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Gli atti pregiudizievoli ai creditori e l'azione revocatoria fallimentare


Gli atti pregiudizievoli ai creditori e l'azione revocatoria fallimentare
21/07/2009, 02:07

Dall’inizio dello stato di insolvenza alla sentenza dichiarativa di fallimento trascorre del tempo in cui l’imprenditore compie alcuni atti di disposizione, i cui effetti producono il danneggiamento del patrimonio e quindi degli interessi dei creditori.
Il legislatore fallimentare, per arginare tale situazione di pregiudizio in capo ai creditori, ha previsto alcune disposizioni in cui disciplina una sorta di protezione a salvaguarda del patrimonio del debitore.
Il codice civile, all’art. 2901, prevede la possibilità, per il singolo creditore, di far rendere inefficaci nei suoi confronti, quegli atti posti in essere dal debitore, ritenuti pregiudizievoli delle proprie ragioni.
Affinché il creditore possa pretendere la revoca ordinaria di tali atti, è tenuto a formulare la prova, se l’atto è a titolo oneroso, dell’esistenza dell’eventus damni e del consilium fraudis sia del debitore che del terzo.
La revocatoria ordinaria nel fallimento è esercitata dal curatore nell’interesse di tutti i creditori. La revocatoria ordinaria si affianca alla revocatoria fallimentare i cui presupposti si modificano a favore della procedura fallimentare.
La revocatoria fallimentare si basa sul presupposto che tutti gli atti compiuti dall’imprenditore in stato di insolvenza arrecano un pregiudizio a danno dei creditori.
La revocatoria fallimentare si applica con la presenza congiunta di due presupposti:
- lo stato di insolvenza dell’imprenditore;
- la consapevolezza dello stato di insolvenza da parte del terzo.
È a carico del terzo provare che l’atto di disposizione è stato posto in essere senza l’esistenza di tali presupposti.
L’azione revocatoria fallimentare opera sostanzialmente in funzione di due diverse ipotesi:
- gli atti inefficaci ope legis nei confronti dei creditori;
- gli atti inefficaci in conseguenza di una sentenza di revoca.
Per i primi, l’inefficacia è fatta valere senza alcuna dichiarazione dell’autorità giudiziaria. In particolare gli atti inefficaci ope legis, in base al disposto dell’art. 64 l.f.,  sono:
- gli atti a titolo gratuito compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento, quali donazioni, garanzie concesse dal fallito e titolo gratuito. Sono esclusi i regali d’uso e gli atti compiuti in adempimento di un dovere morale o a scopo di pubblica utilità, ma solo se la liberalità sia proporzionata al patrimonio del donante;
- i pagamenti dei debiti che scadono nel giorno della dichiarazione di fallimento o successivamente, se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento.
Per i secondi, invece, l’inefficacia opera a seguito di una sentenza.
Il legislatore ha modificato in parte il contenuto della norma relativa alla revocatoria fallimentare, infatti con il D.Lgs. del 9 gennaio 2006 n. 5, ed in vigore dal 16 luglio 2006, è stato riformulato l’art. 67 l.f., titolato “atti a titolo oneroso, pagamenti, garanzie”.
In base al disposto del novellato art. 67 l.f., se l’altra parte non prova la inconsapevolezza dello stato di insolvenza del debitore, sono revocati:
- gli atti a titolo oneroso compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite ovvero le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre un quarto ciò che a lui è stato dato o promesso;
- gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigili non effettuati con danaro o con mezzi normali di pagamento, se compiuti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento;
- i pegni, le anticresi e le ipoteche volontarie costituiti nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento per debiti scaduti.
Inoltre sono revocati i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, gli atti a titolo oneroso e quelli costitutivi di un diritto di prelazione per debiti, anche di terzi, contestualmente creati, se compiuti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento, se il curatore prova che l’altra parte conosceva lo stato di insolvenza del debitore.
Sono, invece, esclusi dall’azione revocatoria:
- i pagamenti, di beni e servizi, effettuati nell’esercizio dell’attività d’impresa nei termini d’uso;
- le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca;
- le vendite ed i preliminari di vendita trascritti ai sensi dell’articolo 2645-bis del codice civile, i cui effetti non siano cessati ai sensi del comma terzo della suddetta disposizione, conclusi a giusto prezzo ed aventi ad oggetto immobili ad uso abitativo, destinati a costituire l'abitazione principale dell'acquirente o di suoi parenti e affini entro il terzo grado;
- gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria e la cui ragionevolezza si attestata da un professionista iscritto nei revisori contabili e che abbia i requisiti previsti dall'art. 28, lett. a) e b) ai sensi del quarto comma dell’art. 2501-bis c.c.;
- gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in esecuzione del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata, nonché dell’accordo omologato ai sensi dell’art. 182-bis l.f.;
- i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate da dipendenti e altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;
- i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili eseguiti alla scadenza per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali di amministrazione controllata e di concordato preventivo.
Il legislatore riformatore ha introdotto l’art. 69-bis per adeguare alle specifiche esigenze dettate dal codice civile in attuazione dell’art. 2447-bis, primo comma, lett. a), relativa ai patrimoni destinati ad uno specifico affare. Gli atti che incidono su un patrimonio destinato sono revocabili quando pregiudicano il patrimonio della società. Il presupposto soggettivo dell’azione revocatoria è costituito dalla conoscenza dello stato d’insolvenza della società.
Altro aspetto estremamente importante è quello dettato dall’art. 69 l.f., in cui sono disciplinati, sempre relativamente alla revoca degli atti pregiudizievoli ai creditori, i rapporti intercorrenti tra coniugi.
In particolare, gli atti a titolo oneroso, pagamenti e garanzie, di cui all’art. 67 l.f., posti in essere da coniugi nel periodo in cui il fallito esercitava una impresa commerciale sono soggetti a revoca.
Il coniuge, per evitare la revoca, deve fornire la prova dell’ignoranza dello stato di insolvenza del coniuge dichiarato fallito.
Tutti i beni si considerano di proprietà del fallito se entrati nella sfera giuridica del coniuge a titolo oneroso o a titolo gratuito, nei due anni precedenti la dichiarazione di fallimento (presunzione muciana). La presunzione può essere vinta dal coniuge se fornisce la prova che i beni sono stati acquistati con il proprio denaro e non con quello del fallito.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 100 del 19 marzo 1993, è intervenuta dichiarando l’illegittimità di tale disposizione, nella parte in cui non comprende gli atti a titolo gratuito compiuti tra i coniugi, oltre due anni precedenti la dichiarazione di fallimento. Quindi se tra i coniugi sono posti in essere atti a titolo gratuito, nei due anni precedenti la sentenza dichiarativa di fallimento, questi sono revocati ope legis.
Le azioni revocatorie di cui sopra, in base all’introdotto art. 69-bis l.f., non possono essere promosse decorsi tre anni dalla dichiarazione di fallimento e comunque decorsi cinque anni dal compimento dell’atto.
Il D.L. 16 marzo 2005, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, ha riformulato l’art. 70 l.f. ed ha dettato ulteriori disposizioni sugli effetti della revocazione.
Per effetto di tale riformulazione, la revocatoria dei pagamenti avvenuti tramite intermediari specializzati, procedure di compensazione multilaterale ovvero dalle società previste dall’art. 1, l. n. 1966/1939, si esercita e produce effetti nei confronti del destinatario della prestazione.
Qualora la revoca abbia ad oggetto atti estintivi di posizioni passive derivanti da rapporti di conto corrente bancario o comunque rapporti continuativi o reiterati, il terzo deve restituire una soma pari alla differenza tra l’ammontare massimo raggiunto dalle sue pretese, nel periodo per il quale è provata la conoscenza dello stato d’insolvenza, e l’ammontare residuo delle stesse, alla data in cui si è aperto il concorso. Resta salvo il diritto del convenuto d’insinuare al passivo un credito d’importo corrispondente a quanto restituito.
È importante precisare che resta sempre viva l’opportunità di far revocare gli atti pregiudizievoli che non sono espressamente disciplinate dalla legge fallimentare, attraverso un giudizio proposto dal curatore dinanzi al tribunale fallimentare, con l’azione revocatoria ordinaria.
In tal caso l’onere della prova è a carico del curatore. Infatti è il curatore a dovere provare che il terzo, al momento del compimento dell’atto, era a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore e del compimento di un atto pregiudizievole.
L’azione revocatoria ordinaria si prescrive in cinque anni dal compimento dell’atto pregiudizievole. L’azione revocatoria fallimentare si prescrive, invece, in cinque anni dalla data della sentenza dichiarativa di fallimento.
 

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di Francesco Cossu
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