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I beni, mobili ed immobili, costituiti in fondo patrimoniale sono aggredibili a mezzo esecuzione esattoriale?


I beni, mobili ed immobili, costituiti in fondo patrimoniale sono aggredibili a mezzo esecuzione esattoriale?
21/05/2010, 08:05

Quesito ricorrente da parte di diverse contribuenti è se in presenza di fondo patrimoniale sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato al fondo stesso o all’iscrizione ipotecaria su tale bene, per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo.
A seguito di un’ampia ricerca si riscontra come trattasi di questione tutt’altro che pacifica, tanto in dottrina, quanto in giurisprudenza. Pertanto è necessario procedere per gradi.
“L’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”. Questo è quanto si limita ad affermare l’art. 170 c.c. in tema di esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale.
In punto di diritto, da un’attenta lettura della disposizione, sembrerebbe dedursi quanto segue. La norma di cui all’art. 170 c.c. fa espresso riferimento ai debiti contratti dai coniugi e, quindi, ad attività negoziali poste in essere dai coniugi nell’ambito della loro autonomia contrattuale. Nel caso di debiti iscritti a ruolo non è di per sé configurabile una loro natura convenzionale, poiché l’obbligazione tributaria è un’obbligazione legale. Vere queste premesse, la conclusione è che le obbligazioni di fonte legale, come quella tributaria, nonché le obbligazioni derivanti da fatto illecito sono escluse dall’ambito di applicazione dell’art. 170 c.c.
Tale interpretazione trova oggi il conforto di alcune pronunce giurisprudenziali di merito (Cfr. Trib. S.Remo, 29 ottobre 2003; Trib. Salerno, 28 ottobre 2003; Trib. Parma, 7 gennaio 1997) dove si afferma che: “La limitazione alla pignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. deve intendersi riferita alle obbligazioni nascenti da contratto e non anche a quelle nascenti da fatto illecito (sorte in capo ad uno solo dei coniugi). La formulazione testuale dell’art. 170 c.c., infatti, nel richiamarsi ad attività poste in essere dai coniugi nell’ambito dell’autonomia contrattuale e nell’indicare l’ulteriore requisito della previa “scientia creditoris” (con riguardo all’estraneità del credito ai bisogni della famiglia), indirizza il limite alla pignorabilità dei beni del fondo patrimoniale alle sole obbligazioni ex contractu” (Trib. S. Remo, 29 ottobre 2003).
Altro argomento a sostegno di questa tesi è dato dal riferimento ai debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. Tale condizione lascia ipotizzare che le obbligazioni di cui si discute presuppongano, a monte, un’attività negoziale. A differenza di quel che accade per le obbligazioni del diritto privato, nulla della disciplina dell’obbligazione tributaria può essere determinato dalla volontà delle parti.
La stessa amministrazione finanziaria, pur dotata di poteri autoritativi, non dispone di discrezionalità: i suoi poteri sono vincolati. In merito, è da condividersi il rilievo per cui “La costituzione del fondo patrimoniale non determina ipso iure la impignorabilità dei beni che ne fanno parte, così sottraendoli all’azione esecutiva, ma occorre una componente di ordine soggettivo, e cioè la conoscenza da parte del creditore che l’obbligazione era contratta per scopi estranei ai bisogni della famiglia. L’onere della prova della conoscenza della estraneità del debito ai bisogni della famiglia grava su chi voglia avvantaggiarsi di tale cognizione e pertanto sui coniugi che l’invocano” (Trib. Parma, 7 gennaio 1997).
Alla luce di questa giurisprudenza, potrebbe perciò affermarsi che: “Quando il credito scaturisca non da contratto, ma (ad esempio) da un fatto illecito, il creditore insoddisfatto può agire in executivis sui beni del debitore, quand’anche siano stati conferiti in fondo patrimoniale, ex art. 170 c.c.” (Trib. Salerno, 28 ottobre 2003).
