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Le reazioni folli a fronte di un voto democratico

Usa ed Israele: che strano concetto di democrazia


Usa ed Israele: che strano concetto di democrazia
01/11/2011, 11:11

Che stranissimo concetto di democrazia che hanno sia negli Stati Uniti che in Israele.
Vediamo di riassumere gli ultimi 5 anni di ciò che è successo nei territori occupati. Nel 2007 vengono organizzate delle elezioni, un passo imposto alla Anp dal governo Bush, come passo indispensabile della road map. I risultati sono una lieve vittoria di Abu Mazen e dell'Anp in CIsgiordania, mentre a Gaza, dove c'è la maggior parte dei palestinesi, c'è una vittoria schiacciante di Hamas. Ora, secondo le regole imposte dagli Usa, a vincere le elezioni è Hamas, che ha il diritto di scegliere il Presidente palestinese e il governo che regoli sia la Cisgiordania che la striscia di Gaza. Ma al governo Bush e a quello israeliano il risultato non va bene, e quindi decidono che le elezioni non sono valide e che Abu Mazen deve rimanere come Presidente. In più si decide di chiudere tutti gli accessi alla striscia di Gaza. Infatti, quella zona è completamente circondata dal territorio israeliano: vi sono 14 accessi e 13 sono sotto il controllo di Tel Aviv. Il quattordicesimo è il valico di Rafah, al confine egiziano. E l'allora Presidente egiziano Mubarak, dietro le pressioni congiunte israelo-statunitensi accettò di chiudere e sprangare il valico. Questo spinse Hamas a creare una rete di tunnel sotto il valico, per consentire il passaggio di acqua e cibo che poi veniva venduta ai palestinesi. Cosa che ne aumentò la popolarità (sempre in maniera relativa, è ovvio) tra i cittadini della Striscia, perchè ormai era l'unica cosa che li separava dalla morte per inedia.
Adesso c'è stato il seguito della democrazia "modello Usa-Israele". L'Unesco decide di riconoscere e far entrare lo Stato Palestinese all'interno dell'organizzazione. Infatti bisogna ricordare che Betlemme, Hebron e molte altre località abitate dai palestinesi sono ricche di storia religiosa, di cultura e di arte non ancora rasa al suolo dai continui ed incessanti bombardamenti israeliani. Però è evidente che una popolazione che ogni giorno si alza dal letto senza sapere quanti di loro saranno trucidati in giornata da un cecchino o da una bomba o da una cannonata israeliana, non è facile avere le risorse e il tempo e il modo di fare una adeguata manutenzione. Basta pensare alla Chiesa della Natività, per esempio. Oppure al bosco dei Getsemani, affidato alla cura dei francescani che però ogni giorno devono uscire armati di bastoni per difendersi dagli attacchi di estremisti ebrei che, sotto gli occhi amorevoli dei poliziotti e dei soldati che non muovono un dito per fermarli, aggrediscono i religiosi armati di spranghe e coltelli. Quindi, il fatto che l'Unesco abbia approvato la richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese (primo passo per dichiarare quelle zone o quegli edifici "patrimonio dell'umanità" e quindi provvedere anche con fondi internazionali alla loro manutenzione) a larghissima maggioranza rientra nell'ordine delle cose. Lo capirebbe qualsiasi persona intelligente.
Ma c'è un contraltare, dal punto di vista israeliano: il riconoscimento di uno Stato palestinese, anche se senza confini, riduce la possibilità di distruggere i vari villaggi palestinesi. Finora gli israeliani l'hanno sempre potuto fare: quelli sono territori occupati da Israele con l'esercito nel 1967 e quindi, di fronte alle proteste internazionali, hanno sempre potuto dire: "Questi sono territori israeliani e le vostre sono indebite interferenze. A casa nostra facciamo quello che vogliamo". Adesso, col riconoscimento di uno Stato palestinese, la cosa si fa più difficile. Certo, non è ancora un riconoscimento ufficiale, per ora è un riconoscimento