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Ecco perchè la Bce è come l'Fmi

I dettami di Bce ed Fmi? Ecco cosa produssero in Asia ed America Latina

Il rovinoso cammino dell'Italia verso il baratro

I dettami di Bce ed Fmi? Ecco cosa produssero in Asia ed America Latina
15/08/2011, 17:08

La rigorosa manovra economica lacrime e sangue approvata e poi ripetutamente ritoccata dal governo di centrodestra, sembra aver lasciato soddisfatti i signori della Bce, la Commissione europea e finanche il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy . Quest’ultimo, in particolare, ha definito “di cruciale importanza non solo per l'Italia ma per tutta l'Eurozona” le misure cogitate dalla maggioranza per raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. Da Bruxelles però sono decisamente incontentabili e così, in data odierna, insieme alle lodi, arriva anche un sentito suggerimento:“Cercare ampio consenso sulle riforme anche per assicurarne la rapida approvazione del Parlamento”.
Insomma: i palazzi economici e politici si dicono felici e soddisfatti, mentre, il resto degli italiani e soprattutto i cosiddetti “piccoli e medi risparmiatori”, sembrano provare sentimenti opposti. Anche gli innumerevoli editoriali e le altrettanto corpose opinioni di numerosi esperti e docenti accademici sono tutte più o meno propense alla bocciatura quasi completa della manovra voluta da Tremonti & Co (o meglio dalla Bce). E allora? Come si spiega questa divergenza di vedute? Prima di dare una risposta che risulta abbastanza ovvia anche ai meno “appassionati” al tema economico-finanziario, lasciate che vi racconti una storia. Una storia risalente agli anni 80 e 90 del secolo scorso che vede come protagonisti diversi stati dell’Est Asiatico e dell’America Latina. Partiamo con ordine: siamo alla fine degli anni 70 e l’Asia, soprattutto con Cina, Indonesia, Singapore, Malaeysia, Thailandia e Corea del Sud, continuava a registrare un alto e confortante trend di crescita del Pil. Un trend unico al mondo che, in alcuni periodi e per alcuni paesi, è arrivato ad una media che non è mai scesa al di sotto del 5-6% (persino in tempi di crisi).
E, tale crescita continua alla quale si registrava una concomitante diminuzione della povertà, è stata resa possibile nonostante la non applicazione dalla teoria economica del Washington Consensus (tanto in voga nei paesi occidentali). Poi, negli anni 80, la nefasta idea di aprire i propri mercati alla libera circolazione dei capitali (provenienti in prevalenza dagli states e “drogati” dalle operazioni speculative). In un primo momento nelle casse degli stati asiatici arrivò una discreta liquidità ma, nel giro di breve tempo, i “capricci” dei mercati esteri provocarono una fortissima crisi in tutti i paesi che si erano lasciati tentare dalle pressione di Fmi e Tesoro degli Stati Uniti.
Risultato? Gli speculatori colpirono il bath thailandese e ne provocarono il crollo nel giro di pochi mesi (era il luglio 1980). Al contempo, le banche estere, pretesero dalla Corea del Sud e dall'Indonesia la restituzione di tutti i prestiti a tassi d'interesse elevato. Tutte le banche centrali dell’Est asiatico furono costrette a spendere miliardi di dollari per non far collassare le valute nazionali. Esaurite tutte le riserve, la regione fu costretta a chiedere aiuto all’Fmi. Ecco: da questo punto in poi fate ancora più attenzione perché troverete senz’altro molti parallelismi con ciò che sta accadendo oggi nel mondo occidentale, in Europa ed in particolare in Italia.
Il Fondo Monetario Internazionale, prima di concedere dei prestiti sottoforma di “aiuti”, pretese dagli stati richiedenti l’attuazione immediata e fattiva di alcune riforme poste come condizione sine qua non per ricevere i "fondi di salvataggio". E indovinate cosa prevedevano tali riforme? Tagli massicci al welfare, privatizzazione selvaggia, liberalizzazione spinta, tagli alla spesa pubblica (istruzione e sanità), aumento della tasse ed incremento dei tassi d’interesse. Un bel salasso che stroncò le già indebolite imprese locali, creò nuova disoccupazione e trasformò la crisi valutaria in endemica crisi bancaria. Da Seul ad Hong Kong, il crollo del settore imprenditoriale e di quello del lavoro fu devastante. Migliaia di imprenditori videro fallire le proprie aziende e, centinaia di migliaia di lavoratori, furono costretti a tornare nelle campagne, a emigrare o a reinventarsi venditori ambulanti.
La “ricetta” dell’Fmi produsse danni ancora più profondi in America Latina. Paesi come Costa Rica, Argentina, Messico e soprattutto Brasile erano riusciti a trovare una buona continuità nella crescita economica grazie a politiche economiche meno efficaci di quelle asiatiche ma comunque lontane dalle teorie del Washington Consesus. Quando però anche i latinoamericani aprirono i propri mercati ai capitali stranieri e richiesero ingenti prestiti alle banche americane, si ritrovarono invischiati nella parte peggiore della globalizzazione: la specualzione finanziaria. Impegnati nella lotta all’inflazione, infatti, gli Usa aumentarono i tassi d’interesse (raggiungendo il 20%) e procurarono la nota insolvenza del debito da parte dei paesi dell’America del Sud (Argentina, Messico e Costa Rica in primis).
Anche in quel caso, dopo aver seguito i dettami dell’Fmi per risollevarsi dalla crisi, la situazione socio economica peggiorò lanciando gli stati sudamericani in un periodo che, tra recessione e stagnazione, durò 13 anni. Ma perché? Come mai le riforme “lacrime e sangue” tanto care ad Fmi e Bce producono certi effetti? Per il premio nobel dell’economia ed ex vicepresidente e chief economist della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, la risposta è semplice: il Fondo Moneatrio Internazione ed in generale gli organismi monatari sovranazionali hanno un unico, primario interesse: tutelare i creditori. Tutto il resto, di conseguenza, diviene secondario o comunque finalizzato alla creazione nel più breve tempo possibile di nuove riserve economiche per pagare il debito accumulato (spesso a causa di creditori fraudolenti). In tal senso, le popolazioni vengono costrette ad enormi sacrifici e ridotte in miseria. Una miseria che, il più delle volte, non è comunque abbastanza forte da provocare rivolte e sommosse di larga scala e bastevolmente durature.
Il piano per l’Italia, per la nostra Italia, appare dunque chiaro: tutela, ad ogni costo (sociale), di banche straniere e creditori ed il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2013.
L’aggravante di chi oggi governa il paese e si piega a certi ricatti senza nemmeno tentare di imporre controffensive che non colpiscano sempre e solo i poveri ed i non ricchi, quindi, è rappresentata proprio dagli esempi storici appena citati. Sulla Bce, Mario Draghi e Giulio Tremonti, pende dunque la duplice colpa dell’errore ripetuto e decisamente evitabile. Non è vero che non esiste alternativa a questa manovra. Non è vero che non si poteva fare di meglio e che, la crisi, non permette di pensare alla crescita. Non è vero, soprattutto, che il processo di globalizzazione debba prevedere l’emulazione tout court del modello capitalistico americano. E’ da folli, su un pianeta oramai popolato da oltre 6 miliardi e mezzo di persone (e che entro il 2100 raggiungerà il limite demografico massimo), ostinarsi a ragionare solo in termini di incremento infinito della “produttività” e della “competitività”; riducendo per permettere tale crescita i salari, le ore di riposo, le festività, le detrazioni fiscali, i diritti dei lavoratori ed ogni forma di vita alternativa al materialismo ossessivo.

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di Germano Milite
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