Detto ciò in via di principio, occorre, tuttavia, prendere atto che è diametralmente opposto l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, laddove chiarisce che: “L’esecuzione sui beni facenti parte del fondo patrimoniale è esperibile anche se trova fondamento in un’obbligazione di tipo non negoziale, non espressamente prevista dall’art. 170 c.c., come quelle di tipo risarcitorio. È, infatti, necessario guardare alla funzione del fondo patrimoniale quale vincolo di destinazione e non alla fonte dell’obbligazione, per determinare l’estraneità o meno ai bisogni familiari di un’obbligazione e di conseguenza l’applicazione della disciplina prevista dall’art. 170 c.c.” (Cass. Civ., 5 luglio 2003, n. 8991).
Tale linea interpretativa è stata in seguito ribadita, precisando che: “In tema di fondo patrimoniale, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo, va ricercato non già nella natura delle obbligazioni (ex contractu o ex delicto), bensì nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse ed i bisogni della famiglia, con la conseguenza che, ove la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio, ancorché consistente in un fatto illecito, abbiano inerenza diretta ad immediata con le esigenze familiari, deve ritenersi operante la regola della piena responsabilità del fondo” (Cass. Civ., 18 luglio 2003, n. 11230).
Le pronunce della Suprema Corte da ultimo riportate testimoniano la chiara propensione di questo giudice a salvaguardare i beni confluiti nel fondo da ogni pretesa creditoria non riconducibile ai bisogni della famiglia. A conferma di tale atteggiamento, la Corte ha statuito che “Con riguardo ai beni conferiti in fondo patrimoniale, l’art. 170 c.c. non limita il divieto di esecuzione forzata ai soli crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti successivamente alla costituzione del fondo. Ne consegue che detto divieto estenda la sua efficacia anche ai crediti sorti prima di tale data, ferma restando in questo caso la possibilità per il creditore di agire in revocatoria ordinaria, qualora ne ricorrano i presupposti, al fine di far dichiarare l’inefficacia nei propri confronti dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale” (Cass. Civ., 9 aprile 1996, n. 3251).
Infatti, in termini generali, il rimedio contro possibili fraudolente costituzioni di beni in fondo patrimoniale viene individuato dal Giudice di legittimità nell’azione revocatoria ordinaria. La Corte specifica che “La costituzione del fondo patrimoniale può essere dichiarata inefficace nei confronti dei creditori a mezzo azione revocatoria ordinaria o fallimentare, in quanto rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni, così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti” (Cass. Civ. 2 settembre 1996, n. 8013).
Per tutto quanto detto, non sembra una forzatura affermare che la Corte di Cassazione ha nella sostanza cercato di “blindare” i beni e i frutti del fondo patrimoniale, non lasciando ampi margini di dialogo in proposito.
Con l’espressione “bisogni della famiglia”, in prima approssimazione, può sicuramente farsi riferimento agli obblighi reciproci di assistenza familiare cui sono tenuti i coniugi ai sensi dell’art. 143 c.c., nonché agli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione della prole cui sono tenuti i genitori ai sensi dell’art. 147 c.c..
A tal riguardo, la Corte di Cassazione precisa che “L’accertamento, relativo alla riconducibilità dei beni alle esigenze della famiglia, costituisce accertamento di fatto, istituzionalmente rimesso al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizio di motivazione” (Cass. Civ., 18 settembre 2001, n. 11683).
Rimettendo al prudente apprezzamento del giudice di merito tale questione di fatto, la Corte non ha affatto escluso, in termini generali, la riconducibilità del credito tributario ai bisogni della famiglia.
Pertanto sul punto, concordando con la migliore dottrina in materia, può sostenersi che i debiti iscritti a ruolo “possono considerarsi, almeno per certi tributi e sotto certi aspetti, inerenti ai bisogni familiari”. Caso tipico in tal senso potrebbe essere la TARSU.
