Salute e benessere / Salute

Commenta Stampa

Si assiste ad un boom di “sumo-baby"

Obesità infantile, c’è anche il rischio discriminazione!


Obesità infantile, c’è anche il rischio discriminazione!
22/04/2012, 11:04

ROMA - Dobbiamo ritornare sull’argomento Obesità, anche se trattato di recente, poichè nuovi dati allarmanti sulla diffusione del fenomeno arrivano anche dalle nostre parti. Addirittura si assiste ad un boom di “sumo-baby”, anche se il fenomeno per ora è diffuso soprattutto all’estero, in particolar modo nel Regno Unito, dove negli ultimi quattro anni è aumentato del 50% il numero di neonati obesi, che vengono al mondo cioè con un peso superiore ai 5 chilogrammi.
Un fenomeno, avverte la stampa d’oltremanica , dovuto soprattutto ai chili di troppo delle mamme: la Gran Bretagna è uno dei Paesi europei maggiormente colpiti dall’epidemia di obesità fra gli adulti. L’ultimo caso risale a novembre, quando a Ipswich è nata Niamh Martin, una 'femminuccia' di quasi 7 kg.
In Italia "non assistiamo ad un allarme del genere - spiega Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri - che si spiega in primo luogo con un mancato monitoraggio della gestante durante i nove mesi di attesa. Una futura mamma obesa o diabetica ha molte probabilità di dare alla luce un figlio con un peso già eccessivo alla nascita. Mediamente un bebè maschio dovrebbe pesare 3,5 chilogrammi e una femmina 3,2. Il parametro da utilizzare è quello dell’indice di massa corporea, dunque varia in funzione anche dell’altezza del piccolo. Ma diciamo che se un neonato supera i   4,2-4,3 chilogrammi può già essere considerato troppo grosso".
Una situazione preoccupante "perchè è difficile intervenire per modificarla, anzi: si può considerare irreversibile", spiega l'esperto: "un bimbo che nasce già di 4-5 chilogrammi è destinato a   rimanere obeso, perchè nei primi sei mesi di vita si fissa il numero   di cellule adipose nell’organismo, che non si può più ridurre.  
Secondo Tam Fry del National Obesity Forum , infine i “sumo-baby” aumentano anche "il pericolo di complicanze durante il parto: devono quasi sempre nascere attraverso taglio cesareo, oppure se si opta per quello naturale ci sono difficoltà legate alla dimensione del bimbo".
Come dicevamo sopra, in passato, abbiamo già trattato l’argomento, citando un recente rapporto stilato dall'Istituto Auxologico di Milano in merito al problema dell'obesità, nel quale è risultato che il 36 per cento dei bambini italiani attorno agli otto anni di età vive in sovrappeso.
Al Sud Italia, in linea con la media nazionale, con picchi tutt'altro che rassicuranti, il problema è decisamente presente. Diversi i motivi che hanno portato, negli anni, a queste cifre: in primis il cambiamento delle abitudini di vita dei bambini: le giovani generazioni, molto spesso, hanno accantonato quella dieta mediterranea con cui erano cresciute le precedenti generazioni, “americanizzando” la propria alimentazione. Nelle mire dei nostri ragazzi finiscono spesso moltissime bibite gasate, da tempo al centro delle polemiche. Poi, la mancanza di una adeguata attività fisica che contribuisca alla formazione psico-fisica delle generazioni future e la sedentarietà di questi, sempre più spesso attirati da videogiochi, televisione e personal computer che costituiscono quasi una barriera nei confronti del mondo esterno.
Ma l’obesità che già è un problema psicologico per moti bambini, sta diventando anche un problema discriminante.    L'obesità è diventata lo stigma numero uno secondo lo studio di un gruppo di ricerca della Yale University che ha analizzato le segnalazioni auto-riferite da un campione di obesi, comparandole con quelle per altri fattori di discriminazione.
“Questi risultati mostrano la necessità di trattare la discriminazione sulla base del peso corporeo come una forma di pregiudizio a tutti gli effetti - ha affermato Rebecca Puhl, ricercatrice al Rudd Center for Food Policy & Obesity alla Yale University e autrice dello studio - paragonabile ad altri pregiudizi come quelli sulla razza o sul genere che già ricevono protezione legale”.
Il Rudd Center della Yale è gemellato con il Cido, Comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari e la sua presidente e fondatrice, Angela Ferracci conferma che l'obesità anche in Italia ha superato ogni altro fattore di discriminazione.
“C'è discriminazione per gli obesi in ambito sanitario perchè non ci sono i macchinari per fare gli esami - afferma Ferracci - e c'è discriminazione sul lavoro perchè, se non si può licenziare, inizia il demansionamento e il mobbing. Gli obesi non sono “gradevoli” e sono ritenuti sciatti e inaffidabili perchè non risolvono i loro problemi di peso. Non si è capito che l'obesità è una malattia”.
Sul web la comunità delle persone sovrappeso si è organizzata.
I “Ciccioni contro la discriminazione” hanno creato un blog e un gruppo su facebook, dove non mancano i racconti di chi ha deciso di lasciare il lavoro dove veniva discriminato.
Il Cido ha realizzato nel 2007 un osservatorio nazionale e ora è pronto ad assistere le persone legalmente.

Commenta Stampa
di Rosario Scavetta
Riproduzione riservata ©