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Gli inutili G8 e G20 sulla crisi


Gli inutili G8 e G20 sulla crisi
27/06/2010, 09:06

Una bella scampagnata - questa volta a Toronto, ma è la stessa cosa ovunque - a spese dei contribuenti del proprio Paese e del Paese ospitante, foto, sorrisi, strette di mano, dichiarazioni roboanti e tanti saluti. Ecco cosa sono le riunioni del G8 e del G20 che hanno per oggetto la crisi economica mondiale. Ma poi nulla di serio, non vengono prese misure per risolvere la crisi e non possono essere prese. Perchè, nonostante su questa crisi si siano espressi tutti gli economisti più famosi del mondo nessuno (da quello che ho potuto trovare io) si è espresso sulle cause della crisi economica; e men che meno è possibile immaginarsi qualcosa da TG e giornali importanti, visto che anche loro, paradossalmente sono parte del problema. Al massimo si è data genericamente la colpa ai mercati internazionali o alle banche, ma sono specchietti per le allodole, come è dimostrato dal fatto che contro i mercati non si sono prese misure e le banche hanno ricevuto vagonate di miliardi di euro dei cittadini per arricchirsi ancora di più. Da quando in qua i colpevoli vengono premiati così tanto?
Perchè la responsabilità di base non è loro. Banche e mercati hanno solo fatto da cassa di risonanza, ma la causa è altrove. Ed è una causa sistemica e legata al capitalismo liberista che tanto amano gli economisti di tutto il mondo. Quindi, se non si cambia il sistema, il problema non si risolve. Vediamo perchè.
Innanzitutto esaminiamo come nasce la crisi. Tutti puntano il dito contro i mutui subprime, cioè mutui fatti a chi non aveva la possibilità di accedere ai mutui a tassi ordinari e sceglievano questi mutui che avevano una rata che progressivamente aumentava nel tempo; ma nessuno si chiede perchè la gente non aveva i soldi per pagarsi un mutuo normale negli Stati Uniti? Perchè qui non parliamo di 100 persone che hanno avuto difficoltà in un mese; parliamo di 800 mila persone che nel giro di 3 mesi hanno perso la casa per non aver pagato il mutuo. E si tratta di tante persone anche per un Paese come gli USA. Questo episodio ha innescato la crisi, portano al fallimento due banche specializzate in mutui, come Fannie Mae e Freddie Mac, che erano considerate solidissime. Ma anche qui nessuno si è interrogato sulle cause di questo crollo.
Il punto è che quando si parla di economia, di crisi economica, di misure per il mercato del lavoro, si guardano le cose solo dal lato dell'azienda. Si valuta qual è lo stipendio ottimale per salvaguardare i conti dell'azienda, si valutano i costi delle materie prime dell'azienda, si valuta il miglior ricarico dei prezzi per l'azienda. Ma si dimentica un dettaglio: che poi i prodotti o i servizi che un'azienda produce devono essere venduti. E quindi ci deve essere una platea di acquirenti che hanno i soldi per acquistare quel prodotto o quel servizio. Immagino a questo punto la reazione: "Va bene, è la fiera delle banalità. E' normale che sia così". Eh, no. Non è normale. Infatti questo ultimo punto è in contrasto con l'interesse immediato dell'impranditore, che vuole pagare poco i propri dipendenti per aumentare i propri profitti. Ma se li paga poco, impedisce loro di acquistare quel prodotto o quel servizio. Ed è così che si crea un circolo vizioso, che alla lunga genera la crisi.
Facciamo un esempio concreto che ci riguarda. Senz'altro tutti avrete seguito la vicenda di Pomigliano d'Arco, con la Fiat che sta imponendo agli operai che lavorano lì una serie di provvedimenti - che violano lo Statuto dei Lavoratori, la legge e in un punto persino la Costituzione - e lasciando come alternativa il licenziamento di massa e la chiusura dello stabilimento. Tralasciamo il metodo, degno di un gangster; tralasciamo l'assoluta ignavia del governo, al quale non importa niente evidentemente di vedere altri 5000 disoccupati; concentriamoci sul lato occupazionale ed economico. Una volta che la Fiat