Anche per il Giudice di legittimità il disposto dell’articolo 170 c.c. non deve necessariamente essere inteso in senso restrittivo, come rivolto cioè alla necessità di soddisfare l’indispensabile per i bisogni della famiglia, i bisogni devono comprendere e, di fatto, comprendono anche quelle “esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi”. (Cass. Civ. 1984, n. 134).
L’esclusione delle sole esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi di certo consente l’inclusione, in termini generali, dei crediti tributari tra i debiti sorti per scopi inerenti ai bisogni della famiglia.
In linea di principio può con sicurezza affermarsi che “Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso, anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito” (Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).
Tale interpretazione estensiva, volta ad ampliare il margine di tutela dei creditori, trova conforto nella regola della generale della responsabilità patrimoniale, secondo la quale il debitore risponde dell’adempimento delle sue obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.
Posto, quindi, che il fondo patrimoniale, in quanto patrimonio di destinazione e perciò invulnerabile da una categoria di creditori (quelli a fronte dei debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia), rappresenta una grossa deroga al principio generale stabilito dall’art. 2740 c.c., altri rilievi di ordine sistematico si impongono.
Infatti, se dovesse ritenersi che il fondo sia praticamente inattaccabile da obbligazioni derivanti da fatto illecito, ben potrebbe un coniuge costituire un fondo patrimoniale, comprensivo di tutto il suo patrimonio, e compiere atti illeciti, anche dolosi, persino integranti fattispecie di reato, senza incorrere in nessuna responsabilità civile nei confronti dei terzi.
D’altro canto quando è violata una norma penale impositrice (ossia quando un soggetto si sottrae all’imposizione), risulta violata, al tempo stesso, anche la norma che punisce l’evasione (con sanzione penale o amministrativa).
Avendo, comunque, il Ministero delle finanze, con risoluzione del 17 dicembre 1983, n. 15/10423, ritenuto l’esecuzione esattoriale possibile in ogni caso, il Concessionario non potrà esimersi dall’attenersi alle direttive con la stessa impartita (salvo, ovviamente, il diritto del contribuente ad esperire gli opportuni mezzi di difesa).
Tale affermazione va però bilanciata, all’opposto, dalla considerazione che trattasi di una risoluzione molto risalente, cui, di fatto, si sono succede ben due riforme del sistema di riscossione dei tributi.

Il bilancio che può trarsi non è di certo del tutto positivo, non essendo possibile, alla luce delle ragioni di diritto esposte, affermare con assoluta certezza che in presenza di fondo patrimoniale sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato al fondo stesso o all’iscrizione ipotecaria su tale bene, per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo.
Non sarebbe improbabile che un giudice territoriale riconosca come “La limitazione alla pignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. deve intendersi riferita alle obbligazioni nascenti da contratto e non anche a quelle nascenti da fatto illecito (sorte in capo ad uno solo dei coniugi). La formulazione testuale dell’art. 170 c.c., infatti, nel richiamarsi ad attività poste in essere dai coniugi nell’ambito dell’autonomia contrattuale e nell’indicare l’ulteriore requisito della previa “scientia creditoris” (con riguardo all’estraneità del credito ai bisogni della famiglia), indirizza il limite alla pignorabilità dei beni del fondo patrimoniale alle sole obbligazioni ex contractu” (Trib. S. Remo, 29 ottobre 2003). All’opposto, in Corte di Cassazione, un contribuente vedrebbe accolte le sue ragioni, stante la convinzione del Giudice di legittimità per cui “In tema di fondo patrimoniale, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo, va ricercato non già nella natura delle obbligazioni (ex contractu o ex delicto), bensì nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse ed i bisogni della famiglia” (Cass. Civ., 18 luglio 2003, n. 11230).
Fermo restando che la stessa Corte ha sostenuto che “Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso, anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito” (Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).

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di Francesco Cossu
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