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Intervista a Gennaro Di Donna

Il Vesuvio: il vulcano che dorme


Il Vesuvio: il vulcano che dorme
27/08/2010, 10:08

Le comunità che vivono alle falde del Vesuvio non possono e non devono trascurare la loro conoscenza sui processi di natura fisica che regolano il comportamento del vulcano.
Per capirci qualcosa di più, abbiamo chiesto a Gennaro Di Donna, un giornalista che da oltre 30 anni si occupa di divulgazione scientifica sui temi del rischio vulcanico e della vulcanologia, cosa significa vivere in prossimità di un vulcano attivo come il Vesuvio?
 
Il complesso vulcanico Somma-Vesuvio è in una fase di quiescenza che è iniziata nel 1944, dopo l’ultima eruzione del 18 marzo che ebbe termine il 7 aprile di quello stesso anno.
Questo, tradotto in termini semplici, significa che la popolazione vesuviana, prima o poi, si ritroverà a dover affrontare un’emergenza vulcanica che potrà manifestarsi con un’eruzione di tipo effusivo, quindi con emissioni di lave e con un’esplosività di piccola energia, oppure, più disgraziatamente, con un evento eruttivo di tipo esplosivo come, nel peggiore dei casi, un’eruzione pliniana. La popolazione vesuviana “vive alla giornata”. Incurante del pericolo, si è trasformata in fatalista oppure prega San Gennaro affinché la preservi dal Vesuvio!
 
Quali prospettive, quindi, per i vesuviani?
L’attuale fase di quiescenza del Vesuvio potrebbe essere un’opportunità per sviluppare piani e metodi capaci di ridurre il rischio e, cosa importantissima, educando i vesuviani ad una possibile emergenza.
 
Non è un obiettivo facile!
Non è per niente facile considerato l’elevato grado di urbanizzazione in cui versa l’area, la scarsa attenzione politica all’argomento, lo stato di “incoscienza popolare”, il classico “tira a campare” tutto italiano, fino a quando non ci si troverà in piena emergenza!
Si tratta di cominciare un lavoro capillare ed intenso sul territorio, tralasciando tutti quegli aspetti ostativi ad una responsabile politica di riduzione del rischio. Sarebbe ora di rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente in questa direzione!
 
Qualche anno fa la Regione Campania ha promosso il piano “Vesuvia”, cosa ne pensa?
Riguardo a quelle deliberazioni ne condivido la filosofia, ma non gli strumenti adottati. Non è pagando la gente per andare via che si può pensare di ridurre il rischio. E’ necessario che gli organi competenti facciano il proprio lavoro operando scelte che favoriscano le popolazioni esposte, privilegiando le sorti delle classi più deboli.
 
Se il Vesuvio dovesse risvegliarsi, sarà possibile prevedere l’eruzione in tempi sufficienti all’evacuazione?
 La previsione delle eruzioni è l’obiettivo principale della vulcanologia. Oggi, l’Osservatorio Vesuviano-INGV può contare su di una sofisticatissima rete di sorveglianza che è dotata di strumenti all’avanguardia. Tali strumenti possono senza dubbio aiutare gli scienziati a comprendere l’evoluzione delle fenomenologie associate alla ripresa dell’attività eruttiva e tentarne una previsione, o meglio, una proiezione dei parametri associati alla ripresa dell’attività eruttiva. C’è da dire che i vulcani sono sistemi complessi e, in quanto tali, possono riservare sorprese.
Al Vesuvio, comunque, è stato stabilito che nelle 72 ore prima dell’evento vi è una buona probabilità di previsione. Chiaramente, all’osservazione dei fenomeni cosiddetti “precursori” va associata l’esperienza dei vulcanologi che devono risolvere il problema dello stato di “non ritorno”. Cioè quand’è che il vulcano va effettivamente in eruzione!
L’evacuazione è un problema di Protezione civile, quindi di ordine logistico. La gente, credo, già ai primi segnali, che possono iniziare anche molto tempo prima, comincia ad evacuare spontaneamente, ma è necessario educarla a seguire le indicazioni delle Autorità e, quindi, a non produrre più danni della stessa eruzione, soprattutto se questa, poi, non avviene.
In realtà, il vulcano può manifestare segnali anche forti e non andare in eruzione! In certi casi, qualche vulcano ha dato modeste variazioni rispetto ai livelli “standard” e dopo poche ore è andato in eruzione! Naturalmente, come noi esseri umani, anche i vulcani hanno il loro carattere che varia a seconda delle condizioni geodinamiche associate ad ognuno. Per questo è necessario conoscere la storia eruttiva del vulcano indagato e, naturalmente, tanta esperienza per interpretare in tempo  le sue “mosse”. 
 