ha abbassato gli stipendi - agli operai non sarebbe neanche permesso protestare, pena il licenziamento - o li ha messi in cassa integrazione, ritiene forse che a Pomigliano e comunque nella Provincia di Napoli si compreranno più automobili? E con quali soldi? Anche perchè verrebbe danneggiato anche l'indotto, con le aziende che forniscono i pezzi alla Fiat che chiudono, licenziano, e diminuisce ulteriormente il reddito disponibile. Non solo, perchè l'effetto è concentrico: meno soldi, meno spese anche in altri settori, come quello dei PC o dei telefonini; si comprerebbero meno abiti, meno scarpe, il mercato immobiliare verrebbe rallentato. E tutte le aziende di questi settori avranno una riduzione dei profitti, che li porterà a ridurre gli stipendi ai loro operai oppure a licenziarli. Come si vede l'effetto è a catena. Purtroppo, visto l'infimo livello qualitativo della classe industriale italiana, abituata da sempre ad arricchirsi con i soldi pubblici e senza mai confrontarsi sul mercato, non c'è da aspettarsi nulla di positivo in questo senso. Ma non sono solo loro che sono così; lo stesso vale anche all'estero. Centinaia di società occidentali hanno accettato di farsi rubare progetti, segreti industriali e brevetti dal governo cinese, pur di avere là delle fabbriche che producono su turni di 12-16 ore con due turni al giorno, pagando gli operai 200-300 euro al mese. E il risultato qual è? Che adesso non hanno un mercato a cui vendere, perchè la gente ha sempre meno soldi da spendere.
La soluzione? La indicò Henry T. Ford, un secolo fa. Quando costruiva le omonime macchine, pagava gli operai il doppio del minimo, fornì loro la possibilità di creare asili nido nelle fabbriche, e così via. Il risutltato fu di avere operai molto motivati, dalla produttività altissima, che compravano volentieri la macchina del loro datore di lavoro, che ne diffondevano il buon nome e che spendevano i soldi nei negozi, creando una economia florida intorno alla fabbrica. Bisogna pagare di più chi lavora, se si vuole combattere la crisi. Immagino l'obiezione: ma facendo così non ci sarebbe più concorrenza con quei paesi come la Cina, l'India o il sud-est asiatico dove i costi per la manodopera sono bassissimi. A parte che la concorrenza non c'è comunque, perchè nessun italiano credo sarebbe disposto a lavorare 12 ore al giorno sette giorni la settimana per 300 euro al mese. Ma al di là di questo, basta effettuare un piccolo spostamento: si prendono i dazi che attualmente gravano sulle deboli economie dei Paesi africani e sudamericani e li spostiamo su questi Paesi. Così otteniamo tanti risultati positivi: costringiamo la Cina a introdurre leggi per la tutela dei lavoratori (meglio quelle dei dazi, se i dazi sono del 400%, come noi li mettiamo sulla argentina); diamo ai Paesi africani la possibilità di svilupparsi autonomamente, interrompendo il flusso di extracomunitari in arrivo da queste parti, senza pagare 5 miliardi alla Libia perchè faccia da boia per conto dell'Italia; e cominciamo a vedere sulle nostre tavole o nei nostri armadi prodotti di qualità che adesso non abbiamo, come la carne argentina, per esempio, che è molto migliore di quella italiana. Ma soprattutto, introducendo questi che io definisco dazi etici (quanto più i lavoratori sono sfruttati con orari lunghi e con stipendi troppo bassi, tanto più devono essere alti i dazi) si annullerebbe la convenienza di certi Paesi a tenere bassi i salari.
Insomma si tratta del normale compito della politica, che deve essere un freno al capitalismo, il quale per sua natura tende a distruggere tutto per far arricchire poche persone. Il modello base è quello del capitalismo scandinavo: alte tasse, ma altissimi servizi per la gente, cosa che riduce la possibilità che ci siano i Bill Gates, gli Abramovich o i Berlusconi; ma in compenso garantisce a tutti un buon tenore di vita

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di Antonio Rispoli
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