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Martinez (RnS): “Uomini, sì. Umani? I Dieci Comandamenti in piazza, vie per una vita buona”


Martinez (RnS): “Uomini, sì. Umani? I Dieci Comandamenti in piazza, vie per una vita buona”
05/09/2012, 10:05

Il Rinnovamento nello Spirito Santo, con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e con il placet della Conferenza Episcopale Italiana, alla vigilia del Sinodo speciale sulla Nuova Evangelizzazione indetto da Papa Benedetto XVI, organizza un evento nazionale denominato “10 Piazze per 10 Comandamenti”. Lungo le sere dei 5 sabati di settembre sarà tentata un’inedita rilettura del Decalogo, per ridire la legge di Dio agli uomini e per ridarne significati e attualizzazioni antichi e nuovi.

 

Proporremo a tutta l’Italia una riflessione creativa e un incontro vitale con i Dieci Comandamenti, con la loro attualità e attuabilità, proprio nei luoghi simbolici ed elettivi dello svolgersi della vita cittadina.

 

Sono state scelte undici importanti Città d’Italia e a ognuna di queste è stato associato uno dei Comandamenti: Milano, Torino, Verona, Firenze, Bologna, Genova, Napoli, Palermo, Bari, Cagliari, e Roma alla quale è stata abbinata l’affermazione introduttiva: “Io sono il Signore tuo Dio”. Nelle piazze, le più rappresentative prescelte per ognuna di queste Città, verrà organizzato con il medesimo format un incontro che richiamerà decine di migliaia di persone.

 

In un clima gioioso, adatto ad una piazza, si rifletterà su quei principi condivisi che scaturiscono dai Dieci Comandamenti, fondamento morale di tutte le legislazioni democratiche. Il Decalogo verrà proposto con una rilettura che andrà oltre il puro significato letterale dei testi, così da avvicinarlo agli uomini del nostro tempo, ai loro problemi e alle loro legittime attese. Dunque, in piazza non per “protestare”, ma per “proporre”; per individuare una piattaforma comune, condivisibile da tutti gli uomini di buona volontà, che riaffermi il primato dell’umano, di una vita umanizzata e umanizzante non aliena dai valori spirituali.

 

Sarà un evento di popolo di alto spessore ideale; una grande occasione d’incontro, uno strumento d’identificazione per il mondo cattolico, ma anche un sano segno di provocazione al “bene comune”, nel tempo della crisi, anche per i laici e per i non credenti. I Comandamenti sono precetti di “legge naturale”; sono indicatori di vera socialità, il portato di massima civiltà e di umanizzazione possibili, il “codice etico” imprescindibile delle nostre società.

 

 

Una risposta all’emergenza educativa

 

Dieci Comandamenti. Non è affatto scontato che si ricordino. É un comando di Dio, invece, impararli a memoria e trasmetterli ai propri figli: «Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai a casa tua, quando camminerai per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai...» (Dt 6, 6-7).

Il nostro rapporto con il Decalogo risale all’infanzia; per molti un ricordo sbiadito, come una poesia di Pascoli o di Leopardi; per altri una realtà ignorata, poichémai appresa. Coltiviamoun desiderio:  provare, con umile e profonda convinzione, a riordinare le idee a questa nostra umanità che ha smesso di credere, che non sa in chi credere, che a suo modo crede o ritiene di credere. Un’umanità che manca di un “principio spirituale unificatore” dell’esistente, di regole oggettive per dare nuova cittadinanza alla legge dell’amore.

 

Questo nostro mondo è complesso, disordinato, spesso indecifrabile. Una grande tragedia del nostro tempo, che sottende alla cosiddetta emergenza educativa, trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale. Ne consegue il cambiamento della  visione del reale, della percezione delle relazioni, con il risultato che si separa il senso morale dal valore dell’esistere, si perde la tensione verso le virtù, si smarrisce la passione per la conversione personale e comunitaria, per il senso del dovere, del sacrificio.

 

Chi pone rimedio a questi squilibri? Se non ci sveglieremo dal torpore che è sceso sulle nostre responsabilità educative, tornando a vivere in armonia con noi stessi, con le nuove generazioni, con le differenti visioni del mondo, noi renderemo la nostra terra sempre meno riflesso del cielo e l’uomo e la donna sempre meno riflesso del divino.

 

La legge morale, positiva, scritta nel cuore dell’uomo, è anzitutto una legge interiore, è quell’intima convergenza dell’animo umano verso il bene in quanto vero bene e ripugnanza del male in quanto male. Le leggi, i precetti religiosi, i costumi sono solo l’espressione esteriore e dipendono dai tempi, dalla natura sociale dell’uomo.

