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I titoli azionari delle società


I titoli azionari delle società
21/04/2009, 11:04

Le azioni rappresentano la partecipazione del socio al capitale sociale e la sua posizione contrattuale nella società. Il capitale sociale sottoscritto è diviso in un determinato numero di azioni di identico ammontare, ciascuna delle quali attribuisce i medesimi diritti nella società e verso la società.
La singola azione è indivisibile perché rappresenta una unità minima di partecipazione al capitale sociale e l’unità di misura dei diritti sociali. Seguendo il principio della indivisibilità, il codice civile disciplina, all’art. 2347, la nomina di un rappresentante comune per l’esercizio dei diritti verso la società, nel caso vi fosse una pluralità di soggetti titolari di una unica azione. Se i titolari dell’unica azione non provvedono alla nomina del rappresentante comune, le comunicazioni e le dichiarazioni della società possono essere indirizzate ad uno dei comproprietari ed avere efficacia nei confronti di tutti gli altri. I comproprietari dell’azione rispondono solidalmente delle obbligazioni da essa derivanti.
In base al disposto dell’art. 2348 c.c., le azioni devono essere tutte di uguale valore e conferiscono medesimi diritti ai loro possessori.
Il valore nominale delle azioni è la frazione del capitale sociale espressa in cifra monetaria. L’art. 2346, secondo comma, c.c., disciplina l’emissione di azioni prive dell’indicazione del valore nominale, se dal titolo si evince agevolmente che ciascuna azione corrisponde ad una frazione del capitale sociale. Non è consentita l’emissione contestuale di azioni con e senza valore nominale.
Nell’ipotesi di assenza dell’indicazione del valore nominale delle azioni, non sarà necessario provvedere a modifiche materiali sui titoli, se varia la proporzione rispetto al capitale sociale. Infatti, in tal caso,  nello statuto deve essere indicato solo il capitale sottoscritto e il numero delle azioni emesse, in considerazione del fatto che le azioni senza l’indicazione del valore nominale, rappresentano identiche frazioni del capitale sociale e la partecipazione al capitale del singolo azionista è rappresentata da una percentuale del numero complessivo delle azioni emesse.
In base a quanto stabilito dall’art. 2346, terzo comma , alle azioni prive del valore nominale, le disposizioni che ad esso si riferiscono, si applicano con riguardo al loro numero in rapporto al totale delle azioni emesse.
A ogni socio è assegnato un numero di azioni in proporzione al capitale sociale sottoscritto e non può essere assegnato un valore maggiore rispetto a quello dell’apporto del conferimento. Le parti, però, possono prevedere nell’atto costitutivo una diversa assegnazione delle azioni. 
Nello statuto sociale, cioè, possono essere contemplate diverse modalità di assegnazione delle azioni, che possono anche non rispettare il principio di proporzionalità. Lo statuto può prevedere che un socio riceva meno azioni rispetto a quanto abbia conferito, mentre un altro socio ne riceve in misura maggiore rispetto al proprio conferimento.
Il valore complessivo dei conferimenti non può mai essere inferiore all’ammontare globale del capitale sociale. Le azioni non possono essere complessivamente emesse per somma inferiore al loro valore nominale.
È comunque ammessa l’emissione con sovrapprezzo, cioè essere collocate ad un prezzo superiore al loro valore nominale.
Il valore reale delle azioni, pari al valore risultante dal rapporto tra il patrimonio netto della società ed il numero delle azioni, è un concetto ben diverso dal valore nominale delle azioni.
Il valore di mercato delle azioni è il corrispettivo che si è disposti a pagare per effettuare gli scambi delle azioni in una data definita; tale corrispettivo non necessariamente coincide con il valore patrimoniale, in quel determinato periodo, della società, poiché tiene conto anche di fattori esterni di mercato e di fattori economici interni e futuri della società.
Le azioni costituiscono partecipazioni sociali ed attribuiscono ai loro titolari un complesso unitario di diritti e poteri di natura amministrativa (diritto di intervento e di voto in assemblea, diritto di impugnare le delibere assembleari invalide), di natura patrimoniale (diritto agli utili, diritto alla quota di liquidazione), ed anche a contenuto complesso amministrativo e patrimoniale (diritto di opzione, diritto di recesso, diritto dell’assegnazione di azioni gratuite).
