiunge in alcune Regioni (Campania) anche picchi di sessanta giorni. Manca ancora l’attenzione ai problemi psicologici: di fronte ad una diagnosi di tumore, infatti, le donne confidano in un sostegno forte, considerato determinante nel 60% dei casi, ma che spesso manca. Si sottolineano anche gravi disomogeneità tra le Regioni nei tempi di attesa per indagini diagnostico-strumentali e nel numero degli accessi giornalieri per la chemioterapia. Calabria e Sicilia detengono primati positivi (20 giorni circa), mentre Abruzzo, Sardegna e Campania segnano i dati più negativi (oltre i 50 giorni). Per quanto riguarda il numero di accessi in day hospital per cure chemioterapiche Puglia, Basilicata e Calabria sono le Regioni più virtuose (tra i 20 e i 35), mentre arrancano Molise, Campania e Sardegna (tra i 10 e i 20 accessi in media). Difficoltà organizzative si riscontrano infine nella gestione di un percorso integrato completo per le pazienti oncologiche, con gravi carenze sul fronte delle cure palliative, della riabilitazione oncologica e nella mancanza di centri dotati di Breast unit e Hospice. Sono questi i dati principali del progetto triennale “Oncologia a Misura di Donna” curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (O.N.Da) per valutare le realtà clinico assistenziali nell’oncologia femminile in Italia. I dati del Mezzogiorno sono stati presentati oggi a Bari in occasione della seconda tappa del progetto patrocinato dall’AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, e dal GOIM, il Gruppo Oncologico Italia Meridionale, e sostenuto da Fondazione Pfizer.


“Questo progetto – spiega Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da – mette a disposizione nuovi dati raccolti nel 2010. Le strutture oncologiche femminili del Meridione sono state valutate utilizzando un questionario ad hoc inviato alle direzioni sanitarie delle strutture di Oncologia Medica del Sud Italia individuate sulla base del più recente censimento AIOM (2004). Il questionario indagava sei macro-aree (strutture, organizzazione del lavoro, servizi disponibili, attrezzature diagnostiche e relativi tempi di attesa, informazione e partecipazione della paziente, la donna al centro della cura) per un totale di novanta domande chiuse, di cui alcune a risposta multipla. Di 114 strutture contattate, in 56 hanno risposto, con un tasso di adesione allo studio del 49%. Un risultato importante, certamente migliorabile. Questi dati sono stati attentamente organizzati ed esaminati, per poter offrire un quadro preciso”.
“Questa indagine – spiega Carmelo Iacono, presidente AIOM e oncologo del Sud (è direttore del dipartimento oncologico ASP 7 di Ragusa) – documenta un incremento qualitativo e quantitativo dei servizi rispetto al passato. Ma la realtà e molto complessa e i problemi restano gravi. Una chiave di lettura della situazione assistenziale deve infatti passare attraverso la parola “responsabilità”. Una responsabilità politica, cui sono attribuibili la mancata programmazione, la perversa utilizzazione delle risorse, politiche clientelari e non meritocratiche, demagogia; una responsabilità tecnica, causa di attrezzature obsolete o nuove e sproporzionate per l’uso, personale sanitario e medico insufficiente nei nodi chiave, votato ad interessi esterni, assenza di controlli qualitativi del prodotto e delle prestazioni erogate, ripianamento dei deficit aziendali a consuntivo; infine la responsabilità del cittadino utente che spesso utilizza malamente i servizi (intasando le liste d’attesa senza presentarsi) e dove la gratuità è intesa come diritto esclusivo e privato”.
“A conferma di questa doppia lettura – afferma Walter Ricciardi, coordinatore del progetto e presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla salute nelle Regioni – troviamo un dato normale nella distribuzione dei giorni di degenza media, in cui la Puglia risulta la più virtuosa. Ma solo 18 tra le strutture indagate (32.7%) sono provviste di Breast Unit, così come la maggior parte delle Regioni appare carente sul fronte delle cure palliative, della riabilitazione oncologica e della presenza sul territorio di Hospice. Un buon risultato è ottenuto dall’assistenza domiciliare, realtà ben consolidata nel Sud Italia e che copre l’87% del territorio indagato. Evidenti appaiono purtroppo le disomogeneità a livello regionale relative alle liste d’attesa per gli esami di controllo e prevenzione. Tutto questo si traduce in un ritardo diagnostico o terapeutico. Molto soddisfacente appare al contrario l’impegno nella gestione del rischio clinico (72.0%). La presenza di un case-manager responsabile della presa in carico della paziente risulta invece carente nel 72% delle strutture esaminate. Infine, la quasi totalità dei centri non è dotata di servizi dedicati alle pazienti oncologiche (ludoteche o baby-sitting) mentre in circa il 44% si svolge l’attività di prestito libri”.
“Lo studio – aggiunge Giuseppe Colucci, presidente del GOIM e direttore del Dipartimento di Oncologia Medica all’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari – mette al centro anche l’importanza del lato emotivo della malattia. È fondamentale, infatti, che la donna riceva conforto nel momento della diagnosi e durante le cure e non si senta abbandonata dopo le dimissioni dall’ospedale. L’assistenza psicologica è ancora più efficace se svolta da donne per le donne, in grado di capire meglio il problema di genere. Eppure questa attenzione manca ancora in molti centri nonostante anche l’indagine confermi come, di fronte ad una diagnosi di tumore, le donne si aspettino un sostegno forte, considerato determinante nel 60% dei casi. Per questo nella nostra struttura è sempre presente in reparto una psicologa. È attivo, inoltre, il Progetto Girasole per cui la donna riceve una ‘dimissione protetta’ quando lascia l’ospedale. Le viene infatti data la possibilità di chiamare un numero di cellulare ad hoc e parlare con una dottoressa in caso di dubbi sulla cura, perplessità o timori”.
“Abbiamo voluto sostenere il Progetto di ONDa ‘Oncologia a misura di donna’ realizzato in collaborazione con AIOM e GOIM – spiega il presidente della Fondazione Pfizer, Ermanno Paternò – per contribuire al miglioramento dell’assistenza e fornire un servizio di valore alle pazienti, in linea con il nostro impegno nella promozione di un sistema salute più attento alle esigenze delle donne”.
A questa situazione, in miglioramento ma pur sempre difficile, cercano di porre rimedio iniziative di alcune donne intraprendenti. “Purtroppo – spiega Anna Barbera, ideatrice con Lina Prosa del Progetto Amazzone – la nostra esperienza conferma le profonde carenze, soprattutto in alcuni settori, segnalate dall’indagine di O.N.Da. La mancanza di Breast Unit, ad esempio, fa sì che la paziente si trovi a doversi spostare da una struttura all’altra per gli esami, allungando i tempi della diagnosi anche di mesi. Pochi sono inoltre gli ospedali in grado di occuparsi della riabilitazione dopo l’intervento, per non parlare delle cure palliative, quasi totalmente assenti in Sicilia, fatta eccezione per la presenza di alcuni Hospice, come quello di Palermo. Anche il supporto psicologico è spesso assente, ma le donne invece, in un momento difficile come quello della scoperta di essere malate di cancro, ne hanno estremamente bisogno. Purtroppo il fatto che in tanti convegni si debba ancora parlare di ‘umanesimo’ e di ‘donna al centro della cura’ dimostra che questi obiettivi non sono ancora stati raggiunti pienamente”.

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di redazione
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