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Diabete: non solo glicemia; “vanno curati anche i fattori di rischio cardiovascolare.”


Diabete: non solo glicemia; “vanno curati anche i fattori di rischio cardiovascolare.”
25/05/2012, 12:05

I nuovi farmaci antidiabetici agonisti recettoriali del GLP-1 associano al controllo della glicemia un effetto favorevole su altri parametri quali il peso corporeo e la pressione arteriosa e riducono potenzialmente il profilo di rischio cardiovascolare delle persone con diabete – I risultati del programma di sviluppo clinico LEAD di liraglutide, presentati al 24° congresso della Società Italiana di Diabetologia, in corso a Torino


Torino, 25 maggio 2012 - Nella cura del diabete di tipo 2 è fondamentale intervenire rapidamente non solo per ridurre la glicemia, ma anche per tenere sotto controllo i fattori di rischio cardiovascolare. I nuovi farmaci antidiabetici, come liraglutide, permettono di raggiungere questo risultato più efficacemente e con maggiore sicurezza, senza causare un aumento del rischio di ipoglicemia.

Questo in sintesi il messaggio emerso dalla sessione “Controllo glicemico ed oltre: un dibattito ‘di classe’”, promosso da Novo Nordisk in occasione del 24° congresso della Società Italiana di Diabetologia, in corso di svolgimento a Torino.



Anche se molti studi scientifici hanno dimostrato, che come intervenire il prima possibile nella cura del diabete di tipo 2 determini un grande beneficio, dai dati degli Annali AMD 2009, ossia gli indicatori della qualità dell’assistenza diabetologica in Italia dell’Associazione Medici Diabetologi, risulta che ogni anno circa il 17% delle visite effettuate negli oltre 650 centri diabetologici italiani siano ‘primi accessi’, cioè persone con diabete di tipo 2 che si presentano al centro per la prima volta, ma già con malattia in atto, in media, da oltre 7 anni. Soprattutto, con valori di emoglobina glicata (HbA1c) fuori norma (in media 7,4%) e un profilo di elevato rischio cardiovascolare: pressione del sangue oltre i valori di 140/90 mmHg nel 58,6% dei casi, colesterolo ‘cattivo’ LDL superiore a 130 mg/dl nel 34,7%.



“Scopo della terapia del diabete di tipo 2 deve essere il controllo, fin dalle prime fasi della malattia, dei valori glicemici, ma è ormai riconosciuto che un corretto trattamento non può prescindere dal perseguimento di obiettivi terapeutici legati ai fattori di rischio cardiovascolare quale il peso corporeo, la pressione arteriosa e altri”, ha detto Giorgio Sesti, Professore di Medicina interna all’Università di Catanzaro.



La ricerca farmacologica in diabetologia degli ultimi anni si è indirizzata proprio verso questo obiettivo. Le ultime classi di farmaci sviluppati per la cura del diabete di tipo 2 sono state messe a punto grazie all’osservazione dell’azione di una sostanza naturalmente presente nell’organismo – il GLP-1 – che agisce, essenzialmente in presenza dell’introduzione nell’organismo di carboidrati, segnalando al pancreas la necessità di una pronta secrezione di insulina. Si è visto che, nel diabete di tipo 2 l’azione di GLP-1 è ridotta.



Il GLP-1, per le sue caratteristiche, non può essere utilizzato come farmaco perché viene immediatamente degradato e inattivato da un enzima denominato DPP-IV. La ricerca farmaceutica ha studiato 2 vie alternative per sopperire a ciò: ha sviluppato gli inibitori del DPP-IV, che sostanzialmente permettono al GLP-1 naturale di “sopravvivere” più a lungo, e gli agonisti recettoriali del GLP-1 che, invece, agiscono sugli stessi recettori sortendo gli effetti della molecola naturale.



“Gli agonisti recettoriali consentono di sfruttare appieno le potenzialità del GLP-1, in misura maggiore rispetto agli inibitori dell’enzima DPP-IV, dal momento che non solo controllano la glicemia, ma hanno un effetto favorevole su altri parametri quali peso corporeo e pressione arteriosa e riducono potenzialmente il profilo di rischio cardiovascolare delle persone con diabete”, ha detto ancora Sesti.



Tra gli agonisti recettoriali del GLP-1 liraglutide, nel suo programma di sviluppo clinico LEAD, ha dimostrato di ottenere un miglior controllo glicemico rispetto ai farmaci tradizionalmente utilizzati nel diabete. Il programma LEAD si compone di 6 studi, condotti in 40 paesi su oltre 4000 pazienti reclutati in oltre 600 centri di diabetologia.



Liraglutide ha dimostrato di ottenere un miglior controllo multifattoriale rispetto agli altri farmaci utilizzati nel trattamento del diabete di tipo 2 con cui si è confrontato, con miglioramento durevole (fino a 3 anni di trattamento) del controllo glicemico (riduzione dell’emoglobina glicata fino a -1.6%), riduzione del peso corporeo (da -2.5 fino a -7.7 kg) e della pressione arteriosa (da -2,1 a -6,6 mmHg), miglioramento della funzionalità beta-cellulare, ridotto rischio di ipoglicemie. Inoltre, rispetto ai farmaci di confronto, ha ottenuto in un numero più elevato di persone con diabete il raggiungimento contemporaneo del controllo di più parametri: valori di HbA1c <7.0% senza eventi ipoglicemici e incremento ponderale oppure valori di HbA1c <7.0% e di pressione sistolica <130 mmHg senza aumento di peso.



“Tutto ciò è particolarmente importante – ha concluso Sesti – per due ragioni. Innanzitutto, perché liraglutide ottiene questo risultato senza aumentare il rischio di ipoglicemia, un effetto indesiderato e potenzialmente pericoloso per il sistema cardiovascolare che nel diabete di tipo 2 continua ad essere largamente sottostimato. Dall’altro perché proprio per questa riduzione del rischio di ipoglicemie, associata a quella del peso, permette di attuare una strategia più intensiva sul controllo della iperglicemia, ottenendo complessivamente un risultato migliore nella cura della malattia”.

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di Redazione
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