Le azioni, in base a quanto stabilito dall’art. 2348, comma 1 c.c., oltre ad essere di eguale valore, devono conferire, ai loro possessori, i medesimi  diritti.
Tuttavia il codice civile, all’art. 2348 c.c., disciplina anche la possibilità di creazione di categorie di azioni fornite di diritti diversi.
L’azionista può esercitare alcuni diritti indipendentemente dal numero di azioni possedute, ma i diritti più significativi spettano in proporzione al numero di azioni possedute.
Il codice civile prevede nel medesimo articolo la possibilità di creare determinate categorie di azioni fornite di diritti non necessariamente uguali a quelli delle azioni ordinarie. Tale disuguaglianza può essere prevista sia attraverso lo statuto, al momento della costituzione della società, sia mediante una modifica successiva dello stesso statuto.
Il contenuto delle azioni delle diverse categorie può essere determinato liberamente dalla società, rispettando sempre i limiti imposti dalla legge, e può essere anche previsto un diverso criterio di partecipazione alle perdite.
Le azioni con contenuto diverso e che forniscono diritti diversi, rientrano nella fattispecie delle azioni speciali che si collocano in contrapposizione alle azioni ordinarie.
Le azioni speciali, appartenenti ad una categoria omogenea, conferiscono i medesimi diritti a tutte le azioni appartenenti a quella determinata categoria.
La previsione di categorie speciali di azioni comporta anche la necessità di prevedere la presenza di gruppi diversi di azionisti con interessi divergenti tra loro.
Se esistono categorie di azioni con interessi non coincidenti, l’art. 2376 c.c. stabilisce che le deliberazioni dell’assemblea generale dei soci, che pregiudichino i diritti di una categoria di azioni speciali, devono seguire una doppia approvazione: quella dei soci ordinari e quella dei soci della categoria interessata.
I diritti speciali di categoria sono diritti di gruppo e non diritti individuali.
È espressamente previsto dall’art. 2351, quarto comma c.c., il divieto di emettere azioni a voto plurimo: si tratta di azioni che attribuiscono ciascuna più di un voto.
Lo statuto delle società, salvo quanto previsto dalle leggi speciali, può invece prevedere la creazione di azioni, il cui valore non può superare complessivamente la metà del capitale sociale, in relazione alle quali:
- non sia incluso il diritto di voto;
- il diritto di voto sia limitato a particolari argomenti;
- il diritto di voto sia subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative.
Per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, invece, lo statuto può prevedere che, in relazione alle azioni possedute da uno stesso soggetto:
- il diritto di voto sia limitato ad una misura massima (ad esempio fino al 10% del capitale posseduto ogni azione attribuisce un voto, mentre per l’eccedenza non è riconosciuto diritto di voto);
- sia introdotto un sistema di scaglionamento (il c.d. voto scalare, ad esempio fino al 10% del capitale spetta un voto per azione, dal 10% al 20%, un voto ogni due azioni; dal 20% al 30%, un voto ogni tre azioni e così via).
Ogni azione attribuisce proporzionalmente il diritto ad una parte degli utili netti e del patrimonio netto risultante dalla liquidazione, salvi i diritti stabiliti a favore di categorie speciali di azioni.
Particolare attenzione va posta alle azioni privilegiate. Esse attribuiscono ai loro titolari un diritto di preferenza nella distribuzione degli utili. Tale preferenza può essere prevista anche nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società. Nessuna disciplina specifica è comunque dettata relativamente alla natura ed alla misura del privilegio.
In tal modo, la società può liberamente definire il contenuto patrimoniale delle azioni privilegiate.
È consentita, al secondo comma dell’art. 2350 c.c., l’emissione di azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attività sociale di un determinato settore, anche senza dare vita a patrimoni separati destinati ad uno specifico affare (“azioni correlate”). Lo statuto, in tale caso, deve stabilire i criteri di individuazione dei costi e dei ricavi imputabili al settore, le modalità di rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni, nonché le eventuali condizioni e modalità di conversione in azioni di altra categoria.
Non possono essere corrisposti dividendi in misura superiore agli utili risultanti dal bilancio della società.
