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I conti dello Stato non tornano.


I conti dello Stato non tornano.
24/10/2009, 16:10

 

I CONTI NON TORNANO

di Giovanni De Falco, direttore Ires Campania


 

I paesi europei che nel 2008 hanno registrato il deficit più elevato sono stati Grecia (-7,7%), Irlanda (-7,2%), Romania (-5,5%) e Regno Unito (-5,0%), Finlandia, Danimarca, Lussemburgo, Svezia, Bulgaria, Cipro e Olanda hanno registrato un surplus mentre in Germania c’è stato un pareggio di bilancio.

Per quanto riguarda il debito pubblico, invece, è l’Italia, purtroppo, a detenere la maglia nera collocandosi al primo posto della classifica negativa relativa al deficit per l’anno 2008. Il nostro Paese nel 2008 ha addirittura superato il tetto del 100% che equivale a circa 1 miliardo e 600 milioni.

Si collocano dopo l’Italia la Grecia (99,2%), il Belgio (89,8%), l’Ungheria (72,9%), la Francia (67,4%), il Portogallo (66,3%), la Germania (65,9%), Malta (63,8%) e l’Austria (62.6%). Gli Stati meno indebitati, invece, sono Estonia (4,6%), Lussemburgo (13,5%), Romania (13,6%), Bulgaria (14,1%) e Lituania (15,6%).

La crisi globale che ha colpito il mondo nel 2008 inoltre, ha assestato un altro duro colpo alla finanza pubblica, che si è trovata con meno entrate dovute alla recessione e bassa inflazione, oltre a dover indebitarsi per finanziare provvedimenti anticrisi.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che dal 104% del 2008, si passerà al  116% nel 2012, annullando gran parte degli sforzi fatti dal '92 per diminuire il debito. è come se non ci fossimo mai venduti la Telecom, le Autostrade, parte dell’Enel e dell’Eni. Adesso non abbiamo più molto da dar via, ma ci consoliamo per il fatto di essere in buona compagnia.

Gli altri Paesi, però, si stanno indebitando per salvare il sistema produttivo, mentre noi sudiamo per smaltire un debito pubblico accumulato con gli sperperi degli anni Ottanta, un debito che ci frena sempre di più, ci limita nei movimenti e rende la vita più faticosa alle imprese e alle famiglie. Ma fino a che punto può aumentare il debito pubblico? Questa è una bella domanda.

La crisi finanziaria ed economica “picchia” duro sui conti pubblici del nostro Paese. Gli ultimi dati della Banca d’Italia, resi noti di recente, non lasciano infatti molto spazio alle interpretazioni: dall’inizio dell’anno, secondo quanto rileva l’ultimo Bollettino Statistico di Bankitalia, il debito pubblico, nel periodo da gennaio a maggio del 2009, è cresciuto del 5,4%, ovverosia di quasi 90 miliardi di euro. In particolare, alla fine dello scorso mese di maggio il deficit dello Stato ha raggiunto la nuova quota record di 1.752,2 miliardi di euro, stracciando il precedente record messo a segno ad aprile.

All’orizzonte, intanto, si profila una nuova minaccia: l’aumento dei tassi d’interesse, che inevitabilmente ci sarà. I tassi sono così bassi che non potranno far altro che salire, anche perché tutti i Paesi avanzati stanno chiedendo e chiederanno più soldi in prestito ai mercati finanziari.

Noi italiani, dunque, per sfamare quel bestione del debito che ci portiamo appresso dagli anni ottanta dovremo sborsare sempre di più.

Pollice verso anche per le entrate fiscali, che nei primi cinque mesi del 2009 hanno fatto registrare un calo del 3,2% pari a 134,8 miliardi, contro i 139,3 miliardi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno a causa, principalmente, della pessima congiuntura; in soldoni, questo significa che nelle casse dello Stato, nei primi cinque mesi di quest’anno, sono entrati ben 4,5 miliardi di euro in meno, a conferma di come il nostro Paese, nelle fasi di crescita zero o di contrazione economica, sia tra i più vulnerabili.

Questi dati testimoniano come la recessione abbia tagliato le gambe ai redditi delle famiglie e ai conti delle imprese, senza contare che i crolli in Borsa hanno fatto sparire di colpo gli incassi riscossi in tempi migliori. Mentre l'evasione fiscale rimane lì, come un convitato di pietra.

Oggi la storia ci presenta il conto perché proprio a causa di questo debito sproporzionato l’Italia non può attivare spesa pubblica al pari degli altri Paesi per stimolare l’economia, asfissiata dalla crisi.

Abbiamo, quindi, tanti buoni motivi per abbassare il nostro debito, costi quel che costi, ma la debolezza e l’insipienza della politica economica di questo Governo non troverà, a mio avviso, alcuna via alla soluzione dei problemi del Paese, a dimostrazione di ciò l’uscita dal cilindro del mago Berlusca della progressiva scomparsa dell’Irap accolta con magno gaudio dagli industrialotti italioti e dai peones del Governo (che applaudiscono tutte le cose che non capiscono).

«Non è possibile fare promesse che non si possono mantenere  è impossibile abolirla visto l'ingente gettito che garantisce». Queste le parole di Prodi ad un recente convegno nazionale della Confindustria.

L'Irap così com'è è incompatibile con le direttive europee. Tuttavia, lo stesso Avvocato Generale della Corte Europea afferma che "sarebbe appropriato stabilire una data futura a partire dalla quale l'Italia possa adottare nuove misure".

Che cosa significa? Significa che l'Avvocato Generale riconosce che il sistema fiscale italiano ha bisogno dell'Irap e che occorre dare all'Italia qualche mese di tempo per adeguarsi «non si può immaginare realisticamente che le autorità italiane cambino il loro intero sistema di finanziamento regionale da un giorno all'altro».

Dunque il Presidente del Consiglio dice e non dice, afferma che vuole eliminare l’imposta ma non dice con cosa e come recuperare il gettito.

Visti i precedenti annunci di abolizione e riduzione delle varie imposte e considerati i risultati che hanno penalizzato fortemente famiglie ed imprese non c’è da stare allegri.


 

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di Raffaele Pirozzi
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