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Ferve il dibattito prima dell'approvazione del Parlamento

Sul decreto Romani, aumenta il coro di no


Sul decreto Romani, aumenta il coro di no
03/02/2010, 20:02

ROMA - Ancora polemiche sul cosiddetto decreto “Romani” che prende il nome dal viceministro delle Comunicazioni. Il decreto che in realtà converte una direttiva europea nel nostro ordinamento, ha suscitato dubbi soprattutto tra gli addetti ai lavori.  Infatti all’interno del decreto di conversione il Governo ha introdotto delle misure che risulterebbero restrittive per la libertà dei milioni di internauti. In realtà il decreto “Romani” stando ad una prima lettura del testo, paragona Internet ad una grande televisione. Giusto  per citare un esempio, per quanto concerne i contenuti caricati su YouTube non potranno essere diffusi liberamente . La notizia del decreto è arrivata anche negli Stati Uniti: si parla di un caso unico nel mondo occidentale con esplicito riferimento all'articolo 17 della disposizione che introduce la necessità di ottenere un'apposita autorizzazione per la diffusione su Internet di contenuti audiovisivi. Una norma che è stata bollata Oltreoceano come "anti-YouTube".
Anche per il web, inoltre, si torna a parlare dell'obbligo di rettifica, come accade nel caso dei telegiornali tendendo a responsabilizzare i provider per i contenuti pubblicati in Rete dagli abbonati.
Ma a  disturbare il viceministro sarebbero i, in particolare, le osservazioni dell'Agcom "che inopinatamente accostano l'intervento del governo a regimi autoritari". E riferendosi agli esempi tirati in ballo (su tutti la Cina) dichiara che "non abbiamo nessuna intenzione di avvicinare il Paese a modelli di questo tipo". Niente censura, spiega, ma solo la volontà di affrontare la questione dello sfruttamento commerciale di video realizzati da terzi e resi disponibili on demand: "riteniamo che questo tipo di servizio debba essere assimilato al video on demand tradizionale". Anche la direttiva UE, entrando nel merito, assimilerebbe "le web tv e il live streaming alla televisione". E in questo senso è da intendere la scelta di prevedere la responsabilità editoriale per i siti con video on demand, "prevedendo un catalogo di contenuti sfruttati a fini commerciali": non di una forma di censura, quindi, ma "semplicemente di aspetti amministrativi". Esprime, dunque, la possibilità che su questo punto il testo venga meglio precisato.
Il vertice dell'Agcom, secondo il viceministro Romani, avrebbe infatti dovuto agire in quello "spirito collaborativo e costruttivo, nel rispetto delle rispettive competenze" all'insegna del quale si erano attenuti i comportamenti del Governo "rispetto all'Autorità, alla sua indipendenza e alla sua competenza". Calabrò, da parte sua, presentando le sue osservazioni in un'occasione istituzionale come l'audizione in Parlamento, aveva lamentato proprio l'assenza di consultazione da parte del Governo.

 

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di Mario Aurilia
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