 

Ora l’uomo non è scindibile: l’uomo che vive con gli altri è l’uomo che vive nella sua interiorità. La falsità, la malvagità non esistono nella natura, sono solo un disordinato rapporto tra noi e la natura, un’alterazione, un’inversione di valori, un disequilibrio tra noi e il mondo esterno, fra noi stessi. È impossibile che la falsità sia buona, né che il male sia bello! È contro la coscienza umana. Solo dall’adesione interiore, profonda, dell’intimo dell’uomo con il vero, con il bello, con il buono le nostre azioni, le nostre attività pubbliche potranno produrre beni duraturi e di vero progresso umano.

 

Non si può costruire una comunità umana più giusta per tutti senza un disegno solidale di Stato e di società, senza una visione chiara e integrale dell’uomo e dei suoi molteplici rapporti, senza affrontare e risolvere le cause più profonde che sono alla base dell’attuale crisi, in particolare il grave calo di tensione morale e la perdita di riferimento a quei valori - un tempo vitalmente condivisi, al di là di ogni rinvio confessionale - che affondano le loro radici nella Tradizione giudeo-cristiana.

 

La sfida, dunque, è dare cittadinanza a livello culturale, educativo, formativo, sociale, politico ad una nuova dimensione interiore, spirituale dell’uomo. Nell’uomo di oggi, la mancanza di una dimensione interiore e spirituale, trascurata perché ritenuta anacronistica ed inutile, si fa percepire con nuovi segnali, con fenomeni che vanno considerati attentamente. Urge una cultura dell’interiorità, che sia autentica ricerca della verità interiore, vissuta con lucidità, consapevolezza, e senso critico.

Tale cultura non può rimanere ambito esclusivo di pochi esperti, deve trasformarsi in educazione permanente al valore degli affetti, dei sentimenti, degli ideali, delle memorie, perché queste “invariabili” tornino ad interagire, a completarsi a determinare autentici processi di redenzione umana, di liberazione dal male, di elevazione sociale. 

 

La gente chiede orientamento. Vuole un nuovo “sistema segnaletico”: non si orienta più nei labirinti di una vita che si vuole sempre più moderna e sempre meno umana e divina. I Comandamenti sono i migliori “districatori di modernità” possibili. In qualunque epoca e latitudine ricordano all’uomo chi è e cosa è bene che sia. Altrimenti l’uomo non conoscerà il suo cammino, resterà estraneo al suo stesso destino umano.

 

Dobbiamo invertire la rotta. Chiconosce la via sa anche dare valore alle cose, ha la misura delle cose. Molti dicono: “la vita è priva di valore, meglio la fuga”, semplicemente perché appare priva di ciò che la rende vera, forte, vivibile. Il verbo latino, la stessa parola italiana valere, significa “essere forti, sani, stare bene”. Era, per i romani, l’augurio di una vita felice, il saluto più ricorrente.

 

L’uomo “si svaluta”, perde di valore se non ha in sé ciò che gli attribuisce nuovo vigore, nuova forza. L’uomo non è una moneta, che se si svaluta non avrà mai in se stessa la forza di rigenerarsi. Nell’uomo c’è il valore di Dio, lo Spirito di Dio, la forza di Dio, la legge di Dio.

 

Non “divieti”, ma “promesse”

 

«La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi» (Sal 19, 8 ss).

 

Dunque, le “dieci parole”, sono la misura del nostro rapporto con Dio, con il prossimo, con noi stessi. Sono legge eterna d’amore; di un amore dato e ancora da ribadire e da esperimentare.

 

Dieci Comandamenti. Non è preciso definirli così o meglio così intenderli dopo la venuta di Gesù Cristo, il “perfezionatore” delle leggi date a Mosè: l’amore non si impone, l’amore non costringe! L’amore è bellezza, bontà, offerta della vita nella gioiosa rinunzia di sé.

 

A ben vedere, poi, i verbi ebraici non sono degli imperativi, ma dei futuri. Andrebbero tutti coniugati al futuro, come il primo comandamento. Si coniugano al futuro e si declinano nella nostra vita al presente, perché con essi entriamo nella realtà di Dio, “nel realismo della fede”.

 

Non sono divieti, al meglio consigli: sono promesse divine. Ed è straordinario osservare che queste “dieci parole”, per il popolo d’Israele, diventano “la legge”, la legge di un popolo che riceve da Dio la sua “costituzione” prima di diventare una “nazione” in una terra promessa.

 

La storia del popolo di Dio, che nelle “dieci parole” trova la sua identità e il suo destino, è la storia del mentre, non del principio. “In principio” è Dio; “nel mentre” la storia dell’uomo.

