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L'interessante analisi del ministro del tesoro americano

Geithner: la Cina deve cambiare il modello di crescita"


Geithner: la Cina deve cambiare il modello di crescita'
16/09/2010, 17:09

WASHINGTON -  "Con oltre 1,3 miliardi di abitanti e un'economica che cresce a doppia cifra, la Cina rappresenta il nostro mercato più dinamico". E' cominciato con questi eloquenti dati il discorso del ministro del tesoro statunitense Timoty Geithner. Come riportato anche dal Sole 24 ore, davanti alla Senate Committee on Banking, Housing, and Urban Affairs, il 40enne americano ha poi spiegato che "l'export Usa in direzione di Pechino è cresciuto più che verso qualsiasi altro paese: le vendite di beni e servizi americani laggiù hanno superato i 53 miliardi di dollari, in rialzo del 36% rispetto al 2009".
Ma, come si suol dire, non è tutto oro ciò che luccica. Tra i due colossi, infatti, è da diversi anni in atto un vero e proprio braccio di ferro di tipo finanziario, economico e sociale dagli esiti che divengono più incerti giorno dopo giorno.
Per affrontare la sfida- ha così suggerito Geithner - bisogna focalizzarci su tre temi: il primo è quello di spingere Pechino a cambiare il suo modello di crescita che deve basarsi di più sulle vendite interne e meno sulle esportazioni; poi, c' è il cambio dollaro-yuan che deve essere lasciato più libero di fluttuare; infine, bisogna creare le condizioni affinché le fabbriche, i lavoratori e gli agricoltori statunitensi siano messi in grado di competere con l'industria cinese".
Il nodo cruciale, comunque, resta sempre quello del cross rate tra il dollaro e lo yuan; con un valore che per gli states favoriscono eccessivamente le esportazioni di quelli che sono oramai direttissimi concorrenti sul mercato globale".
L'esperto ha infatti precisato che "
Continuando a mantenere un tasso di cambio rigido, la Cina sta ostacolando gli aggiustamenti necessari ad assicurare la crescita mondiale forte e sostenibile di cui abbiamo bisogno". La partita principale, dunque, si gioca con regole che fino ad oggi si sono dimostrate effettivamente più anarchiche che liberiste sul settore dell'export. La più grande potenza mondiale, infatti, non riesce più a vendere i propri prodotti all'interno del mercato nazionale. Il tentativo viene così operato verso le altre economia che godono di una crescina che pare inarrestabile.
Economie che, proprio come quella del paese del dragone, offrono terreno fertile anche per i beni e i servizi made in Usa. Il titano americano, dopo anni si predomio globale quasi assoluto, si vede però costretto ad accettare un dato di fatto inconfutabile: la propria economia interna non è in grado di essere sostenuta nè tantomeno rilanciata dagli stessi cittadini che, mai come in questi anni, godono di un potere di acquisto troppo basso e patiscono i nefasti effetti di un sistema capitalista fondato sul debito oramai da troppi anni.

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di Germano Milite
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