Altre azioni speciali particolarmente importanti sono le azioni di risparmio. Tali titoli tengono conto del disinteresse degli investitori per l’esercizio dei diritti amministrativi e del maggiore peso attribuito al contenuto patrimoniale ed alla redditività dei titoli azionari.
Le azioni di risparmio possono essere emesse unicamente da società le cui azioni ordinarie sono quotate in mercati regolamentati italiani o di altri paesi dell’Unione Europea. Il loro valore complessivo non può essere superiore, unitamente alle azioni a voto limitato, alla metà del capitale sociale.
Le azioni di risparmio, come stabilito dagli artt. 145-147 t.u.f., non contengono il diritto di voto né nelle assemblee ordinarie, né per le assemblee straordinarie. La differenza con le azioni senza voto emesse dalle società non quotate risiede nel fatto che le azioni di risparmio devono essere obbligatoriamente dotate di privilegi di natura patrimoniale. Agli azionisti di risparmio, quindi, non deve essere riconosciuto il diritto di intervento in assemblea ed il diritto di impugnare le delibere assembleari invalide.
Le azioni di risparmio possono essere emesse al portatore e possono anche contenere il diritto di conversione in azioni ordinarie dopo il trascorrere di un determinato periodo di tempo.
Le azioni di risparmio contengo particolari privilegi di natura patrimoniale. L’atto costitutivo determina il contenuto di tali privilegi indicando per il loro esercizio:
- le condizioni;
- i limiti;
- le modalità;
- i termini.
La disciplina delle azioni comporta la previsione di una particolare organizzazione di gruppo volta alla tutela degli interessi comuni. Tale organizzazione si articola nell’assemblea speciale e nel rappresentante comune.
La nomina del rappresentante comune avviene in base ad un accordo tra i comproprietari di azioni, i quali decidono a maggioranza delle quote, in applicazione della disciplina dettata per la nomina dell’amministratore della comunione dei beni di cui all’art. 1106 c.c.
La nomina del rappresentante comune deve risultare da atto scritto che deve essere conservato presso la sede della società e deve essere oggetto di annotazione sul libro dei soci.
L’assemblea speciale delibera sugli oggetti di interesse comune e, in particolare, sull’approvazione delle delibere dell’assemblea della società che abbiano a oggetto interventi lesivi dei diritti degli azionisti di risparmio e transazioni delle controversie con la società.
Il rappresentante comune degli azionisti di risparmio, può essere anche una persona giuridica autorizzata all’esercizio dei servizi di investimento o una società fiduciaria.
Il rappresentante provvede all’esecuzione delle deliberazioni dell’assemblea e tutela gli interessi comuni degli azionisti di risparmio nei confronti della società.
Per svolgere tale funzione, al rappresentante è riconosciuto il diritto di assistere alle assemblee della società ed, eventualmente, di impugnarne le deliberazioni.
L’art. 2349 c.c., anch’esso riformulato integralmente nel suo contenuto, prevede l’assegnazione di utili ai lavoratori dipendenti delle società o di società controllate attraverso l’emissione per un ammontare corrispondente ai medesimi utili, di categorie speciali di azioni destinate all’assegnazione gratuita individuale ai singoli lavoratori. Al momento dell’emissione di tali categorie di azioni, la società deve fissare le norme particolari che disciplinano, non solo la forma ed il modo di trasferimento delle azioni, ma anche i diritti spettanti ad ogni azionista.
L’assemblea straordinaria chiamata a decidere sull’emissione delle azioni a favore dei dipendenti, deve anche deliberare il contestuale aumento di capitale sociale in misura corrispondente.
La società, secondo quando disposto dall’ottavo comma dell’art. 2441 c.c. e dal terzo comma dell’art. 134 t.u.f.,  può anche escludere ovvero limitare il diritto di opzione degli azionisti sulle azioni a pagamento di nuova emissione, per offrire le stesse in sottoscrizione ai dipendenti della società o di società controllate o controllanti.
L’assemblea straordinaria, inoltre, può anche deliberare sull’assegnazione ai propri dipendenti o ai dipendenti di società controllate di strumenti finanziari partecipativi, di natura diversa da quelle delle azioni.
