Dal mondo / Medioriente

Commenta Stampa

La ritirata "buonista" dei soldati Usa dall'Iraq


La ritirata 'buonista' dei soldati Usa dall'Iraq
19/08/2010, 18:08

Con grande strepito e titoli a 9 colonne, oggi si legge che i soldati americani se ne vanno dall'Iraq. Il presidente Barack Obama l'aveva promesso che entro il 31 agosto 2010 i soldati se ne sarebbero andati dall'Iraq e quindi ha mantenuto la promessa.
Manca solo il "fesso chi ci crede", che si usava da bambini. Infatti comunque restano 50 mila soldati statunitensi, in Iraq. Una intera Armata, quanto basta per invadere e conquistare qualunque Paese dell'area, a parte Israele. Persino l'esercito iraniano o quello saudita o quello egiziano, che sono i più numerosi, si troverebbero a mal partito in caso di uno scontro in campo aperto con le forze statunitensi. In realtà si tratta di una riduzione temporanea, in attesa dalla fase tre dell'operazione, che è rimasta sospesa per 7 anni (la fase 1 era la distruzione delle Twin Rowers e l'invasione dell'Afghanistan; la fase due l'invasione dell'Iraq, la tre è l'invasione dell'Iran). Tra un anno al massimo, appena finisce il periodo di riposo di un adeguato numero di truppe, si riorganizzerà la forza di attacco. Naturalmente per allora ci sarà qualche scusa che giustificherà quell'attacco.
Intanto restano i soldati ed arriveranno presto i contractors. Si tratta di società che lavorano a contratto per il governo americano, e che nominalmente si occupano dei servizi di sicurezza all'interno degli edifici, della ricostruzione, degli approvvigionamenti e così via. In realtà finora si sono distinti per ben altre attività: omicidi di civili, bombe davanti alle moschee, rapimenti di centinaie di bambine ed adolescenti irachene, portate con la forza in bordelli riservati ai soldati Usa e cose del genere. La più nota è la Blackwater, che era coinvolta anche nelle torture agli iracheni incarcerati, ma non è certo l'unica. La maggior parte di esse erano state allontanate, dopo i tanti scandali successi; ma adesso ritorneranno in forze. Ufficialmente è per la ricostruzione civile, cosa che non è stata fatta in questi 7 anni di invasione. Ma in realtà? Vedremo.
Un'altra cosa che tutti i giornali sottolineano (addirittura Repubblica.it lo mette nei titoli) è che in Iraq non si combatte più. Per carità, cosa verissima, ma anche molto nota. Infatti sono 7 anni che non si combatte. I combattimenti sono cessati 48 ore dopo che l'esercito Usa inizio l'invasione terrestre, con il 90% dei soldati iracheni che disertarono, buttarono la disiva, nascosero armi e munizioni e andarono in giro come civili. Non c'è mai stato un esercito, a combattere in Iraq. Ma l'eliminazione di una persona fortemente laica come Saddam Hussein (laica per convenienza, perchè semplicemente, come tutti i dittatori, non voleva dividere il potere con i vertici del potere religioso) ha semplicemente dato la stura all'estremismo islamico, che ha trovato terreno fertile nell'odio della popoalzione irachena contro gli invasori in divisa. E quindi ecco i kamikaze, gli attentati e così via, che stanno erodendo la sicurezza dei soldati americani che agiscono senza avere alcun risultato. Quindi finiti i combattimenti? Certo, ma non finiranno gli attacchi esplosivi ai centri reclute o ai ministri o ai vertici delle forze armate irachene o dello spionaggio. E con loro la pagheranno tutti i civili che saranno così sfortunati da stare lì.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©