solo da parte di un organismo scientifico e culturale. Ma il segnale è importante: la maggioranza dell'Unesco è la stessa dell'assemblea generale dell'Onu. E se anche là venisse posta ai voti la proposta di considerare la Palestina uno Stato, neanche il diritto di veto degli Usa potrebbe impedirlo. Potrebbe impedirne il riconoscimento come membro effettivo dell'Onu (sarebbe una specie di membro in prova), ma permetterebbe alla Palestina anche di appellarsi all'Onu contro gli attacchi militari israeliani, chiedendo l'invio di caschi blu a difesa dei loro territori (altra procedura dove il veto degli Usa allunga i tempi, ma non blocca la decisione).
Ecco perchè immediate sono scattate le ritorsioni. Ovviamente equamente divise: gli Usa hanno annunciato che non pagheranno all'Unesco i 60 milioni di dollari l'anno che hanno finora pagato come loro quota (anche se è facile immaginare che altri Paesi islamici saranno ben disposti a versare la somma); Israele invece ha annunciato una serie di ritorsioni contro l'Anp. E il fatto di aver annunciato, in particolare, la ripresa delle costruzioni di insediamenti illegali in Cisgiordania, cioè nel territorio dove comanda Abu Mazen, che erano state sospese (o meglio, fortemente ridotte) a partire proprio dal 2007, dimostra come Tel Aviv non ha alcun desiderio di pace. Infatti la questione degli insediamenti illegali è la più spinosa nelle trattative. Negli ultimi 40 anni gli israeliani hanno costruito come forsennati sul territorio occupato dai palestinesi, distruggendo le case palestinesi, prosciugando pozzi e deviando sorgenti per assicurarsi l'acqua necessaria (secondo gli accordi di Oslo del 1995 ai palestinesi spetta almeno il 20% delle captazioni fatte in territorio contestato, ma in realtà Israele si tiene il 100%) e distruggendo qualsiasi attività agricola palestinese. In molti punti sono già arrivati al confine con la Giordania, trasformando la Cisgiordania palestinese in una serie di isolette, dalla superficie che non supera mai i 2000 Km. quadrati, nel "mare" di colonie israeliane. E' ovvio che una tale situazione non è sostenibile. Già i palestinesi hanno fatto notevoli concessioni, riconoscendo agli israeliani i confini conquistati nel 1967 (intendendo con questo l'ampliamento del territorio israeliano propriamente detto, ma non laciando i territori occupati). Invece Israele non solo vuole i territori occupati nel 1967 per intero (quindi compresa la penisola del Sinai, territorio egiziano, fino al Canale di Suez) ma anche il Libano e la Giordania e parte della Siria per costituire quello che è chiamato "Grande Israele". Quindi il suo comportamento è incompatibile con la convivenza pacifica con chi occupa quella terra da secoli: la maggioranza degli israeliani votano ad ogni elezione per partiti che promettono di eliminare gli arabi da quelle che vengono considerate terre di Israele; e i governi non li deludono mai. Solo nel 2011 oltre 400 palestinesi sono morti, nel tentativo di difendere le loro case dall'abbattimento; ed un migliaio di famiglie sono state cacciate dalle rispettive abitazioni che sono state distrutte per far posto agli insediamenti israeliani. Ma negli ultimi anni, questa attività era diretta soprattutto contro Gaza, mentre la Cisgiordania era lasciata abbastanza in pace. Adesso invece Israele minaccia di agire anche contro la Cisgiordania. E perchè? Per una votazione in cui hanno avuto torto? Gli Usa nella Seconda Guerra Mondiale erano chiamati "l'arsenale delle democrazie", oggi si dicono "esportatori di democrazia nel mondo"; Israele è definita (cosa non vera) "l'unica democrazia nel Medioriente". Allora, qualcuno mi vuole spiegare il loro concetto di democrazia? Perchè c'è qualcosa che non torna.

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di Antonio Rispoli
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