Gli strumenti finanziari emessi a favore dei dipendenti sono forniti, secondo quanto previsto dal secondo comma dell’art. 2349 c.c., sia di diritti patrimoniali che di diritti amministrativi, con l’unica eccezione del diritto di voto nelle assemblee generali degli azionisti ordinari. In tal caso possono essere previste norme particolari per l’esercizio dei diritti attribuiti, alla possibilità di trasferimento ed alle eventuali cause di decadenza o di riscatto.
Dalle azioni, anche di categoria speciale, vanno tenuti distinti gli strumenti finanziari partecipativi. A differenza delle azioni, gli strumenti finanziari partecipativi, espressamente ammessi dall’art. 2346 c.c., pur forniti di determinati diritti amministrativi e patrimoniali, non possono essere imputati a capitale. A differenza delle obbligazioni, invece, la tempistica e l’entità del rimborso sono, normalmente, legate all’andamento della gestione sociale.
Gli strumenti finanziari si distinguono in partecipativi e in non partecipativi, rispetto al rischio di impresa. Se lo strumento comporta la piena partecipazione al rischio economico di impresa, il titolo è assimilabile a quelli azionari. Viceversa, se il titolo non è sotteso all’attività aziendale, lo strumento rientra nel circuito del capitale di prestito ed è assimilabile ad un titolo di debito.
Gli strumenti finanziari partecipativi, a seguito dei quali si configurano conferimenti non imputabili a capitale, ma a patrimonio, possono anche avere ad oggetto prestazioni d’opera o di servizi. Possono anche essere ammessi apporti di beni futuri ovvero apporti che producono solo effetti obbligatori. Tale disciplina è ammessa in considerazione dell’irrilevanza del rischio del mancato adempimento.
Per tali motivi, gli strumenti finanziari partecipativi non attribuiscono la qualità di azionista e presentano ampia elasticità relativamente ai diritti propri delle azioni che possono essere loro riconosciuti.
I possessori di strumenti finanziari non possono esercitare il diritto di voto nelle assemblee generali degli azionisti, tranne che su argomenti specificamente indicati; inoltre lo statuto stabilisce le modalità per la nomina di un componente indipendente del consiglio di amministrazione o del consiglio di sorveglianza o di un sindaco.
Il codice civile precede all’art. 2364 due fondamentali tipologie di azioni: nominative ed al portatore. Non possono essere emessi titoli al portatore se le azioni non sono interamente liberate. Attualmente, tuttavia, il R.D. 239/1942 esclude la possibilità di emettere azioni al portatore. Fanno eccezione le azioni di risparmio. I titoli azionari devono contenere una serie di indicazioni:
1) la denominazione e la sede della società;
2) la data dell’atto  costitutivo e della sua iscrizione e l’ufficio del registro delle imprese dove la società è iscritta;
3) il loro valore nominale o, se si tratta di azioni prive del valore nominale, il numero totale delle azioni emesse e l’ammontare del capitale sociale;
4) il totale dei versamenti parziali sulle azioni non liberate interamente;
1) i diritti e gli obblighi particolari legati alle azioni.
  I titoli azionari devono essere sottoscritti da uno degli amministratori anche attraverso la riproduzione meccanografica della firma.
Tali norme devono essere seguite anche nell’ipotesi in cui siano emessi certificati provvisori distribuiti ai soci prima dell’emissione dei titoli definitivi.
Il sistema vigente è sostanzialmente volto alla presenza di sole azioni nominative salvo le azioni di risparmio e quelle emesse dalle Sicav che, purché interamente liberate, possono essere nominative o al portatore a scelta dell’azionista.
Le azioni al portatore si trasferiscono con la consegna del titolo, così come previsto dalle disposizioni del codice civile in tema di titoli di credito al portatore.
Diversa è invece la disciplina per il trasferimento delle azioni nominative. Il trasferimento, in tal caso, avviene attraverso girata autenticata da un notaio ovvero da altro soggetto secondo quanto previsto dalle leggi speciali. Il giratario, che può provare di essere il possessore del titolo in base ad una serie di girate, ha diritto ad essere annotato nel libro dei soci ed in tal modo è legittimato ad esercitare i relativi diritti sociali legati all’azione. La società deve aggiornare il libro dei soci.
