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Stati Uniti: Paese ricco con molti poveri


Stati Uniti: Paese ricco con molti poveri
19/09/2011, 10:09

La crisi economica degli ultimi anni ha avuto molti effetti visibili non solo per il tasso della disoccupazione ma specialmente per il numero di americani alla soglia della povertà. Secondo dati rilasciati recentemente dal US Census Bureau, l’ufficio censimento statunitense, 46 milioni di americani sono classificati poveri, 3 milioni in più del 2009, ossia il 15 percento della popolazione.
Che cosa vuol dire essere poveri in America? La definizione originale fu creata durante l’amministrazione del presidente Lyndon Johnson. Consiste di una famiglia di tre o più persone che spende oltre un terzo del reddito per il cibo. I criteri per stabilire la definizione di povertà sono stati precisati nel corso degli anni ed attualmente si considera povera una famiglia di quattro persone con un reddito inferiore ai 22.000 dollari annui.
Quando si guarda più attentamente ai diversi gruppi etnici si nota la solita storia. Il tasso di povertà per gli afro-americani raggiunge il 27%, quello dei latinos il 26%, mentre quello dei bianchi, come era da aspettarsi, non va oltre il 13 percento.
L’altro punto da rilevare è che il 42% delle madri single fa parte del gruppo dei poveri. E naturalmente 16 milioni di bambini sono inclusi nel gruppo.
Al tasso di povertà bisogna anche considerare i 49 milioni di americani senza assicurazione medica. Alcuni di questi non ce l’hanno per scelta propria ma molti non possono permettersi di comprarla.
La crisi economica ha colpito ovviamente altri Paesi ma secondo dati dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo di Parigi solo il Cile, il Messico e l’Israele, fra i 34 Paesi in considerazione, hanno avuto un incremento del tasso di povertà più alto di quello statunitense.
Il livello di povertà negli Stati Uniti è probabilmente persino più alto dato che le cifre non includono il costo dei ticket per le cure mediche, le spese per il trasporto e quelle relative al servizio nido.
Essere poveri non vuol dire necessariamente che uno va a letto affamato ma a volte questo può succedere, il che ovviamente è un pugno nell’occhio a un Paese ricco come gli Stati Uniti. Ma non si tratta solo di qualcosa dal quale c’è da vergognarsi. Oltre alla questione morale c’è anche quella pragmatica. Secondo dati dell’Urban Institute, un centro che studia i problemi urbani, la povertà dei bambini costa agli Stati Uniti 500 miliardi di dollari annui. Si stima che la povertà riduce la produttività dell’1,3 percento al Pil statunitense. Aumenta il tasso del crimine dell’1, 3 percento, causa un incremento delle spese sanitarie e riduce ovviamente le opportunità di questi ragazzi, futuri cittadini. Investendo per ridurre il tasso della povertà creerebbe benessere non solo per questi bambini in difficoltà ma eventualmente anche alla società in generale.
Ma investire per il futuro richiede risorse che negli ultimi anni sono diminuite e continuano a diminuire. L’enfasi del governo americano sembra essere di ridurre il deficit che causerà tagli ai servizi che beneficiano i meno abbienti e che inevitabilmente aumenteranno il numero dei poveri.
Il presidente Barack Obama ha timidamente cercato di arginare i tagli che colpiranno i meno fortunati. Da parte loro i repubblicani continuano a spingere alla riduzione delle tasse che continua ad ampliare il divario fra ricchi e poveri. Non a caso la classe media continua a perdere terreno ed i benestanti controllano sempre più le risorse economiche del Paese. Si calcola che l’uno percento degli americani controlla il 38% del patrimonio finanziario e il 10% ne controlla il 71%.
La situazione è infatti divenuta così seria che gli ultraricchi hanno cominciato a chiedere che il governo gli aumenti le tasse per non apportare tagli che causeranno ulteriori danni ai meno fortunati. Lo ha fatto in maniera autorevole Warren Buffet, il terzo uomo più ricco al mondo, il mese scorso in un articolo pubblicato sul New York Times.
Il presidente Obama aveva detto nella campagna presidenziale del 2008 che intendeva aumentare le tasse a coloro che guadagnano più di 250.000 dollari annui. I repubblicani glielo hanno impedito continuando a spingere per proteggere i più abbienti a danno dei più poveri.
È tragico che in un Paese ricco come gli Stati Uniti la povertà continui ad aumentare mediante un capitalismo con pochi freni. È anche tragica la cecità di coloro che continuano a predicare per la riduzione delle tasse che sono già al livello più basso dal punto di vista storico. Spendere risorse per combattere la povertà, soprattutto quella dei 16 milioni di bambini, sarebbe un investimento non solo morale ma anche pragmatico che pagherebbe dividendi con le future generazioni.

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di Domenico Maceri
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