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Smentito il “cessate il fuoco” annunciato da Tripoli

Libia, i ribelli combattono per la conquista di Sirte

È mistero sulla sorte di Iman al-Obeidi. Liberata?

Libia, i ribelli combattono per la conquista di Sirte
28/03/2011, 18:03

TRIPOLI – Nessun “cessate il fuoco”. La notizia annunciata dal ministro degli Esteri libico, che aveva garantito in mattinata uno stop ai bombardamenti sulla città di Misurata, è stata smentita. Le truppe fedeli a Muammar Gheddafi, infatti, continuano a bombardare la città e la cronaca di questa giornata libica non differisce da quella dei giorni scorsi. Proprio a Misurata, terza città libica situata 150 chilometri a est di Tripoli, infatti, ci sarebbero stati 112 morti e 81 feriti in nove giorni, a causa dei continui bombardamenti effettuati dalle truppe del colonnello. Lo riportano i membri del Consiglio di transizione su alcuni blog libici, specificando che in tre settimane ci sono stati 1.300 feriti. Oggi, sarebbero state uccise sette persone. Continuano gli scontri, dunque, e prosegue l’avanzata verso ovest dei ribelli, che puntano su Sirte, città natale del raìs: riconquistata l’intera zona petrolifera in Cirenaica, infatti, i ribelli, aiutati dai raid della comunità internazionale, avanzano verso Sirte, senza trovare opposizione. La caduta di Sirte, baluardo del regime libico, sarebbe un colpo simbolicamente molto importante per gli insorti.
Sul fronte diplomatico, invece, dopo l’assunzione del comando di tutte le operazioni da parte della Nato, c’è attesa per il summit di domani a Londra. Alla vigilia del vertice la Russia è tornata a criticare duramente l’operazione militare in corso. Secondo il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, l’intervento militare della Nato non rispetterebbe la risoluzione Onu 1973. Dal canto suo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, anticipando i temi dell’incontro, ha detto questa mattina: “Il nostro dovere istituzionale è eliminare le distanze, trovare una soluzione condivisa non solo tra i quattro più grandi Paesi europei, ma con tutti gli alleati”. Della necessità e dell’urgenza di una soluzione politica parla a sua volta anche la Turchia, che si candida a “mediare” con Gheddafi. Il premier turco, Recep Tayyp Erdogan, infatti, si è offerto di mediare un cessate il fuoco per evitare che il Paese si trasformi in “un secondo Iraq” o “in un nuovo Afghanistan”. Intanto, in attesa del discorso di Barack Obama, che nella notte italiana parlerà alla nazione della partecipazione degli Usa all’operazione in Libia, gli occhi sono puntati sulla conferenza di domani a Londra, a cui parteciperanno i capi delle diplomazie di 35 Paesi.

È MISTERO SULLA SORTE DELLA DONNA CHE HA ACCUSATO DI STUPRO LE TRUPPE DI GHEDDAFI
A due giorni dal suo arresto, resta incerta la sorte di Iman al-Obeidi, la donna che aveva denunciato sabato, davanti alla stampa straniera riunita in un albergo di Tripoli, di essere stata stuprata e torturata dalle truppe di Muammar Gheddafi. Le autorità libiche hanno reso noto di averla liberata, proprio mentre su al-Jazeera i suoi genitori dichiaravano che la figlia “è tenuta in ostaggio nel bunker di Bab al-Aziziya, fortezza di Gheddafi a Tripoli, e non è stata rilasciata”. La madre ha poi detto che sua figlia ha abbattuto “una barriera che nessun altro poteva tirar giù”, denunciando lo stupro. Secondo la madre, le autorità starebbero cercando di convincere Iman “a ritirare le accuse, in cambio della libertà e di altri favori, come una casa nuova o dei soldi”. “La donna è stata liberata” ha dichiarato invece il portavoce del governo, Moussa Ibrahim, sottolineando che si tratta di “un caso criminale, non politico”. Ha poi aggiunto che i membri dell’esercito accusati dalla donna “hanno presentato una denuncia contro di lei per diffamazione e denigrazione; la procura prosegue la sua inchiesta, anche dopo che la donna ha rifiutato di sottoporsi a un esame medico”. Iman Al-Obeidi, con le lacrime agli occhi, era entrata sabato nell’Hotel Rixos per cercare di raccontare la sua storia ai giornalisti stranieri: aveva mostrato cicatrici, lividi e profondi graffi, sul volto e sulle gambe, e segni ai polsi e alle caviglie apparentemente provocati da lacci o catene. Violentata e torturata da 15 uomini “perché originaria di Bengasi”, roccaforte dei ribelli. La donna era poi stata arrestata e portata via a forza in un’automobile.

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di Antonio Formisano
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