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Dalla crisi attuale, come si esce?


Dalla crisi attuale, come si esce?
09/03/2009, 10:03


Le risposte, fino a questo momento, elaborate e date alla crisi finanziaria internazionale sono, per lo più intervenute, “dal lato dell’offerta”, in particolare dell’offerta di credito. Il che sembrerebbe essere giustificato dall’origine di questo ciclo ma questa strategia, tuttavia, continua ad alimentare il settore creditizio che, insieme a quello finanziario, ha prodotto il sistema attualmente in crisi, quello della “finanziarizzazione” appunto, che ha consentito la formazione di extraprofitti concentrati nelle mani di ‘pochi’ guru. Miliardi di dollari e di euro sono già stati ‘buttati’ in questo enorme ‘buco nero’, ma senza che ciò abbia portato il che minimo giovamento ai bilanci delle maggiori banche d’affari ed anzi, in un progressivo processo di avvitamento, ha prodotto, di contro, ulteriori tonfi borsistici determinati dall’ostilità dei mercati verso l’ingresso del pubblico nel capitale azionario degli istituti creditizi e finanziari. Siamo al paradossale: il salvataggio delle banche da parte dello Stato – con risorse pubbliche – aggrava anziché contribuire a risanare i bilanci. La nazionalizzazione viene, dunque, osteggiata dal sistema bancario e finanziario mentre la sterilizzazione (vedi “bad bank”, ipotesi originaria del Piano Poulson ora riproposta da Timothy Gartner) pone seri problemi sul piano del prezzo degli asset ‘tossici’: venderli allo Stato al prezzo di mercato (come ‘carta straccia’) oppure stabilire le quotazioni secondo altri criteri (come, ad esempio, riportare i prezzi in base alle condizioni di mercato che vigevano prima del ‘collasso’)?


 

Specularmene si possono fare le stesse considerazioni per quanto riguarda il capitale industriale che è propenso ad accettare l’ingresso del pubblico nel proprio capitale azionario, a condizione però che i titoli vengano acquistati alle quotazioni di mercato precedenti il fallimento Lehman Brothers (in questo senso la proposta Giavazzi e Caballero) per poi essere rivendute allo stesso prezzo dopo che la crisi sarà alle spalle, ignorando le ingenti perdite sul bilancio pubblico.


 

Torniamo, però, all’offerta di credito. In effetti, la crisi finanziaria ha prodotto un fenomeno di credit crunch, ossia di restrizione del credito per i singoli privati e per le imprese che dipendono, in modo cruciale, da questi canali di finanziamento. Dunque, in linea di ragionamento, il sostegno alla liquidità del sistema è un intervento coerente. Tuttavia, questa liquidità – garantita attraverso operazioni di ricapitalizzazione – non ha comportato un ampliamento del flusso di credito a favore delle imprese così come stanno a testimoniare i dati dell’Abi e un comunicato della BCE in questo senso del gennaio scorso. Dall’altra parte, la domanda di credito per investimenti è in ‘caduta libera’, a causa mancanza di ordinativi a sua volta dovuta al calo della domanda di beni di consumo. Dunque, sostenere l’offerta di credito è, certamente, un’operazione fondamentale in questa fase – purché poi le banche, però, recuperino una dimensione e funzione del credito territoriale e sganciata dai mercati finanziari – ma occorre anche, per completare l’intervento, porre in essere politiche di sostegno della domanda. Quando si parla di domanda, com’è noto, si fa riferimento sia agli investimenti che ai consumi e, pertanto, il sostegno va dato sia alle imprese che ai consumatori. Le uniche imprese che hanno usufruito di finanziamenti pubblici – sotto forma di aiuti di Stato autorizzati dalla Commissione Ue – sono state le grandi industrie, come quella dell’auto che, seppure caratterizzato da una profonda crisi industriale, ha ricevuto un sostegno attraverso gli incentivi alla rottamazione che costituiscono, evidentemente, soltanto una ‘toppa’ ma che non risolvono il problema di eccesso di capacità produttiva di questo settore. Per gli altri settori – complessivamente altrettanto importanti per il sistema produttivo e occupazionale – è mancata e tuttora manca una strategia complessiva di interventi.


