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Lentezza dei processi e cattive condizioni delle carceri

Sistema giudiziario: Italia “maglia nera”, va al terzo posto

I dati 2011: vanno meglio solo l’Ucraina e la Romania

Sistema giudiziario: Italia “maglia nera”, va al terzo posto
27/01/2012, 09:01

STRASBURGO – La lentezza dei processi italiani arriva fino a Strasburgo e fa conquistare al nostro Paese la maglia nera in materia di sistema giudiziario. La classifica, resa pubblica in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, riguarda i Paesi europei caratterizzati dal maggior numero di ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo. I dati diffusi relativi al 2011 parlano chiaro: il nostro Paese è balzato dalla quinta alla terza posizione e soprattutto, rispetto al 2009, ha fatto registrare il raddoppio della cause pendenti (queste sono passate da 7.150 a 13.741). E’ con questi numeri che l’Italia, nella classifica europea dei ricorsi, riesce a superare anche l’Ucraina, che ha 10.250 casi pendenti, e la Romania, che ne ha 12.300. Dall’Italia, dunque, ogni mese arrivano in media 300 nuovi ricorsi.
Un dato emblematico per il Belpaese, le cui ragioni sono da identificare nella causa numero uno: la lentezza dei processi, da cui dipende il malfunzionamento del sistema giudiziario nel suo complesso. Se per la maggior parte degli italiani che presentano ricorso il problema più importante è la durata dei processi, la Corte di Strasburgo ci tiene a sottolineare però che non è solo questo. Sta emergendo un nuovo filone, che è quello delle condizioni in cui versano le carceri italiane: molti detenuti, infatti, hanno iniziato a ricorrere a Strasburgo, lamentando di essere costretti a trascorrere più di 18 ore al giorno in celle in cui hanno circa 3 metri quadri a disposizione. Questa situazione già fu condannata dalla Corte nel 2009, ma continua ad esserci.
Si tratta di dati allarmanti, nei confronti dei quali la Corte di Strasburgo fa sapere di non essere in grado di gestire un afflusso di ricorsi così consistente, come quello italiano. È per questo che si rivolge agli Stati membri del Consiglio d’Europa, dicendo che spetta a loro, sia come singoli che collettivamente, trovare le soluzioni.

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di Antonio Formisano
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