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Gli attori ed i convenuti dell’imposizione fiscale


Gli attori ed i convenuti dell’imposizione fiscale
28/02/2009, 22:02

Il termine “imposizione” non lascia dubbi in merito alla diversità di status esistente tra i soggetti attori della politica fiscale e quelli convenuti nelle scelte di tale politica. In effetti, la potestà impositiva, deriva da poteri pubblicistici di carattere autoritativo, ed è propria di quell’ente pubblico, che godendo del potere di supremazia, mira alla puntuale osservazione, da parte dei contribuenti delle norme di carattere fiscale e tributario.
In Italia i principali soggetti attivi sono:
1) ministero delle finanze
2) enti locali
Il ministero delle finanze agisce a livello locale attraverso le neocostituite agenzie, che a norma dell’art. 8 del D. Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, sono definite come strutture che svolgono attività tecnico-operative di interesse nazionale,  al servizio delle amministrazioni pubbliche siano esse statali, regionali e locali. Le stesse hanno la forma giuridica di enti pubblici economici con piena autonomia in materia regolamentare, di amministrazione, patrimoniale, in ambito finanziario e contabile. Quattro sono le agenzie che operano sul territorio:
1) Agenzia delle entrate;
2) Agenzia delle dogane;
3) Agenzia del territorio;
4) Agenzia del demanio.
Il ministero delle finanze opera inoltre con l’ausilio del Servizio per il controllo interno – Finanze e del SECIT, Servizio consultivo e ispettivo tributario. Inoltre per garantire l’adeguata preparazione professionale in materia tributaria ha alle sue dipendenze la Scuola superiore dell’Economia e delle Finanze (E. Vanoni). Dei soggetti ed enti precedentemente indicati l’Agenzia delle entrate, avendo competenza in merito a tutti i tributi statali, ad eccezione di quelli di competenza delle altre agenzie, risulta essere ad oggi il primo interlocutore del contribuente in merito al procedimento di imposizione tributaria.
Il soggetto passivo dell’imposta, definito contribuente, è colui che subisce economicamente l’imposta, è obbligato a versarla ed è tenuto ad effettuare tutti gli adempimenti formali connessi con l’imposta stessa (vedi ad es. la predisposizione e la presentazione della dichiarazione dei redditi).
Il soggetto passivo, così come anche stabilito dall’art. 53 Cost., è tenuto al versamento delle imposte “in ragione della [propria] capacità contributiva”.
La capacità contributiva deve essere considerata quale quell’attitudine giuridico-economica alla contribuzione. In quanto tale, la base imponibile del tributo deve caratterizzarsi da un contenuto economico e deve essere suscettibile di una valutazione economica.
Il soggetto passivo d’imposta, poi, resta sottoposto alla facoltà di controllo della pubblica amministrazione, che può sfociare in un eventuale accertamento, con l’intento di recuperare coattivamente le somme non versate. Tale obbligo può risultare limitativo dei diritti del contribuente ed è stato da più parti ridimensionato anche alla luce della nascita dello statuto del contribuente, ma merita il giusto valore se valutato alla luce della ampia discrezionalità che il contribuente ha nella volontaria dichiarazione dei propri redditi al fisco.
Proprio tale discrezionalità lasciata al contribuente, nell’interpretazione e nell’applicazione della normativa tributaria, trova il giusto limite nella possibilità che ha la pubblica amministrazione di controllare le scelte operate dallo stesso e nel caso in cui dovesse ritenerle errate, di procedere con un eventuale accertamento propedeutico alla riscossione coattiva.
In merito alla forma giuridica del soggetto passivo di imposta distinguiamo due categorie “certe” di contribuenti costituite dalle persone fisiche, da un lato e dalle persone dotate di personalità giuridica dall’altro.
