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L'unica vera crisi riguarda la percezione della ricchezza

Ecco perché non c'è alcuna crisi economica globale


Ecco perché non c'è alcuna crisi economica globale
17/05/2011, 21:05

Ho in testa il perpetuo frastuono della vox populi e dei luoghi comuni, delle chiacchiere da bar e delle considerazioni da parrucchiere. Ripesco i flash della pubblicità delle auto che sfrecciano su strade pulite e senza traffico e del promo del nuovo I-Pad 2 che sembra la cosa più desiderabile del mondo.
Ho in mente la "crisi economica globale" e i ballottaggi che ci saranno in città come Napoli e Milano. Penso alla lotta contro la schiavitù e al concerto di Lady Gaga ma anche al precariato, ai laureati-disoccupati, ai comunisti e ai fascisti, all'istruzione pubblica e a quella privata, alla destra e alla sinistra; al terzo polo e al quinto elemento. Mi perdo nei discorsi su morale e moralismo, su giusto e sbagliato, su relativo ed assoluto, su religione e laicità e mi ricordo di aver dimenticato troppo spesso quali sono i dettagli che andrebbero scordati per evidente frivolezza. 
Oggi mi sono fermato: ho preso una pausa da lavoro ed impellenze, da ambizioni e obiettivi, da traguardi e sogni più o meno raggiungibili; dalle "comode rate" dei finanziamenti "a tasso zero" (ma con Taeg del 9%) e dalla maggior parte degli argomenti qualunquisticamente affrontati tutti i giorni. Ho preso questa pausa, nel mio piccolo ufficio, e ho tentato di fare ordine tra le contraddizioni urlanti eppure inascoltate del mondo nel quale vivo. Ho pensato a quello che desidero, alle cose che mi rendono felice e che mi fanno stare bene; regalandomi quel senso di potenza assoluta. Al di la del facile moralismo di chi nella vita non ha mai costruito nulla e preferirebbe quindi distruggere tutto ciò che di buono hanno edificato gli altri, ho realizzato una cosa: non esiste alcuna crisi economica del mondo occidentale.
Esiste, in maniera se volete scontata e rotorica, una crisi di percezione della ricchezza. L'individuo definito "morto di fame" o "pezzente", nel nostro deviato modo di percepire le cose, è colui che non ha un'auto, non va in vacanza, non ha il guardaroba stracolmo di abiti e non può avere un conto in banca. Non avere queste cose, oggi, ci fa sprofondare in una schiacciante crisi che non è monetaria e che, attraverso la sofferenza per il non avere, rivela il vuoto dato da chi semplicemente non sa chi o cosa essere. 
Bisognerebbe bombardare i bimbi non di messaggi volti all'ottenimento di qualcosa ma di stimoli per la costruzione di se stessi. E non parlo di qualcosa che sia per forza  spirituale ma proprio di un'autopercezione così forte da immunizzare dal perpetuo desiderio del fatuo e del superfluo. Un tempo ci si ammazzava di lavoro per una casa e magari un auto (da conservare per 10 anni).
Oggi siamo ridotti a perdere la vita inseguendo le briciole lasciate dai ingordi giganti obesi. In nome di cosa? Di quel sempre più magro pasto di sussistenza che ci viene assicurato da chi si strafoga con pietanze che noi stessi gli abbiamo preparato e servito. Dunque, al di la del facile populismo arruffapopolo, occorrerebbe riflettere su un semplice concetto che richiama alla coscienza collettiva e lascia da parte l'ossessione per il fatuo; mettendo al centro il lucido desiderio di ciò che conta più di ogni altra cosa: la forza d'animo necessaria per decidere ciò che è importante e ciò che è superfluo e vivere, in questo modo, da uomini liberi.

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di Germano Milite
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