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Quanto l'anti-imperialismo occidentale diviene un "moda"

Ma Libia è sul serio un paradiso sociale?


Ma Libia è sul serio un paradiso sociale?
29/07/2011, 20:07

Non c'è proprio niente da fare: quando leggo un articolo di politica estera comparativa scritto da qualche "progressista" provo quasi sempre un certo disagio. Lo stesso disagio opposto ed uguale che sento quando leggo gli strali neoliberisti e filo-schiavisti sulla necessità di "essere più competetivi" di un Vittorio Feltri qualunque. Il mio senso di fastidio, in questo caso, deriva dalla lettura di questo accoratissimo (potremmo dire romanzatissimo) pezzo pro-Gheddafi comparso sull'ottimo sito d'informazione libera Informarexresistere.fr. Precisazione: io stimo molto i responsabili-curatori del portale e della relativa pagina facebook (in particolare il sempre disponibile e puntuale Stefano Alletti) ma, su diversi contenuti di questo testo e sull'onestà intellettuale dello stesso, mi trovo costretto a palesare qualche dubbio.
Prima dei dubbi, partiamo però con l'elenco delle (presunte) tutele offerte dal sistema organizzativo libico.
 Elettricità domestica gratuita per tutti
 Acqua domestica gratuita per tutti
 Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
 Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
 Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
 I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
 Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
 La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere
 Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
 Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.
 Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
 Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
 Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
 Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
 Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
 Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
 Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico
 Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
 Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettuati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
 L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
 Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno)

Insomma: una struttura sociale chiamata “Jamahiriya" che, a quanto sembra, rappresenta una sorta di paradiso terrestre popolato da santi e probissimi uomini che non conoscono corruzione, avidità, ignavia, tendenze dittatoriali e sentimenti negativi di alcun tipo. Persino Gheddafi, leader indiscusso (ed indiscutibile) da diversi decenni, viene descritto come una sorta di grande saggio ingiustamente demonizzato dall'imperialismo occidentale. Volendo prendere per buono ogni singolo punto elencato (ed alcuni sembrano sul serio frutto di utopistica fantasia), il primo segnale di faziosità è lo si coglie in un'importante omissione: in Libia ci sono poco più di sei milioni di abitanti e, di conseguenza, un forma di welfare così generosa risulterebbe, almeno in linea teorica, facilmente sostenibile. Immaginate ad esempio cosa significherebbe applicare all'interno del territorio italiano, tedesco, francese, inglese, americano ecc anche solo qualcuno dei punti della “Jamahiriya". Immaginate se ognuno degli infiniti aspiranti avvocati made in Italy dovesse avere garantito uno stipendio dallo stato e considerate la stessa regola applicata per commercialisti, giornalisti, insegnanti ed ogni altra categoria professionale.
Immaginate (e qui viene da ridere per non piangere) cosa succederebbe se d'un tratto nelle Pa si introducesse una regola secondo la quale "anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico". In altri termini, la prima domanda che sorge spontanea è: come mai nell'intento (anche condivisibile) di attaccare la sempre meno tollerabile prepotenza imperialistica di Usa ed Occidente, occorre calcare così la mano e descrivere dittatori come Hussein e Gheddafi addirittura come vittime innocenti ed ingenue di meschini giochi di potere? E poi ancora: per quale assurda ragione si opera questa divisione così semplicistica, banale e puerile tra cattivissimi (governi occidentali) e buonissimi (resto del mondo). Si è sul serio così poco lucidi da pensare che, in Iran come in Libia, Marocco, Egitto, Congo, Nigeria, India, Cina e qualsiasi altro paese considerato povero o emergente non esistano ladri, truffatori, infingardi, bugiardi, malati di mente e via discorrendo? E' oramai palese che, dietro certe guerre vergognosamente definite "umanitarie" o, in maniera ugualmente ipocrita e paradossale, "per la pace", ci siano in realtà interessi meramente economici e biacamente capitalistici. E' ovvio che agli Americani ed al resto del "blocco dei ricchi" non è mai interessato  "liberare" il Vietnam, l'Afghanistan, l'Iran, L'Iraq e via discorrendo da dittatori, dittatorelli e regimi integralisti. Tuttavia, se si vogliono affrontare delicati e complessi discorsi di politica estera a livello globale e storico, non si può cadere in simili eccessi di simpatia per il più debole e sputare in maniera così ostinata ed ingrata in un piatto che, per quanto diciamo di odiare e di non concepire, alla fine comunque utilizziamo giornalmente come portata principale.
Non servirebbe a nulla affossare l'Occidente per permettere al resto del globo di imitarne i lati peggiori (vedi Cina e India) o per lasciare che, nei paesi più poveri, continuino ad esserci dittature più o meno sanguinarie. Il discorso che occorre affrontare è, in maniera banalmente molto complicata, di tipo generale e globale. Non si può pensare di esportare modelli esteri concepiti per società più minute e semplici in realtà infinitamente più ampie ed eterogenee. Non si può, in altri termini, fare comparazioni tra Svizzera e Italia o tra Libia e Usa e reputare l'uno o l'altro sistema di governo assolutamente e totalmente migliore o peggiore dell'altro. Non è possibile, in conclusione, demonizzare quello che già appare come poco unto dal signore per beatificare realtà umane differenti che, in ogni caso, sono comunque ricche di chiaroscuri e non così semplici da leggere e giudicare. In altri termini, prima di avventurarsi in disamine così nette e certe sugli Stati "buoni" e quelli "cattivi", occorre svestirsi degli abiti del tifoso ed indossare quelli del curioso.

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di Germano Milite
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