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La ricerca nasce dalle pubblicità ingannevoli

Latte biologico e latte tradizionale: nessuna differenza nutrizionale


Latte biologico e latte tradizionale: nessuna differenza nutrizionale
26/04/2010, 13:04

Nessuna (o quasi differenza) nutrizionale tra il latte tradizionale e quello prodotto in maniera biologica.
Questo il verdetto di una ricerca della Cornell University, diretta dal professor Dale Baumann e pubblicata sul "Journal of Dairy Science".
Gli studiosi sono partiti dall'osservazione sulle insidie della pubblicità, che induce a ritenere come esistano differenza significative tra il latte tradizionale e quello rBST-Free, prodotto cioè senza l'utilizzo di un ormone (somatotropina bovina ricombinante) per aumentare la lattazione delle vacche.
Come spiegano gli esperti: "I consumatori hanno una scarsa conoscenza di come il latte viene prodotto, e la ricerca di informazioni per la maggioranza degli americani raramente si estende al di là dell'etichettatura sulle confezioni e la commercializzazione al dettaglio. Particolarmente preoccupante è che alcuni clienti possono percepire che questo tipo di speciale etichettatura indichi differenze di qualità, valore nutrizionale, o la sicurezza dei prodotti lattiero-caseari".
Gli scienziati hanno così messo sotto esame 292 tipi di latte, valutandone il potenziale nutrizionale e la composizione in acidi grassi.
Secondo il team della Cornell, i prodotti presentano solo differenze statisticamente statisticamente significative (ma ambigue) tra il profilo degli acidi grassi del latte biologico e convenzionale, ma nessuno di queste differenze è stata considerata rilevante. In altre parole, le varietà di latte valutate sono state considerate "Simili in qualità nutrizionali e salubrità".
Allora, i ricercatori concludono come, per migliorare la bevanda, bisogna considerare caratteristiche altre. Se, ad esempio, le mucche sono state nutrite con acidi grassi omega-3 il loro latte offrirà un bonus di elementi nutrizionali.
Per completezza d'informazione bisogna aggiungere che lo studio è stato finanziato dal colosso internazionale biotech Monsanto.

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di Nando Cirella
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