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L’allarme lanciato da Onu e Medici senza Frontiere

Libia: torture e morte nelle “carceri segrete”

Gli ex gheddafiani picchiati e maltrattati in prigione

Libia: torture e morte nelle “carceri segrete”
26/01/2012, 17:01

TRIPOLI – La Libia del post Gheddafi è tutt’altro che un Paese pacificato. Ad allarmare le grandi potenze mondiali non sono solo i nuovi focolai di guerra, che, seppur in maniera sporadica, hanno ripreso a fare la loro comparsa di città in città. L’emergenza ora passa per la carceri libiche, nelle quali, denuncia l’Onu, si praticano vere e proprie torture. Dinanzi ad un nuovo governo che fatica a delinearsi e dinanzi a istituzioni fragili che difficilmente riescono a garantire la legalità nel Paese, la situazione sembra essere fuori controllo.
Lo denuncia l’Alto Commissario per i diritti umani, Navi Pillay, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, lo confermano le associazione Medici senza Frontiere e Amnesty International: vi sono migliaia di prigionieri gheddafiani (per l’esattezza sarebbero circa 8.500), rinchiusi in diversi centri detentivi, vittime di torture. Medici senza Frontiere, infatti, ha reso noto di aver sospeso la sua attività nelle carceri di Misurata “perché ai detenuti vengono inflitte torture e viene negato l’accesso a cure mediche di urgenza”. È in questo modo che le nuove milizie del governo libico si comportano nei confronti degli ex fedelissimi del regime di Muammar Gheddafi. Quanto denunciato da Medici senza Frontiere trova riscontro in quanto pronunciato dall’Alto Commissario Onu: “Il mio staff ha ricevuto rapporti allarmanti su quanto succede nei centri di detenzione visitati - ha dichiarato la Pillay -. La mancanza di supervisione da parte delle autorità centrali crea un ambiente favorevole a torture e maltrattamenti”.
A quanto pare le torture verrebbero sistematicamente condotte sia dall’esercito regolare, sia dalla moltitudine di miliziani armati, che agiscono in Libia al di fuori di ogni legalità. Non mancano in questo quadro allarmante i dettagli: i detenuti verrebbero sospesi con dei legacci in posizioni contorte, picchiati con fruste, cavi, tubi di plastica e catene di metallo e sottoposti a scariche elettriche. Tra i casi più conosciuti di decessi in carcere vi è quello di Ezzeddine al-Ghool, 43enne, ex generale dell’esercito e padre di sette figli, detenuto presso la base di Gheryan: il suo corpo è stato restituito alla famiglia con segni di bruciature e ferite.

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di Antonio Formisano
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