Le azioni possono essere costituite in usufrutto o in pegno e possono inoltre formare oggetto di misure cautelari ed esecutive (sequestro conservativo o giudiziario, pignoramento).
L’art. 2352 c.c. disciplina, per certi versi confermando, per altri innovando, l’ipotesi di pegno, usufrutto e sequestro di azioni.
Salvo patto contrario tra le parti, nei casi di usufrutto ovvero di pegno delle azioni, al creditore pignoratizio ed all’usufruttuario spetta l’esercizio del diritto di voto; tale diritto spetta al custode nell’ipotesi in cui le azioni fossero poste sotto sequestro.
Se le azioni attribuiscono un diritto di opzione, questo deve essere esercitato dal socio ed allo stesso socio sono attribuite le azioni in base all’esercizio dell’opzione.
Qualora, però, il socio non provveda almeno tre giorni prima della scadenza al versamento delle somme necessarie per l’esercizio del diritto di opzione, tale diritto viene offerto agli altri soci. Se costoro non intendono acquistarlo, il diritto di opzione deve essere alienato per conto del socio che non ha esercitato il diritto di opzione oppure a mezzo banca od intermediario autorizzato alla negoziazione dei titoli nei mercati regolamentati.
Nel caso di aumento di capitale sociale, avvenuto attraverso il passaggio di riserve a capitale, il pegno, l’usufrutto o il sequestro si estendono anche alle azioni di nuova emissione.
  L’art. 2352, quarto comma, c.c. dispone ancora che, se sono richiesti versamenti sulle azioni, nel caso di pegno, il socio deve provvedere al versamento delle somme necessarie almeno tre giorni prima della scadenza. Se il socio non esegue i versamenti dovuti, il creditore pignoratizio può vendere le azioni a mezzo banca o intermediario autorizzato alla negoziazione dei titoli nei mercati regolamentati.
  Nel caso di usufrutto, invece, l’usufruttuario deve provvedere al versamento, salvo far valere il suo diritto alla restituzione al termine dell’usufrutto.
  Se l’usufrutto spetta ad una pluralità di persone, i diritti legati all’azione non possono essere esercitati da tutti gli usufruttuari, ma si deve provvedere alla nomina di un rappresentate comune.
  Il titolo costitutivo del pegno o dell’usufrutto stabilisce a chi spettano i diritti diversi, se il titolo non contiene alcuna precisazione, i diritti diversi da quelli di voto, agli utili e di opzione spettano tanto al socio, quanto al creditore pignoratizio ovvero all’usufruttuario, in caso, invece, di sequestro dei titoli, la competenza risulta essere esclusiva del custode sequestratario.
Le azioni sono in linea generale liberamente trasferibili. Tale libertà, però, può essere talvolta esclusa ovvero limitata. Il codice civile, infatti, all’art. 2343, terzo comma, pone il divieto di alienazione per le azioni liberate mediante conferimenti che non siano in denaro, antecedentemente il controllo della valutazione e per le azioni con prestazioni accessorie prive del consenso da parte del consiglio di amministrazione, così come stabilisce il comma 2 dell’art. 2345.
Lo statuto può prevedere particolari condizioni al trasferimento di azioni nominative o nel caso di mancata emissione di titoli azionari, oppure può prevedere il divieto al trasferimento, per un periodo non superiore a cinque anni dalla costituzione della società oppure dal medesimo momento in cui è stato imposto il divieto.
Lo statuto può prevedere determinate clausole che subordinano il trasferimento dei titoli azionari al mero gradimento degli organi sociali o di altri, solo nell’ipotesi in cui sia previsto l’obbligo di acquisto da parte della società o degli altri soci ovvero il diritto di recesso dell’alienante, restando sempre ferme le limitazioni, per la società, di acquisto di azioni proprie come stabilito dall’art. 2357 c.c.
Il quarto comma dell’art. 2355-bis assoggetta alla medesima disciplina tutte le clausole che sottopongono a particolari condizioni il trasferimento delle azioni a causa di morte, salvo che sia previsto il gradimento e questo sia concesso
Il valore dell’acquisto ovvero della quota di liquidazione devono essere determinati seguendo i criteri stabiliti dall’art. 2437-ter c.c., ovverosia tenuto conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell’eventuale valore di mercato delle azioni. La dottrina aziendalistica ritiene a tal fine corretto l’utilizzo del metodo.
