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La storia di Francesco La Mura appena rientrato dall'Egitto


La storia di Francesco La Mura appena rientrato dall'Egitto
04/02/2011, 09:02

Sono storie quotidiane, raccontate da immagini al telegiornale e da interviste rubate alle voci di chi soffre, di gente come noi altri che con noi altri non ha più nulla in comune. Storie delle quali non penseresti mai di far parte; sono lontane, la televisione è un pannello troppo spesso e finisce col proteggere chi le guarda e mistificare una realtà che di reale ha davvero tanto.
Il popolo d’Egitto lo ha vissuto e continua a viverlo e lo ha vissuto anche chi, come me, per casualità o mera coincidenza, in quei giorni di rivolta era presente al Cairo.
Il Cairo, una città che non dorme mai, con le sue luci riflesse nelle acque torbide del fiume Nilo e il sorriso della gente povera che raramente mendica . Non puoi non sentirtene parte. Il Cairo ti adotta e diventi suo figlio. E cosi, quando la tragedia ha inizio, non puoi più sentirti spettatore, non c’è schermo, non c’è un cinema, c’è solo il sangue di chi sta lottando per sopravvivere, di tanti, troppi giovani come me, che, abbandonate le proprie case, non vi faranno più ritorno. Si corre tra gli innumerevoli corridoi dell’Ospedale Kasr El Aini, si cerca di fare il possibile. Ma il flusso di feriti non accenna a diminuire. E non c’è più turno, guardia o reperibilità. I colleghi Egiziani lasciano le proprie case e, non curanti del pericolo incombente, giungono in Ospedale per dare una mano. Si riescono ad allestire tredici sale operatorie che lavorano senza interruzione per 24 ore, si salvano tante vite, per tante altre non ci sarà nulla da fare. Si deve lavorare senza sosta perché fermarsi a riflettere potrebbe condurti alla pazzia; eppure, per chi come me, è lontano dal proprio paese e da oltre 30 ore non riesce a contattare la propria famiglia, la tragedia personale diventa un tutt’uno con la tragedia di un popolo intero. E, tra un intervento e l’altro, ci sono le voci dei colleghi, miei coetanei, che mi spingono ad andare via. Mi ripetono di contattare l’Ambasciata e di far ritorno in Italia, perché al Cairo non sarei stato più al sicuro. Cominciano gli innumerevoli tentativi per contattare l’Ambasciata Italiana; lunghe attese al telefono dell’ospedale, poi il sollievo di sentire una voce all’altro capo di un telefono, la richiesta di un favore, quasi una preghiera, quella di contattare i miei cari in Italia per comunicargli che sto bene e poi, subito l’angoscia, la straziante angoscia di vedersi negata quella possibilità, perché dopo tutto, sono tante le persone che stanno chiamando e l’Ambasciata non può farsi carico di tutte le richieste. E non può neanche farsi carico di fornirmi un mezzo per raggiungere l’aeroporto quando, poche ore più tardi, la mia famiglia in Italia riesce a prenotarmi un volo per far ritorno a casa. Resto in silenzio, forse per minuti, lo sguardo perso nel vuoto e la cornetta sulla scrivania. E non riesco più a canalizzare le pulsioni, non so se sentirmi in pericolo per la rivolta o abbandonato da chi invece avrebbe dovuto offrirmi aiuto. I miei colleghi lo notano, gli racconto gli esiti della telefonata, mi guardano increduli.
Domenica 31 Gennaio riesco a prendere un volo che mi riporta a Roma. Sono i miei amici Egiziani, i colleghi e i veri eroi di questa rivoluzione che, noncuranti del pericolo, del coprifuoco, delle ronde di quartiere e dei carri armati per le strade di una città ormai fantasma, mi conducono al terminal dell’aeroporto. A tutti loro devo il mio ritorno in Italia.
Io non posso che aver tratto numerosi insegnamenti da questa inaspettata quanto tragica vicenda. Spero che, come me, lo faccia anche chi avrebbe potuto fare e non ha fatto.


Francesco La Mura

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di redazione
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