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La privazione cronica del sonno va curata il prima possibile

Insonnia: fattore di rischio per altre malattie


Insonnia: fattore di rischio per altre malattie
22/01/2012, 18:01

ROMA – Quasi 12 milioni di persone soffrono di insonnia ma per coloro che ne soffrono  in modo regolare, sarebbe opportuno approfondire perché se il disturbo non viene curato, si rischia di sviluppare anche altre malattie. La notizia arriva da una revisione di vari studi scientifici pubblicati sulla versione on-line della rivista scientifica The Lancet.
La revisione scientifica sottolinea che bisogna diagnosticare e curare il prima possibile questo fattore in quanto chi soffre di insonnia ha un rischio cinque volte maggiore di sviluppare ansia o depressione. Si raddoppia anche il rischio di insufficienza cardiaca e diabete. La privazione cronica di sonno costituisce un fattore di rischio anche per la comparsa di obesità, mentre le apnee durante il sonno aumentano il rischio di sviluppare ipertensione arteriosa sistemica, infarto del miocardio e ictus. Uno studio ha inoltre rilevato che chi soffre di insonnia ha un rischio sette volte maggiore di abusare di alcol o droghe rispetto a chi invece dorme sonni tranquilli.
Coloro che soffrono di insonnia, devono essere curati con terapie previste dalle linee guida e non da farmaci off-label, con scarsa efficacia.
"Proprio perché c'è un'alta prevalenza e una comorbidità sostanziale dell'insonnia, i medici di base dovrebbero chiedere di routine ai pazienti se hanno problemi a dormire", affermano Charles Morin dell'Université Laval di Quebec City (Canada) e Ruth Benca dell'Università del Wisconsin autori della revisione.
In Italia, stando ai dati dell’associazione italiana per la medicina del sonno, sono circa 12 milioni le persone che hanno problemi a dormire, con disturbi come insonnia, apnee notturne, sindrome delle gambe senza riposo (RLS), narcolessia.
Chi soffre di insonnia ha difficoltà ad addormentarsi, alterazioni della fase di sonno profondo e accusa anche sintomi diurni come stanchezza, difficoltà di concentrazione e disturbi dell'umore. Quando questi sintomi vengono trascurati, il problema si cronicizza e si verificano episodi ricorrenti di insonnia. Inoltre, quasi il 70% dei pazienti continua ad avere sintomi anche a distanza di un anno e circa il 35% addirittura nei tre anni successivi. L'insonnia ha anche delle ricadute sociali ed economiche perché provoca scarsa produttività, assenze dal lavoro e costi di assistenza sanitaria elevati.
Per ciò che riguarda le cure, i ricercatori sono giunti alla conclusione che i farmaci, sia quelli da banco sia quelli su prescrizione, hanno scarse evidenze scientifiche per dimostrare quale farmaco funzioni meglio per i vari disturbi del sonno. Inoltre, alcuni dei farmaci più comunemente prescritti (come alcuni antidepressivi e antistaminici) non sempre hanno l'indicazione per il trattamento dell'insonnia e ciò evidenzia la necessità di fare ulteriori ricerche che valutino l'efficacia dei singoli farmaci.
Secondo il National Institutes of Health degli Stati Uniti soltanto due trattamenti (la terapia cognitivo-comportamentale e i farmaci ipnotici approvati) si sono dimostrati efficaci nel supporto al trattamento dell'insonnia. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è un trattamento che utilizza metodi psicologici e comportamentali come tecniche di rilassamento, privazione del sonno e principi di igiene del sonno (come dieta, esercizio fisico e giuste condizioni ambientali della camera da letto).
La CBT - efficace nel combattere l’insonnia - non comporta effetti collaterali ed offre benefici di lunga durata. Il problema è che c'è una carenza di professionisti in grado di applicare la CBT e quando si trovano sono per lo più professionisti che operano nel privato. "Una soluzione per migliorare l'accesso a questa terapia arriva dalla tecnologia che la rende accessibile attraverso consultazioni telefoniche e anche on line". Anche in Italia la CBT ha un'alta percentuale di successo: nei centri di medicina del sonno in cui viene eseguita con due mesi di terapia si ottiene il 75-80% di successi con il vantaggio che si mantengono gli effetti nel tempo perché si insegnano ai pazienti le tecniche a cui ricorrere in caso di bisogno.

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di Erika Noschese
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