Economia e finanza / Economia

Commenta Stampa

Sono la causa prima della crisi in corso

Gli imprenditori si lamentano della crisi? Colpa loro


Gli imprenditori si lamentano della crisi? Colpa loro
28/10/2011, 10:10

Sempre più spesso si leggono dichiarazioni degli imprenditori italiani che lamentano i problemi della crisi economica che ci colpisce, che si lamentano di essere costretti a licenziare, che chiedono interventi statali di riduzioni fiscali e di maggiori incentivi e così via. Ma sono lamentele motivate?
Solo in piccola parte. Cioè il discorso vale per quegli imprenditori che hanno un mercato esclusivamente o prevalentemente all'estero, che sono stati realmente colpiti dalla crisi internazionale. Tutti gli altri (ed anche una buona parte degli imprenditori di cui parlavo sopra) se avessero dignità e fossero sinceri, dovrebbero solo ammettere le proprie gravissime colpe. Vediamo perchè.
Innanzitutto, per l'evasione fiscale. E' inutile girarci intorno: con le modifiche fatte dall'apposita legge nell'ottobre 2001, è stata stabilita la impunibilità di chi evade meno di una certa percentuale del fatturato. Per cui, quanto più una azienda è grande, tanto più può evadere impunemente. Certo, in teoria ci sono i controlli della Guardia di Finanza. Ma il fatto che nessuna grossa società negli ultimi 10 anni abbia subito un controllo approfondito, la dice lunga. Allora, dato che le categorie degli imprenditori, degli artigiani e dei liberi professionisti creano un buco di bilancio di 120 miliardi l'anno, di che si lamentano? Se avessero pagato le tasse e le pagassero tuttora, come i lavoratori dipendenti fanno per costrizione legale, con 120 miliardi di euro in più di entrate, lo Stato avrebbe non un deficit di quasi il 4%, come accadrà quest'anno, ma un avanzo del 4%, pari ad un 50-60 miliardi all'anno.
La seconda colpa degli imprenditori riguarda l'abuso che fanno del precariato. Argomento sul quale spesso si chiude la discussione affermando: "C'è la legge, non c'è nulla di male". Oppure, peggio: "Ma all'imprenditore serve flessibilità lavorativa, a seconda delle esigenze del mercato". Per carità, entrambe le affermazioni sono vere, ma solo da parte dell'imporenditore. Ma di certo questo non rientra nelle speranze del lavoratore; una situazione di precarietà perenne non aiuta certo il lavoratore a stare sereno. Inoltre, c'è un discorso più generale: ogni volta che un imprenditore licenzia qualcuno o lo assume come precario, mette un freno alla crescita economica. Il perchè è semplice: attualmente l'economia occidentale si basa sulla capacità di vendere beni, anche se superflui o inutili. Ma per poter vendere grandi quantità di beni, serve un mercato che sia disposto ad acquistare e che abbia il denaro per farlo. Un precario è estromesso dal principio. Innanzitutto perchè di solito i contratti precari hanno una remunerazione bassissima (anche 400 o 500 euro al mese), Ma anche se lo stipendio è ai livelli ordinari, resta il fatto che il precario deve risparmiare, perchè non sa quanto durerà il suo contratto, se verrà rinnovato e, in caso contrario, se troverà un altro lavoro. Con tutte queste incertezze, si limiterà a comprare il minimo indispensabile, rallentando il mercato. Certo, se ci sono 100 o 200 mila precari, siamo nella norma. Ma quando ci sono 5 milioni di precari su 25 milioni di persone impegnate nel mondo del lavoro, è chiaro che è l'equivalente di una gigantesca palla di ferro legata al piede dell'Italia.
Perchè il problema resta questo: la classe imprenditoriale è contemporaneamente una risorsa ed una dannazione per il Paese. Una risorsa perchè contribuiscono a creare ricchezza; una dannazione perchè vanno tenuti strettamente sotto controllo dallo Stato (almeno in teoria) per evitare che inquini il tessuto economico e sociale. Per fare un paragone sono come le cellule staminali embrionali: se la loro attività viene tenuta sotto controllo, possono risolvere qualsiasi problema medico o quasi; se però il controllo è fallace, si trasformano in un tumore e devastano il corpo umano. Ed è chiaro che, essendo la parte più ricca del Paese, hanno molti contanti per convincere i politici a fare leggi a proprio vantaggio e a corrompere gli incaricati dei controlli.
Quindi, è inutile che gli imprenditori si lamentino: si battano il petto e stringano un gentleman agreement (letteralmente "un accordo tra gentiluomini") per ridurre al minimo l'uso di personale precario e l'abitudine di evadere le tasse. Forse saranno un pelino meno ricchi e dovranno sostituire lo yacht ogni 18 mesi anzichè ogni 12; ma in compenso, avranno un mercato più solido e più affezionato. Per inciso, vorrei ricordare che questo, insieme alla presenza di un solido welfare, è il cardine della gestione della crisi in Germania e nei Paesi Scandinavi, che sono stati i primi ad uscire dalla crisi ed oggi crescono del 3% all'anno.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©