Lo statuto può prevedere particolari condizioni per il trasferimento delle azioni nominative anche a causa di morte. Anche in tal caso lo statuto può stabilire il divieto assoluto della circolazione delle azioni, per un periodo non superiore a cinque anni dalla costituzione della società o dal momento in cui il divieto viene introdotto.
Oltre ai limiti legali della circolazione delle azioni, sono previsti determinati limiti convenzionali.  Tali limiti sono determinati sulla base di accordi intercorsi fra i soci e possono essere distinti a seconda che risultino essere di carattere statutario, cioè si evincono dall’atto costitutivo della società, ovvero sono il risultano di accordi non inseriti nell’atto costitutivo, ma che producono effetti tra le parti aderenti (patti parasociali).
Costituiscono limiti alla circolazione delle azioni, risultanti da patti parasociali,  i sindacati di blocco con scopo di evitare l’ingresso in società di terzi non graditi.
I sindacati di blocco vincolano unicamente le parti contraenti (efficacia obbligatoria). La violazione del rispetto di un patto non comporta pertanto l’invalidità dell’alienazione o comunque della cessione delle azioni, con la conseguenza che la società non è in condizione di rifiutare l’iscrizione del socio subentrante nel libro dei soci, ma più semplicemente impone  all’inadempiente il risarcimento dei danni nei confronti degli altri soci appartenenti al patto.
Le limitazioni alla circolazione vincolano tutti i soci, presenti e futuri.
Non sono previste formulazioni precise per determinare le clausole di limitazione alla circolazione delle azioni, tra queste esaminiamo le più comuni.
a) Clausole di prelazione. Esse impongono al socio di offrire preventivamente agli altri soci le azioni che intende alienare preventivamente e di preferire questi agli altri offerenti a parità di condizioni.
Attraverso le clausole di prelazione si impedisce l’ingresso in società di soci non graditi e, nel contempo, si concede la possibilità all’azionista di uscire e realizzare il valore economico della sua partecipazione. Se il socio viola il contenuto del patto di preferenza, è prevista l’inefficacia del trasferimento sia nei confronti della società, sia nei confronti dei soci beneficiari del diritto di prelazione.
b)Clausole di gradimento. Si tratta di clausole che subordinano l’efficacia del trasferimento al consenso di un organo sociale o di alcuni soci o di terzi. Qualora non vengano individuati criteri ovvero requisiti, in base ai quali il trasferimento è concesso, la clausola è di “mero gradimento”. L’art. 2355-bis consente l’inserimento nell’atto costitutivo di clausole che subordinano il trasferimento delle azioni, anche a causa di morte, al mero gradimento di organi sociali o di altri soci a condizione che sia previsto, in caso di rifiuto del gradimento, un obbligo a carico della società o degli altri soci di acquisto, oppure il diritto di recesso dell’alienante.
Per la determinazione del corrispettivo dell’acquisto o della quota di liquidazione si applica la medesima disciplina dettata per il recesso.
c)Clausole di riscatto. Le clausole di riscatto, introdotte nello statuto, consentono di riscattare le azioni della società dai soci al verificarsi di determinati eventi. Per l’applicazione di tali clausole, bisogna considerare il valore di rimborso delle azioni oggetto del riscatto, determinato adottando le disposizioni dettate per il diritto di recesso dell’azionista.
Le clausole statutarie, limitative della circolazione, possono essere introdotte, modificate ovvero rimosse anche durante il normale esercizio della attività della società. Tale inserimento, modifica ovvero rimozione, devono essere deliberati dall’assemblea straordinaria, riconoscendo, salvo diversa previsione dello statuto, il diritto di recesso ai soci che risultano essere estranei all’approvazione della delibera.
La società, in nessun caso, può sottoscrivere proprie azioni, ma può acquistarne solo se interamente liberate e solamente nei limiti degli utili distribuibili e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato regolarmente.
L’acquisto può essere effettuato solo dopo delibera autorizzativa da parte dell’assemblea. Attraverso tale delibera l’assemblea fissa le modalità di acquisto indicando:
- il numero massimo di azioni da acquistare;
- la durata per la quale l’autorizzazione è accordata (massimo diciotto mesi);
- il prezzo minimo e quello massimo.
