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L’economia e la politica della riduzione delle tasse in Usa


L’economia e la politica della riduzione delle tasse in Usa
21/09/2010, 09:09


WASHINGTON - “L’unica cosa che vi posso dire è che il Congresso continuerà la riduzione delle tasse per la classe media”. Parla Nancy Pelosi, parlamentare democratica della California e presidente della Camera dei rappresentanti. Si tratta ovviamente del dibattito politico di estendere la riduzione delle tasse approvata dall’amministrazione di George Bush nel 2001. Il nodo però è se l’estensione si applicherebbe anche ai ceti più alti e cioè a dire le famiglie con reddito superiore ai 250.000 dollari annui. Nella campagna presidenziale del 2008 Barack Obama disse che lui favoriva la scadenza della riduzione per questi benestanti ma continuarla per tutti gli altri. I repubblicani ovviamente hanno sempre voluto mantenere la riduzione per tutti. Con la data di scadenza vicina, bisogna agire o in caso contrario le tasse aumenterebbero per tutti. Considerando la situazione economica con una ripresa molto lenta che continua a preoccupare, l’aumento delle tasse è visto in luce negativa. Il mito è che le tasse vanno ridotte durante i periodi di calo economico onde stimolare lo sviluppo. Per i repubblicani le tasse vanno sempre ridotte non importa se l’economia lo richieda o no. La riduzione fiscale fa parte del DNA repubblicano senza considerare gli effetti al deficit oppure l’impatto all’economia. Si crede che più soldi in tasca ha la gente e più ne spende e così si stimolano le attività economiche che eventualmente creano posti di lavoro. Non necessariamente dicono alcuni economisti. Mantenere le riduzioni fiscali di Bush avrebbe un effetto positivo all’economia nel caso della classe media, definita con un massimo di 100.000 dollari annui. Le famiglie in questo gruppo probabilmente spenderebbero tutti i loro risparmi ricevuti dalla riduzione fiscale. Si tratta di 2.900 dollari annui per quelli con reddito di 50.000 e 4.500 per coloro con reddito di 100.000. Nel caso dei benestanti, definiti con reddito di 250.000 annui o più, la riduzione di tasse sarebbe di una media di quasi 11.000 dollari. Che cosa farebbero questi individui con questi risparmi? Difficile dire dato che in un modo o nell’altro non avrebbero un grande effetto al loro standard di vita. Quanti posti di lavoro hanno prodotto queste riduzioni di tasse ai benestanti dal 2001 fino ad oggi? Come ha detto la Pelosi, gli sgravi fiscali ai benestanti “non hanno creato posti di lavoro; hanno semplicemente ingrandito il deficit”. Ciò naturalmente vuol dire che tutti i cittadini pagano gli interessi per il deficit che eventualmente beneficiano gli investitori stranieri. La riduzione delle tasse nel clima politico attuale è però complessa perché deve fare i conti con l’ideologia. Nel caso di Obama si tratta di mantenere una promessa politica. Il problema è che aumentare le tasse, qualunque tassa, sarà usata dai repubblicani come strumento per attaccare i democratici. D’altra parte però un recente sondaggio indica che il 54% degli americani crede che sarebbe giusto aumentare le tasse ai benestanti. Ciò non schiarisce perfettamente il cammino a Obama e ai democratici che al momento sono in controllo di ambedue le camere legislative. Date le incertezze politiche e le vicine elezioni di midterm, si farà un compromesso. Con ogni probabilità tutte le riduzioni fiscali approvate da Bush saranno estese ma quelle per i benestanti avranno un’estensione temporanea di un anno o due. Anche parecchi senatori repubblicani hanno affermato che nonostante il loro desiderio di dare permanenza alla riduzione delle tasse potrebbero accettare un’estensione temporanea e poi decidere in modo definitivo una volta usciti dalla crisi economica. Si tratterebbe dunque di una vittoria per tutti. I repubblicani guadagnerebbero ideologicamente perché continuerebbero a dimostrarsi paladini dei benestanti. I democratici otterrebbero qualche beneficio politico alle elezioni di novembre. Perderebbe l’economia perché gli sgravi fiscali ai ceti alti non si traducono in nuovi posti di lavoro. Sfortunatamente quando l’economia si mescola alla politica, causa disagi perché i politici cercano di proteggere se stessi e non quelli che li hanno eletti.

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di Domenico Maceri - Corrispondente Usa
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