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A proposito di Fiat Ed Economia Sociale.


A proposito di Fiat Ed Economia Sociale.
20/09/2010, 18:09

 

A PROPOSITO DI FIAT ED ECONOMIA SOCIALE.

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Il 16 Settembre scorso, alle due del pomeriggio, davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano D’Arco, c’erano i tre lavoratori di Melfi licenziati e poi riassunti per la sentenza del giudice del lavoro. L’azienda non li ha ancora reintegrati nel loro posto di lavoro, perché contesta la sentenza ed aspetta il giudizio d’appello. Il cambio turno è importante per la fabbrica, è l’unico momento della giornata in cui si possono avvicinare i lavoratori che entrano per il secondo turno e quelli che escono alla fine del primo. Il clima in cui questa manifestazione si è svolta, è stata di gelo, imbarazzo e fastidio dettato dalla paura. Al termine del servizio del TGR Campania, il giornalista ha ritenuto necessario riportare la dichiarazione che gli ha rilasciato un giovane operaio a telecamere spente: “Dobbiamo stare attenti a come parliamo, se qualcuno di noi rilascia interviste non gradite alla azienda corre il rischio di non essere assunto nella nuova società. Ho due figli piccoli e lavoro solo io!” Patrizia Capua, nel suo articolo su Repubblica, ha segnalato la presenza di una persona non identificata,che con una telecamera riprendeva tutta la manifestazione. La Fiat è da sempre organizzata nel tenere sotto controllo con sistemi da indagine di polizia i suoi dipendenti. Nei reparti ci sono gli osservatori della vigilanza, gli operai che fanno delazione ai capi, i capi stessi che controllano e diffidano i propri operai a non contestare l’azienda ed a non fare scioperi. Probabilmente ci sono anche schedari continuamente aggiornati e sistemi di controllo non sempre consentiti. In questo clima si maturano le decisioni in cui è coinvolto lo stabilimento di Pomigliano, un clima di intimidazione, di minaccia e mortificazione degli operai. Spesso mi sono chiesto perché un padrone oltre al lavoro ad un operaio deve chiedere anche l’obbedienza a regole che non fanno parte della società civile. Perché Marchionni, oltre al massimo del lavoro possibile, chiede ai suoi operai di rinunciare a parti consistenti della loro libertà? Un cattolico in questo caso direbbe: “Marchionni, come il diavolo vuole l’anima degli operai!” Pagandola anche poco, aggiungo io!

Il capitalismo è fatto in questo modo strano, pretende per se tutta la libertà possibile, mentre diventano lacci inaccettabili all’impresa le regole che costringono un imprenditore a rispettare la libertà degli operai, i loro diritti e le loro retribuzioni. Storicamente, quando il capitale si muove in questa maniera arrogante ed aggressiva, significa che è in crisi profonda, ha necessità di riprendere velocemente ad accrescere il volume dei suoi guadagni, nel più breve tempo possibile. In questo contesto non ci sono spazi per nessuna mediazione sociale; il manovratore non deve essere disturbato, tutti devono essere convinti ideologicamente che il bene del capitale è un bene per tutti, altrimenti tutti pagheranno per la perdita del capitale. Dietro il comportamento di marchionni e della Fiat si nasconde la grande paura che la festa sia finita e la crisi sia inarrestabile.

In questa fase il sistema finanziario e produttivo ricerca con forza disperata conferme dal mercato che smentiscano le sue paure. Per scacciare i propri inconfessati timori, il mondo dell’impresa ha bisogno che gli operai accettino di perdere diritti e retribuzioni ’per risolvere la crisi. Ecco la grande innovazione: la solita compressione del lavoro manuale, viene fatta passare come una importante riforma da parte di un sistema incapace di vere strategie. In conclusione, come al solito, i lavoratori devono lavorare di più, essere pagati di meno e non fare nessuna lotta o contestare le scelte delle imprese, anche se perdono il posto di lavoro. Nulla di nuovo sotto il sole.

Si spiega in questo modo la politica del terrore che l’azienda impone nei reparti, il fastidio per le sentenze dei Tribunali e la denuncia della scarsa capacità del Governo che non accompagna con provvedimenti adeguati l’azione dell’impresa. Le riforme che vengono richieste a gran voce sono: il superamento dello Statuto dei lavoratori, la fine del regime della contrattazione nazionale, regole certe per lo sciopero e le lotte dei lavoratori, diminuzione dei salari e delle garanzie sociali, maggiore possibilità di licenziamento.

 

In questo contesto si capisce il ruolo di Bonanni, che rappresenta un indispensabile soggetto di questa nuova strategia. Quello che il sindacalista della Cisl propugna è un neo – corporativismo in cui i lavoratori sono subalterni a qualsiasi scelta dell’impresa e vengono associati solo se la produttività aumenta in maniera tanto elevata da potere sopportare un piccolo aumento delle retribuzioni. Il sindacato non è più un interlocutore contrattuale, ma una struttura di servizio che risolve ai lavoratori tutti i problemi che ha in rapporto alle proprie esigenze personali e della sua famiglia: fisco, pensioni e servizi sociali. Queste posizioni sono la logica conseguenza della scelta che è stata fatta da Tremonti e gran parte delle banche italiane: ridurre la domanda interna, abbassando i salari e la spesa sociale, aumentare la produttività industriale del paese, per tornare ad esportare merci e prodotti, per riportare perlomeno in pareggio la bilancia dei pagamenti italiana. Il debito pubblico continua ad aumentare in maniera vertiginosa e non si capisce il perché visto i tagli e gli interventi previsti dalla manovra di rientro del Governo. Il Ministro della Economia continua a dire che in Italia non c’è la crisi, ma ormai nessuno gli crede più.

Noi siamo convinti da sempre che un altro mondo è possibile, che si può vivere meglio tutti nel rispetto dell’ambiente, delle persone e della cultura. Bisognerà aumentare la capacità di lotta del paese, troppe vertenze restano isolate nei propri territori, come se fossero ognuna diversa dall’altra e quindi presuppongono soluzioni diverse. Come se ci fosse differenza tra le operaie licenziate dell’OMSA di Faenza, i licenziati di Termini Imerese, i lavoratori a rischio dei Cantieri di Castellammare e tutti quelli che da mesi lottano in difesa del posto di lavoro.

Bisogna avere una visione più europea della nostra crisi. Invece tutti i nostri politici parlano male dell’Europa, additata dal Governo come la causa di tutti i nostri mali. Al contrario, se vi ricordate la vicenda della Opel, in cui la IG Metal, il sindacato metalmeccanico tedesco disse di no al piano marchionni, mentre oggi la Germania viene additata come esempio per la crescita e lo sviluppo. Se fosse andata in porto quella acquisizione, insieme a Termini Imerese, anche lo stabilimento di Pomigliano sarebbe stato chiuso. Il sindacato deve tornare ad essere un agente contrattuale, tutti insieme dobbiamo scegliere le soluzioni. Il movimento sindacale italiano ha fatto tanta strada ed ha vissuto tante esperienze che ha la cultura giusta per essere protagonista in questa crisi. Bisogna sconfiggere la politica della divisione per un neo-corporativismo senza sbocchi, ma al tempo stesso riaffermare i diritti non significa solo chiedere, ma anche cedere se è necessario al bene di tutti. Scelte effettuate in libertà, non imposte, sono quelle che durano e danno i migliori risultati. Un’altra Italia è possibile, esiste già, ne facciamo parte tutti, ma non riusciamo ad accorgercene.

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di Raffaele Pirozzi
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