 

Il sostegno ai redditi è poi un altro capitolo su cui l’intervento pubblico è latitante. I redditi, già falcidiati dalla “moderazione salariale” degli ultimi venti anni, non vengono opportunamente difesi e sostenuti in questa fase. La redistribuzione della ricchezza non è più soltanto una richiesta della sinistra ma anche dei liberal come Obama e dei new labour alla Brown, mentre non è su questa linea il ‘liberista di Stato’ Tremonti.


 

In particolare, in ‘casa nostra’, oltre al bonus famiglia e alla social card (strumenti decisi a giugno 2008 e quindi non ad hoc e per di più molto depotenziati nella fase attuativa) non ci sono stati interventi significativi. Inoltre, non esistono ammortizzatori sociali per tutti e, di recente, la proposta Franceschini di introdurre un salario per tutti coloro che (non rientrando nell’ambito di applicazione della cassa integrazione e dei sussidi di disoccupazione) dovessero perdere la propria occupazione nel corso del 2009, è stata dichiarata dal Governo inattuabile per problemi di copertura. Secondo i calcoli del Pd occorrerebbero non più di 5 miliardi di euro da recuperare, prevalentemente, attraverso la lotta all’evasione mentre secondo il Governo occorrerebbero addirittura 20-25 miliardi di euro (un punto e mezzo di Pil). L’Esecutivo, da parte sua, non ha alcuna intenzione di porre un freno all’evasione fiscale, anzi, al contrario, ha smantellato tutti gli strumenti esistenti e che si erano dimostrati molto efficaci: dalla tracciabilità dei pagamenti per i professionisti con la previsione di un conto corrente dedicato, a quella degli assegni, la soppressione dell’obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori e si potrebbe continuare. Questa ‘semplificazione’ potrebbe essere interpretata come sostegno indiretto alle PMI e al lavoro autonomo.


 

E’ delle ultime ore, inoltre, la proposta di integrare al rialzo l’indennità di fine rapporto – introdotta con la Legge 2/2009 - per tutti coloro (co.co.pro ecc.) che perderanno il lavoro nel biennio 2009-10; un’indennità che, ad ora, è pari al 10% della retribuzione dell’anno precedente (tra i 700 e i 1200 euro) sotto forma di una tantum. L’obiettivo di Sacconi è quello di portarla al 25%, coprendo la misura con il reperimento di un “gruzzoletto” da reperire nelle maglie del bilancio dello Stato. In ogni caso si tratterebbe di un intervento che, seppur realizzato, non inciderebbe in modo significativo sulla vita delle persone e sulla loro capacità di consumo.


 

In conclusione, appare necessario affiancare al sostegno dell’offerta di credito strumenti di sostegno e rilancio dei consumi e degli investimenti così da ridare linfa all’economia reale. Le risorse potrebbero essere, ad esempio, reperite: con un tassa patrimoniale sui grossi patrimoni, un’aliquota al 19,5% sui capital gain e una lotta serrata all’evasione fiscale. Nel ‘mirino’ dell’Esecutivo ci sono, invece, i Fondi per il Mezzogiorno e le pensioni (già decurtate dell’8% in conseguenza dell’adeguamento recente dei coefficienti di trasformazione). Si chiede ai più deboli, a coloro che hanno meno risorse di ‘pagare’ gli effetti nefasti di un sistema che ha fatto dell’inseguimento ad una sempre maggiore competitività (da realizzare con la riduzione dei costi di produzione – salari e stipendi in primis – così da ottenere profitti maggiori e rendere più appetibili le proprie azioni e, dunque, ottenere, per questa via, ulteriori ingenti profitti) la principale caratteristica di questo modello, oramai, in profonda crisi.


 


 


 


 



 


 


 

 

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di Raffaele Pirozzi
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