Che cos’è il rischio vulcanico?
Il rischio è dato dal prodotto di tre fattori. La pericolosità, cioè la probabilità del verificarsi di un evento eruttivo in un certo tempo, in una determinata area; la vulnerabilità, cioè la percentuale di valore che si stima possa essere danneggiata o perduta e il valore esposto, cioè l’insieme dei beni (case, aziende, studi professionali, infrastrutture, attività economiche) e delle persone presenti nell’area. In altri termini, oggi pur  essendoci una non significativa probabilità di ripresa dell’attività eruttiva al Vesuvio, questo vulcano rimane ad altissimo rischio perché vulnerabilità e valore sono elevatissimi.
Che cosa sono i flussi piroclastici?
I flussi piroclastici o colate piroclastiche sono correnti dense che scivolano per gravità lungo i fianchi di un vulcano. Sono il fenomeno più pericoloso che un vulcano possa scatenare. Si tratta di un miscuglio di polveri, lapilli, scorie e gas ad elevata temperatura che scorre lungo il pendio del vulcano ad una velocità che può superare i 100 km all’ora. Il fenomeno si forma a seguito del collasso di una nube eruttiva o per frantumazione di un domo di lava.
Diversi vulcanologi sono morti a causa di queste correnti incandescenti. Ricordo sempre, con grande commozione, i vulcanologi Maurice e Katia Krafft ed Henry Glicken uccisi dall’imprevedibile “sdoppiamento” di un enorme flusso piroclastico al vulcano Unzen (Giappone) il 3 giugno 1991.
E’ un fenomeno caratterizzato da estrema pericolosità.
 
La lava, invece, non è pericolosa?
La lava vulcanica assume questo nome quando il magma (roccia fusa ad elevata temperatura) fuoriesce dalla bocca e scorre all’esterno. Normalmente, a debita distanza, non produce danni alle persone. Non è la stessa cosa per le case o per le infrastrutture che inesorabilmente vengono fagocitate dalla stessa. Avvicinarsi troppo alla lava, senza le protezioni del caso, si corre, comunque, il rischio di danneggiare i propri polmoni a causa dei gas corrosivi, ma  anche di ustionarsi per l’elevato calore.
 
Un’ultima domanda. Qual è l’età del Vesuvio?
Il complesso vulcanico Somma – Vesuvio ha un’età di circa 400.000 anni, ma la sua storia eruttiva è nota soltanto per gli ultimi 25.000 anni. Le uniche informazioni in tal senso ci provengono dal pozzo di Trecase, situato a sud del vulcano. Il pozzo che raggiunge i 2.000 metri e oltre di profondità si spinge fino al basamento rigido, formato da calcari, che affiora sui contrafforti appenninici. Dai dati rilevati si evidenzia che il Vesuvio è nato in ambiente marino e, successivamente, grazie all’emissione di copiose lave fino a 25.000 anni fa, si è accresciuto lentamente. In seguito, l’attività eruttiva si è modificata ed ha assunto caratteristiche esplosive, con eruzioni di grande energia che sono terminate con la pliniana del 79 d.C. che rase al suolo Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti.
 
 
 
 

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di Rossella Saluzzo
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