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Il New York Times:"Guerra complessa, è solo l'inizio"

Libia: Obama perplesso su fornitura armi ai ribelli

Tra i gruppi anti-gheddafi anche appartenenti di Al-Qaeda

Libia: Obama perplesso su fornitura armi ai ribelli
30/03/2011, 18:03

WASHINGTON - Muhammar Gheddafi "ha oramai i giorni contati" ed è pienamente consapevole che "Il cappio si sta stringendo". Con queste parole, in una lunga intervista concessa alla Nbc, il presidente Barack Obama tenta di rassicurare gli americani sul nuovo conflitto esploso da oramai diverse settimane. Riguardo le voci di una possibile fornitura di armi garantita ai ribelli, l'inquilino della Casa Bianca temporeggia e resta nell'ambiguo:"Non dico che lo faremo - sostiene - ma stiamo valutando ciò che faranno le forze di Gheddafi".
I precedenti attacchi ed in particolare i raid aerei che hanno colpito l'esercio del rais, secondo i consiglieri di Obama, hanno ottenuto lo scopo; indebolendo la linea di difesa lealista. Per tale motivo, secondo il presidente, al momento resta solo da capire "quale capacità è rimasta all'esercito libico". Tuttavia ed al di la dei proclami governativi lanciati per convincere la popolazione che l'ennesima guerra che vede coinvolto l'esercito americano durerà poco, la situazione in terra nordafricana resta molto complessa da leggere e da gestire. Lo nota anche il Washington Post che, proprio in giornata, sottolinea la non eccelsa affidabilità dei gruppi ribelli anti-Gheddafi e ricorda che la Libia:"è un terreno fertile per i reclutatori di al-Qaeda e di un numero sproporzionato di libici ha sferrato attacchi contro le forze Usa in Iraq". A questi personaggi, si aggiungono poi gli appartenenti al "Libyan Islamic Fighting Group che si oppone a Gheddafi e che si è formalmente unito ad al-Qaeda nel 2007".
Insomma: se il Rais è stato inquadrato come il dittatore da spodestare, diversi tra coloro che potrebbero prendere il suo posto anche in via transitoria non sono esattamente dei bravi ragazzi. Per tale ragione gli Usa sono molto cauti riguardo la proposta lanciata da Francia ed Inghilterra per armare i ribelli. Sempre sul noto quotidiano americano, si legge infatti che "le esperienzd precedenti - dal Nicaragua all'Angola senza dimenticare l'Afghanistan - si sono rivelate un fallimento e l'America si interroga anche sulle conseguenze di una fornitura d'armi a soggetti di cui si sa ancora molto poco e sui quali pende il sospetto di infiltrazioni di al Qaeda. E poi: dopo le armi gli insorti libici dovrebbero ricevere anche un adeguato addestramento da parte di militari americani sul territorio libico? Il tutto può avvenire sotto la bandiera Nato, come sostiene Hillary Clinton, o provocherebbe nuove divisioni fra gli alleati, come lascia intendere la perplessità del segretario dell'Alleanza atlantica?".

LA STAMPA AVVERTE:"E' SOLO L'INIZIO"
Anche il New York Times, con un articolo molto eloquente e tagliente di  Thomas L., mette in guardia il presidente su quella che ha tutta l'aria di essere l'ennesimo confronto bellico infinito:"C'è un vecchio detto in Medio Oriente secondo cui un cammello non è altro che un cavallo progettato da un comitato - scrive il giornalista -. Questo pensiero mi è venuto in mente mentre ascoltavo il presidente Obama che cercava di spiegare agli americani l'intervento degli Usa e dei suoi alleati in Libia. Non lo dico per criticare, ma per empatia. Questa roba è veramente difficile, ed è solo l'inizio".

LA FRANCHEZZA DI OBAMA
Alle domande della gironalista della Nbc, Obama risponde alternando la consueta ipocrisia diplomatica e propagandistica ad un'inattesa franchezza:"In Libia, dobbiamo ancora capire se aiutare i ribelli e rovesciare un dittatore terribile che non ci piace - osserva -, mentre allo stesso tempo chiudiamo un occhio su un monarca che ci piace in Bahrain, ma che ha represso violentemente il suo popolo. In Arabia Saudita, i leader che ci piacciono ci dicono che non avremmo mai dovuto lasciare andare un leader che è stato così antipatico al suo stesso popolo - Hosni Mubarak - e non possiamo neanche rispondergli, perché hanno il petrolio e il denaro che ci piace".
In poche parole il presidente Usa fa emergere tutte le enormi e plateali contraddizioni di una politica estera e globale che oramai non può più nascondersi dietro lo scudo ipocrita dall'esportazione di impianti istituzionali "democratici" nei paesi in via di sviluppo. Non a caso, anche in Siria la situazione non appare meno contraddittoria, complessa e delicata visto che in quel paese esiste (resiste) "un regime che non ci piace - e che probabilmente è responsabile dell'uccisione del primo ministro del Libano - potrebbe essere rovesciato da persone che dicono quello che ci piace, anche se tra loro potrebbero esserci fondamentalisti sunniti, che se prendono il potere potrebbero reprimere tutte quelle minoranze che non piacciono loro":
Il rischio di un nuovo Iraq o di un nuovo Afghanistan è dunque chiaro e percepito anche dalla popolazione americana; decisamente poco affascinata dall'idea di una terza guerra a tempo indeterminato che potrebbe far pagare un altro altissimo prezzo in termini di vite umane e dispendio economico. Il tutto, volendo sintetizzare al massimo il discorso, per il sempre più scarso oro nero.

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di Germano Milite
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