La rilettura del Decalogo è un’azione profetica, dal contenuto altamente profetico, in un tempo in cui il la fede sembra oscurata dalla presunzione umana di considerare Dio lontano, assente; al meglio un Dio da rendere presente con un “vitello d’oro”, surrogato dei desideri sfrenati dell’uomo.

 

Dobbiamo essere coscienti che il credere deve implicare la manifestazione della potenza di Dio, dei segni che ancora cadono dal Cielo come le “10 parole sul Monte”; che il Cielo è aperto su di noi; che nessuno sforzo umano, nessuna manovra finanziaria contro la crisi, nessuna scoperta scientifica, nessuna giustizia sociale basteranno mai a rendere plausibile, conveniente, accettabile, “compatibile” la nostra fede con il tempo corrente.

 

Il Decalogo ci dice come “vincere la vita eterna” e non fallire la vita terrena; come essere veramente uomini in un tempo che spesso rasenta la bestialità istintiva; come essere figli di Dio in un tempo in cui l’obbedienza alla Parola di Dio per molti credenti è una iattura, un incomodo, una pena, un limite alla modernità, al meglio una possibilità tra tante altre.

 

Del resto la storia si ripete: già gli ebrei fuggivano agli ordini di Dio, si ribellavano a Mosè e infrangevano “l’alleanza” che Dio aveva stipulato con loro.

 

Lasciamo, allora, che ancora Dio prenda l’iniziativa: non solo vuole la nostra liberazione dalle tante schiavitù moderne, ma vuole anche riaffermare la sua alleanza con noi. L’uomo non è mai, da solo, il protagonista della storia. Occorre includere Dio, reincludere Dio nell’orizzonte umano: Egli non è il limite della nostra libertà umana.

 

Un nuovo modo di essere uomini

 

Il Decalogo è il modus essendi della Trinità: Dio è amore! Il titolo generale che farà da sfondo al Progetto e al racconto di ogni singolo comandamento, infatti, è: Quando l’Amore dà senso alla tua vita…”.

 

Accogliere le “dieci parole” significa partecipare alla vita intima di Dio; riscoprire che Dio è amore, non per quello che comanda o fa, ma per quello che è, per la Sua presenza compassionevole nella storia.

 

Il progetto “Dieci Piazze per Dieci Comandamenti” ha in sé il valore di una sfida dinanzi ad alcune evidenze che vorremmo provare a superare. Sentiamo come un dovere non ignorarle e provare a vincerle.

 

Dobbiamo vincere un falso laicismo, che vorrebbe si “desse a Cesare quel che è di Dio” e a Dio indifferenza e disprezzo. Dobbiamo vincere un falso naturalismo, che vorrebbe l’uomo rassegnato dinanzi all’ineluttabile male che attanagliala storia. Dobbiamovincere un falso moralismo, che sta riducendo il cristianesimo ad una precettistica sterile di regole, che non convincono più nessuno della loro bontà e della loro potenza. Dobbiamo vincere un falso ritualismo, che vorrebbe nella ripetizione stanca di formule liturgiche l’espressione della nostra fede. Dobbiamo vincere un falso messianismo, che riduce il cristianesimo ad un giudizio critico sulla realtà, senza compromissione, senza impegno per cambiarla, una fede che si fa pensiero, cultura, giudizio sulla realtà senza alcun impegno per cambiarla.

 

Proviamo, infine, a “spigolare” inoltrandoci nei meandri dei Dieci Comandamenti.

 

Io sono il Signore Tuo Dio

 

La crisi dell’uomo moderno è crisi di Dio, eclissi di Dio, ignoranza di Dio, avversione a Dio. La speranza degli uomini è delusa perché riposta fuori di Dio. L’uomo sottopone la propria vita, il proprio futuro, tutto ciò che di buono possiede ad altri “signori”. Lungo sarebbe l’elenco di tutte le “false signorie” proposte dallo spirito del mondo opposto allo Spirito di Dio.

 

Non avrai altro Dio all’infuori di me

 

Gli idoli sembrano godere di ottima salute, Dio sembrerebbe invece suscitare minor fascino nell’uomo moderno. Eppure si tratta di “idoli muti”, che non possono salvare il cuore dell’uomo nel suo più recondito bisogno d’amare e di essere amato. Quanti scimmiottamenti, quante contraffazioni del vero volto di Dio! Si guerreggia nel nome di Dio, ma Dio è uno. Se è “uno” non si può essere in conflitto, in perenne conflitto tra generazioni e popoli.

 

Non nominare il nome di Dio invano

 

In quanti modi si insulta Dio, si bestemmia il suo nome, si altera la sua vera essenza. È poi facile usare il nome di Dio, piegandolo ai propri bisogni. Quanti falsi profeti abusano degli altri, specie dei “deboli” in nome di Dio. Quanti credenti poi si “autoassolvono” dandoa Dio ilnome “misericordia” dimenticando che il suo nome è anche “verità” e “giustizia”.  

