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Una riflessione sulle parole del premier israeliano

Netanyahu e quello strano concetto di pace di Tel Aviv


Netanyahu e quello strano concetto di pace di Tel Aviv
25/05/2011, 13:05

Vediamo un attimo di esaminare in sintesi le dichiarazioni che il premier Benjamin Netanyahu ha fatto nel suo viaggio negli Stati Uniti, sia durante la conferenza stampa tenuta con il presidente Barack Obama che durante il suo discorso pubblico. Ha detto che Israele non ritornerà sui confini del 1967, perchè sono indifendibili, facendo capire che vogliono espandersi oltre quei confini, oggi peraltro abbondantemente superati; ha detto che Gerusalemme non sarà mai più divisa tra ebrei e palestinesi (ha usato proprio queste parole) ma dovrà essere la capitale dello Stato ebraico; la Palestina, se vuole la pace, deve isolare Hamas e riconoscere Israele come Stato ebraico. In cambio di questo, il governo di Tel Aviv è disposto a fare "grandi concessioni" per raggiungere la pace.
Ora, quali sono le richieste dei palestinesi? Che Israele torni nei suoi confini (ormai anche se a fatica, hanno accettato l'ipotesi di quelli del 1967), che si impegni a smetterla con la sua politica di espansione territoriale e che permetta il ritorno a casa dei palestinesi cacciati durante una serie di operazioni militari partite il 15 maggio 1948, quella che oggi gli arabi chiamano la Nakba.
Come si vede, si tratta di richieste incompatibili, già di primo acchito. Ma il punto di base è: che diritto ha Israele di conquistare militarmente territori non suoi? Vediamo un rapido excursus storico di Israele. Con una deliberazione dell'Onu, nel 1947 venne stabilita la creazione dello Stato, la cui realizzazione fu appunto fissata il 15 maggio del 1948, giorno in cui sarebbe terminato il mandato. Subì attacchi militari dai Paesi confinanti - preoccupati per l'evidente aggressività oppure desiderosi di distruggere il neonato Stato, a seconda delle opinioni - fino al 1967, anno in cui venne decisa una offensiva (la Guerra dei Sei Giorni) verso la Siria e l'Egitto, i due nemici più pericolosi. In questa maniera vennero conquistati molti territori, tra cui le alture del Golan (importanti perchè migliora la difesa da attacchi militari e perchè ci sono molte sorgenti d'acqua) e la penisola del Sinai. La risposta nel 1973: nel giorno dello Yom Kippur (il capodanno ebraico, da qui il nome di guerra dello Yom Kippur), parte l'attacco di Egitto, Siria e Libano. Gli israeliani sapevano che sarebbe avvenuto l'attacco, ma sottovalutarono i loro nemici e per le prime 48 ore si temette la fine di Israele. Poi l'attacco venne fermato dalla superiore qualità dell'addestramento e degli armamenti israeliani, e dopo altre 48 ore fu l'esercito con la stella di David a passare all'offensiva. Al punto che gli altri Paesi arabi si rivolsero agli Usa per fermare i loro alleati; ricevuta risposta negativa, quadruplicarono il prezzo del petrolio (da 3 a 12 dollari al barile) per costringere gli Usa ad agire: fu lo shock petrolifero in tutto il mondo. Israele restituì la penisola del Sinai all'Egittio, ottenendo la pace su quel fronte, ma poi si tenne tutto il resto del territorio. Ed è dal 1967 che, progressivamente ma inesorabilmente, sono stati distrutti i vari insediamenti palestinesi e prima affiancati e poi sostituiti da colonie illegali di israeliani. Ora, è chiaro che o queste colonie devono essere smantellate oppure imparano a convivere con i loro vicini arabi, magari dopo che il governo di Tel Aviv ha accordato un giusto risarcimento a tutti coloro a cui ha ucciso parenti o ha rubato terreno. Ammesso che sia possibile. Ma come si fa a parlare di pace, senza questi presupposti? In realtà Netanyahu ha detto chiaramente che Israele non vuole nessuna pace, solo che vuole lasciare che siano gli altri a dire di no.
In questo appoggiati anche dal presidente statunitense Obama, che a sua volta è stato chiarissimo, quando ha detto: "Noi non permetteremo mai che possa esistere uno Stato palestinese indipendente", a proposito dell'eventualità che a settembre i palestinesi chiedano all'Onu un riconoscimento formale.

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di Antonio Rispoli
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