Casi di più difficile definizione in merito alla soggettività tributaria, se così può definirsi la possibilità di qualificarsi come autonomo punto di riferimento di obblighi tributari, ricorrono nel caso di enti senza personalità giuridica. Sebbene l’art. 87 del TUIR assoggetta ad imposizione anche le associazioni non riconosciute, la dottrina prima di giungere a tale considerazione ha dovuto riconsiderare la differenza di trattamento prevista tra un soggetto dotato di soggettività di diritto civile rispetto ad un altro dotato di soggettività tributaria. E lo ha fatto conferendo anche a quegli enti sprovvisti di personalità giuridica, in diritto civile, diritti ed obblighi. Così come per le società di fatto ha preferito applicare la stessa disciplina prevista per le società di persone.
Sebbene i soggetti coinvolti nell’applicazione delle imposte siano tendenzialmente due, pubblica amministrazione da un lato e contribuente dall’altro, vi sono dei casi in cui è la stessa pubblica amministrazione a delegare ad un terzo soggetto il compimento di una serie di operazioni quali ad. es. la riscossione delle imposte. Per definizione uno dei soggetti investito del dovere-potere di riscossione delle imposte è il sostituto di imposta. Lo stesso ha il compito di trattenere per conto dello Stato determinate somme di denaro che poi provvederà a versare allo stesso entro dei termini prestabiliti dalla legge.
Tali somme, definite come ritenute, si dividono in ritenute di imposta e ritenute d’acconto. Le prime possono essere considerate vere e proprie imposte sostitutive che si applicano su determinati proventi e che esauriscono il prelievo tributario.
L’elemento soggettivo necessario ai fini dell’applicazione della ritenuta d’imposta è costituito dall’erogazione del reddito da parte di determinati soggetti che per legge “meritano” la fiducia del fisco. Tali sono ad. es. le società, le persone fisiche titolari di partita iva, i condomini etc. Le ritenute d’acconto invece costituiscono un prelievo parziale di imposta che costituirà una anticipazione rispetto al totale delle imposte dirette dovute dal sostituito. Così i proventi assoggettati a ritenuta d’acconto concorreranno a formare il reddito imponibile al lordo della ritenuta, che verrà poi detratta dall’imposta a debito del soggetto passivo.
Da tale calcolo potranno verificarsi due distinte situazioni, la prima in cui le somme versate saranno inferiori a quelle dovute e che comporteranno il pagamento di un saldo, la seconda in cui le somme versate a titolo di acconto saranno superiori a quelle dovute a titolo definitivo e che comporteranno il diritto di rimborso delle eccedenze trattenute, o ai sensi del D. lgs. 9 luglio, n. 241, la possibilità di compensarle con evenutali altre imposte, tasse, tributi e contributi a debito.
Ripercorriamo ora i passi fondamentali del sistema di prelievo fiscale basato sulle ritenute di acconto e di imposta: il sostituto deve innanzitutto effettuare la ritenuta erogando al sostituito, in luogo dei proventi lordi, i proventi al netto della ritenuta in questione.
Successivamente il sostituto deve, entro il giorno 16 del mese successivo a quello di effettuazione della ritenuta, versare le somme trattenute all’erario. Il sostituto entro i termini stabiliti devo poi effettuare la dichiarazione dei sostituti di imposta in cui dovrà preoccuparsi di elencare tutti i soggetti percettori di compensi assoggettati a ritenuta, tutti i compensi erogati nell’anno precedente a tali soggetti, tutti i versamenti effettuati relativi alle ritenute operate.
Il meccanismo alla base del sistema così determinato è semplice e fondato sull’interesse del sostituto di operare le ritenute per conto dell’erario, atteso che lo stesso può beneficiare del vantaggio finanziario costituito dal trattenimento per un breve lasso di tempo di somme che sarebbero state o del sostituito o dell’erario. Il sostituito dal canto suo non può in sede civile far valere le proprie ragioni chiedendo al sostituto l’erogazione del provento lordo in luogo di quello netto, inficiando il funzionamento del sistema, in quanto l’attuale giurisprudenza lo esclude.
Il tutto va a chiaro vantaggio dell’erario che sull’equilibrio degli interessi in gioco tra i vari soggetti, guadagna la certezza del gettito fiscale.
 

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di Francesco Cossu
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