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Rubino: necessario realizzare strutture per diagnosi precoci

Creare centri dedicati all’ictus per ridurre del 50% i morti


Creare centri dedicati all’ictus per ridurre del 50% i morti
14/02/2009, 10:02

“Se un paziente arriva entro tre ore dal malessere, riaprendo la carotide e con una degenza velocissima di tre giorni, è possibile guarirlo completamente. Per questo, per il trattamento dell’ictus acuto, andrebbero costituiti in Italia al più presto dei centri dedicati al trattamento della patologia. Il desiderio comune è quello di unificare le competenze e ridurre finalmente del 50% la disabilità e la mortalità” dichiara ilProf. Paolo Rubino, responsabile del Laboratorio di Cardiologia Invasiva della Clinica Montevergine. 
 
L’Ictus ischemico acuto è una delle principali cause di morbilità e mortalità nei paesi industrializzati ed è in assoluto la prima origine di invalidità permanente.  La terza dopo  l’infarto del miocardio ed il cancro. Oggi di ictus muore l'11% degli uomini e il 17% delle donne colpendo in particolare gli uomini dai 65 agli 85 anni. Ma i centri specializzati sono insufficienti in Italia, soprattutto nel Sud. Nel nostro Paese sono 950mila le persone che ne sono colpite, di cui 300mila con una disabilità che ne riduce l'autonomia.
 
Quando le conseguenze cliniche dell’ictus non sono letali, determinano una disabilità che può essere permanente: di conseguenza i costi per la società da inabilità al lavoro e la necessità di assistenza a lungo termine sono molto elevati. Questo implica che il peso delle sofferenze associate con la malattia ha effetti devastanti sulle persone colpite e sulle loro famiglie.
 
“Bisogna mettere insieme competenze cliniche ed amministrative differenti per la creazione di centri ad alta specializzazione e cliniche con adeguati strumenti  diagnostici (come risonanza magnetica nucleare ad angio-TAC multistrato di ultima generazione) per fare una diagnosi precoce di ictus e per poi portare immediatamente il paziente in centri ad alta specializzazione endovascolare e garantire una rapida riperfusione del vaso colpito. Questa tecnica è raccomandata dalle linee guida internazionali e consente il salvataggio della zona di penombra, limitando cosi gli esiti neurologici e riducendo la mortalità dei pazienti” conclude Rubino. 

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di Redazione
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