 

Ricordati di santificare le feste

 

La festa, e dunque il riposo dal lavoro, è lo spazio offerto all’intimità con Dio. È tempo riservato alla riscoperta di se stessi in rapporti di vera fraternità con gli altri. Assistiamo allo snaturamento di questa verità: la festa non alimenta nell’uomo il bisogno di Dio, piuttosto la dimenticanza, sempre più sinonimo di consumismo, di piacere, di acquisizione e godimento dei beni materiali.

 

Onora il padre e la madre

 

I figli nascono da un padre e da una madre, non da donatori di sperma o da uteri prestati all’insegna di una nuova etica sociale. Quanti figli orfani di paternità negate o rifiutate anche dalle stesse legislazioni umane! Come potranno dei figli onorare i loro padri e loro madri se questi rimangono “anonimi”? Chi onora il padre e la madre rispetta la propria storia, le memorie familiari che danno identità sociale.

 

 

 

 

Non uccidere

 

Si può uccidere in tanti modi, non solo con le armi: uccidono anche la lingua, l’ignoranza, il silenzio. Non uccidere è anche difenderela vita. Sempre, non solo quando si può o conviene. La vita: nel suo iniziare, nel suo svolgersi, nel suo finire. La vita non vamai mortificata. Neltempo della crisi non si possono favorire nuovi assassini: i suicidi sono spesso figli di una povertà provocata o di un benessere sfrenato che poi d’improvviso scompare.

 

Non commettere atti impuri

 

Si commettono atti impuri anche solo per emulazione, per una cultura ossessiva che fa della liberalizzazione del sesso uno dei più grandi business commerciali, proprio a partire dallo svilimento della dignità dell’uomo e della donna. Non è il rendere la prostituzione più “decente” che la rende meno “sfruttamento del corpo”, altrimenti prima o poi anche la pedofilia sarà socialmente compatibile con i “bisogni della modernità”. È impuro non conservare l’unità tra corpo e spirito, violentare lo spirito in nome del benessere corporale.

 

Non rubare

 

Il furto è un’intenzione cattiva che è dentro di noi. Non è poi solo il “non rubare all’uomo”, ma anche il “non rubare l’uomo”, cioè privarlo del suo tempo, della sua dignità del suo futuro di giustizia e di pace. Occorre educare ad essere generosi di cuore, esperimentando l’economia del dono, della gratuità. La radice del “non rubare” è anche il possedere: si ruba perché non si è mai soddisfatti di quello che si ha, pervasi dalla bramosia dell’avere e dell’accumulare.

 

Non dire falsa testimonianza

 

Anche la falsa testimonianza è dentro di noi come menzogna, come bugia, come ammorbidimento della verità. Un atteggiamento che si fa cultura, che si stabilizza nell’uomo come simulazione, finzione, verosimiglianza della realtà sostituita dalla fiction. Stare dalla parte della verità, difenderla, è atto di giustizia e di amore verso se stessi e verso gli altri.

 

Non desiderare la donna d’altri

 

“La donna d’altri”. Sembra un comandamento al maschile. Ma è, oggi, anche “l’uomo d’altre”. La donna, l’uomo, non sono una cosa che si desidera, che appartiene a qualcuno come una “cosa”. Quanti delitti passionali, quanta violenza domestica, quanta discriminazione del genere femminile rispondono a questa logica disumanizzante.

 

 

Non desiderare la roba d’altri

 

L’invidia sta alla base di questo e del precedente comandamento. É il più “socievole dei vizi”. La modernità ha esaltato la cultura dell’invidia. Nelle società civili avanzate, in Occidente, il presupposto della democrazia è l’uguaglianza: “io devo avere gli stessi diritti degli altri”. Ma questo non significa soffrire “il complesso dell’essere identici”, cioè di possedere le stesse cose degli altri, divenendo schiavo delle cose, oppure impoverendosi, indebitandosi, ammalandosi per quelle che si invidiano e non si possono possedere.

 

La “nuova evangelizzazione” ha bisogno di gesti e di luoghi; di nuovi “aeropaghi”, secondo la definizione del Beato Giovanni Paolo II, il quale invocava anche “nuovo ardore, nuovi metodi, nuove espressioni”. La speranza è che il progetto Dieci Piazze per Dieci comandamenti vada in questa direzione. Come è confortante il Sal 118, 5: «Siano diritte le mie vie nel custodire i tuoi precetti. Non dovrò arrossire se avrò obbedito ai tuoi comandamenti». 

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di Redazione
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