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La polizia fa fuoco sulla folla, altri 9 morti

Bangkok: massacro in città e resa delle camicie rosse


Bangkok: massacro in città e resa delle camicie rosse
19/05/2010, 21:05

BANGKOK - Alla fine, dopo oltre sei settimane di tensione accumulata, è finita nel peggiore dei modi la lunga e pervicace protesta delle "camicie rosse". Dopo la morte del fotoreporter italiano Fabio Polenghi, altre nove vittime si sono registrate nel tempio buddista Wat Phatum. La polizia, infatti, nonostante la folta presenza di donne e bambini, non ha esitato ad aprire il fuoco contro coloro che si erano rifiugiati nella pagona che si trova all'interno dell'accampamento ribelle.
Le forze governative hanno agito con decisione, assaltando in massa le barricate posizionate al centro della citta, dove si erano asserragliati gli ultimi sostenitori di Thaksin Shinawatra. I capi della rivolta hanno tentato un debole contrattacco ma, fiaccati dalla scarsità di viveri, armi e carburante e sotto fuoco pesante, dopo il ferimento di altre 58 persone e l'uccisione di 6, hanno deciso di arrendersi. Nonostante i leader "rossi" abbiano gettato la spugna, però, i disordini non si sono placati e i fuochi dolosi appiccati in pieno centro città non si contano.
Distrutto, tra i vari edifici, anche il più grande centro commerciale del Sud-Est asiatico; con la sede di Canale 3 prima occupata e poi data alla fiamme da quelli che sono oramai cani sciolti e rabbiosi. Intanto il governo ha annunciato che è prevista la pena di morte per tutti coloro che si adopereranno in atti terroristici ed incendi ed ha totalmente oscurato sia facebook che twitter per evitare nuove possibili azioni di coordinamento tramite il web. Stessa sorte l'anno subita le tv di stato che da oggi potranno trasmettere solo programma preventivamente autorizzati.
Poche ore prima le autorità sfondavano le barricate dell'accampamento della camicie rosse e, armati di M16, intimavano la resa agli occupanti delle tende con la minaccia della fucilazione. Proprio in mattinata, uno dei principali capi della protesta, Jatuporn Prompan, ha parlato ai suoi dal palco dell'accampamento: "Mi scuso con voi, ma non voglio altre vittime. Anch'io sono distrutto. Ci arrenderemo". Le autorità hanno costretto alla resa praticamente tutti i dirigenti "rossi" e, anche l'altro influente leader Nattawut Saikua, si è consegnato agli agenti tentando di rassicurare e placare i suoi compagni di rivolta:"Non preoccupatevi, tutti andranno a casa in condizioni sicure. Non perderemo la nostra libertà per un tempo lungo".
Non tutti però hanno abbandonato la protesta e, in diversi, si sono sparpagliati per la capitale thailanedese appiccando incendi ed adoperandosi in azioni di guerriglia contro la polizia. Dal suo esilio volontario per sfuggire all'arresto a causa di una condanna per corruzione, l'ex premier populista Tanksin pare voler fomentare ulteriormente i suoi per ora domani sostenistori:"C'è una teoria che dice che la repressione militare può diffondere rabbia e queste persone arrabbiate diventeranno guerriglieri". Parole che suonano minacciose e pericolose; oltre che poco rispettose dei già 68 caduti (in prevalenza civili) e 1700 feriti.

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di Germano Milite
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