Il valore nominale delle azioni acquistate a titolo gratuito può eccedere la decima parte del capitale della società, tenuto conto anche delle azioni possedute da società controllate; tali azioni devono essere alienate entro tre anni.
Le azioni acquistate in violazione di quanto sopra devono essere alienate entro un anno dal loro acquisto, secondo modalità stabilite dall’assemblea. Se tale alienazione non dovesse avere luogo, si dovrà procedere senza indugio al loro annullamento ed alla corrispondente riduzione del capitale sociale.
Se l’assemblea non dovesse provvede alla riduzione del capitale, gli amministratori ed i sindaci devono farne richiesta al tribunale secondo quanto previsto dal procedimento relativo alla riduzione del capitale per perdite come previsto dal secondo comma dell’art. 2446 c.c.
Le medesime disposizioni valgono anche per gli acquisti effettuati per il tramite di società fiduciarie ovvero per interposta persona.
Tali limiti trovano, però, all’art. 2357-bis c.c., quattro eccezioni, quando:
1. l’acquisto delle azioni proprie avviene in esecuzione di una delibera assembleare di riduzione del capitale attraverso il riscatto e l’annullamento delle azioni;
2. l’acquisto avviene a titolo gratuito, sempre che si tratti di azioni interamente liberate;
3. l’acquisto avviene per effetto di una fusione, scissione oppure per una successione universale;
4. l’acquisto avviene in occasione di una esecuzione forzata al fine del soddisfacimento per un credito della società, sempre che si tratti di azioni interamente liberate.
L’art. 2357-quater c.c. prevede il divieto assoluto della sottoscrizione, da parte della società, di azioni proprie (fa eccezione l’ipotesi di esercizio dell’opzione da parte delle società di cui al secondo comma dell’art. 2357-ter).
Tale divieto opera:
- in fase di costituzione della società;
- in sede di aumento del capitale sociale;
- se la sottoscrizione è compiuta in nome della società;
- se è compiuta da terzi in nome proprio, ma per conto della società.
La violazione del divieto di autosottoscrizione non comporta la nullità della sottoscrizione, ma le azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai promotori e dai soci fondatori, ovvero, in caso di aumento del capitale, dagli amministratori.
Il secondo comma dell’art. 2357-quater c.c. prevede che, nel caso di sottoscrizione di azioni effettuata in nome proprio, ma per conto della società, colui che ha sottoscritto è considerato a tutti gli effetti sottoscrittore per conto proprio. Inoltre, della liberazione delle azioni rispondono, solidalmente col terzo, anche i promotori e i soci fondatori ovvero, in caso di aumento del capitale sociale, gli amministratori della società, salvo che dimostrino di essere esenti da colpa.
All’art. 2357-ter c.c. è disciplinato il regime delle azioni proprie in possesso della società. Gli amministratori non possono disporre delle azioni senza la preventiva autorizzazione da parte dell’assemblea. Attraverso tale autorizzazione, l’assemblea stabilisce le relative modalità. Gli amministratori possono procedere ad operazioni di acquisto e di vendita nei limiti imposti dalla delibera autorizzativa.
Il diritto di voto è sospeso. Tuttavia, le azioni proprie sono computate nel capitale ai fini del calcolo delle quote richieste per la costituzione e le delibere dell’assemblea. Il diritto agli utili ed il diritto di opzione spettano, in proporzione, alle altre azioni; tuttavia l’assemblea può autorizzare, seguendo le condizioni dettate dall’art. 2357, l’esercizio totale o parziale del diritto di opzione.
La società deve provvedere all’iscrizione nell’attivo del bilancio di una riserva indisponibile pari all’importo delle azioni proprie. Tale riserva deve essere mantenuta per tutta la durata della presenza delle azioni proprie.
La società non può concedere prestiti e non può fornire garanzie per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni proprie.
La società, inoltre, non può accettare azioni proprie in garanzia neppure per tramite di società fiduciarie ovvero per interposta persona.
L’art. 2360 c.c. vieta alle società di costituire o di aumentare il capitale mediante sottoscrizione reciproca di azioni, anche per tramite di società fiduciarie o di interposta persona.
Inoltre, l’art. 2359-quinquies detta la disciplina per la sottoscrizione di azioni o quote della società controllante. In nessun caso la società controllata può sottoscrivere un aumento di capitale deliberato dalla controllante, sia direttamente, sia avvalendosi di terzi.
La violazione di tale divieto comporta l’assegnazione della sottoscrizione delle azioni agli amministratori della società controllata che non dimostrino di essere esenti da colpa e attribuisce il conseguente obbligo di liberare le azioni. In ogni caso, il sottoscrittore in nome proprio, ma per conto della società controllante, è considerato a tutti gli effetti sottoscrittore per conto proprio.
Gli amministratori della società controllata, che non siano in grado di dimostrare di essere esenti da colpa, in base a quanto stabilito dall’ultimo comma dell’art. 2359-quinquies, rispondono solidalmente della liberazione delle azioni o quote.
La sottoscrizione reciproca presenta l’evidente rischio di aumento del capitale nominale non seguito dal contestuale e naturale aumento del capitale reale; l’acquisto reciproco, invece, lascia inalterato il capitale nominale, comportando una riduzione dei rispettivi capitali reali, fino al raggiungimento del completo svuotamento dei rispettivi patrimoni.
L’acquisto reciproco di azioni è possibile senza alcun limite quando fra le due società non intercorre alcun rapporto di controllo ed entrambe non abbiano azioni quotate in mercati regolamentati. Se l’incrocio di azioni avviene fra società controllate e sue controllate, l’acquisto da parte della società controllata, in qualunque modo avvenga, è considerato come effettuato dalla stessa controllante.
  In tale ultima ipotesi, l’incrocio partecipativo, può avvenire solo se le somme impiegate non eccedono l’ammontare degli utili distribuibili e delle riserve disponibili, così come risultano dall’ultimo bilancio della società controllata regolarmente approvato. Inoltre, l’incrocio può prevedere solo l’acquisto di azioni interamente liberate e previa autorizzazione da parte dell’assemblea ordinaria della controllata.
Ultimo limite all’acquisto reciproco impone che il valore nominale delle azioni acquistate non può eccedere il dieci per cento del capitale della società controllante. Nel calcolo devono essere tenute conto anche le azioni o le quote possedute dalla stessa società controllante e dalle altre società da essa controllate e la società controllata non può esercitare il diritto di voto nelle assemblee della controllante.
  Le azioni o quote acquistate in violazione di tali condizioni devono essere alienate dalla società un anno dall’acquisto. La società controllante, se la vendita non avviene, deve procedere senza indugio al loro annullamento ed alla corrispondente riduzione del capitale sociale.
La società controllata ha diritto al rimborso delle azioni annullate, il cui valore è determinato secondo i criteri dettati dall’art. 2347 c.c.
Se gli incroci azionari avvengono tra società di cui almeno una abbia azioni quotate nei mercati regolamentati, nonostante fra le stessa non intercorra un rapporto di controllo, sono previsti solo limiti di carattere quantitativo agli incroci azionari.
Se entrambe le società sono quotate in mercati regolamentati, l’incrocio non può superare il tetto del due per cento del capitale con diritto di voto, ovvero se una sola delle società è quotata, la società quotata può arrivare fino al dieci per cento del capitale della società non quotata, fermo restando il tetto del due per cento per quest’ultima. Nel caso di superamento di tali limiti, scatta l’obbligo di comunicazione delle partecipazioni rilevanti alla società partecipata ed alla Consob.
  Inoltre, se l’acquisto di azioni avviene per un quantitativo superiore alle percentuali massime consentite, la società che ha superato il limite non può esercitare il diritto di voto per le azioni ovvero le quote possedute in eccedenza rispetto alla percentuale consentita e deve vendere l’eccedenza entro un anno.
In caso di mancata vendita, il diritto di voto è sospeso per l’intera partecipazione e quindi anche per la parte che può essere legittimamente posseduta. Nell’ipotesi in cui il voto venga ugualmente esercitato, le delibere adottate mediante il voto determinante di tali azioni sono annullabili e l’impugnazione può essere proposta anche dalla Consob.
 

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di Francesco Cossu
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