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Il concordato fallimentare


Il concordato fallimentare
18/11/2009, 21:11

l concordato fallimentare, disciplinato dagli artt. 124 e ss. l.f., è un accordo tra colui ovvero coloro che lo propone ed i creditori concorsuali.

La proposta di concordato può essere presentata:

a) da uno o più creditori;

b) da un terzo

c) dal fallito;

d) dalla società cui egli partecipi;

e) da società sottoposte a comune controllo;

f) dal curatore.

La proposta di concordato può pervenire anche prima del decreto che rende esecutivo lo stato passivo, purché sia stata tenuta la contabilità ed i dati risultanti da essa e le altre notizie disponibili consentano al curatore di predisporre un elenco provvisorio dei creditori del fallito da sottoporre all'approvazione del giudice delegato.

La proposta presentata nei casi di cui sub c), d) ed f) non può essere presentata se non dopo il decorso di un anno dalla dichiarazione di fallimento e purché non siano decorsi due anni dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo.

Il secondo comma dell’art. 124 l.f., dispone che la proposta può prevedere:

a) la suddivisione dei creditori in classi, secondo posizione giuridica ed interessi economici omogenei; non sono stabiliti i criteri con i quali devono essere suddivise le classi di creditori, se non quella discrezionale verificata dal tribunale;

b) trattamenti differenziati fra creditori appartenenti a classi diverse, indicando le ragioni dei trattamenti differenziati dei medesimi; è evidente che non possono essere previsti trattamenti differenziati per creditori appartenenti alla medesima classe;

c) la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei beni, accollo o altre operazioni straordinarie, ivi compresa l'attribuzione ai creditori, nonché a società da questi partecipate, di azioni, quote ovvero obbligazioni, anche convertibili in azioni o altri strumenti finanziari e titoli di debito.

La proposta può prevedere anche un soddisfacimento percentuale ai creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca. Intendendo così soddisfare non per intero i creditori privilegiati con un limite ben stabilito: se il ricavato della vendita del bene oggetto della garanzia non riesca a coprire l’intero credito, nel concordato fallimentare deve essere proposto un pagamento percentuale il cui ammontare tenga conto dell’effettivo valore di mercato attribuibile ai beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione. La tutela dei creditori privilegiati è garantita da una relazione giurata di professionista in possesso dei requisiti di cui all'art. 67, terzo comma, lett. d) designato dal tribunale.

L’ultimo comma dell’art. 124 l.f. disciplina il contenuto della proposta del concordata avanzata da uno o più creditori. In tale ipotesi, la proposta presentata prevedere la cessione, oltre che dei beni compresi nell'attivo fallimentare, anche delle azioni di pertinenza della massa, purché autorizzate dal giudice delegato, con specifica indicazione dell'oggetto e del fondamento della pretesa.

Il proponente può limitare gli impegni concordatari nei confronti dei creditori ammessi, anche provvisoriamente, al passivo, e di quelli che hanno proposto opposizione allo stato passivo o domanda di ammissione tardiva al tempo della proposta.

Verso gli altri creditori continua a rispondere il fallito, fermo quanto disposto dalla disciplina dettata per l’esdebitazione agli artt. 142 e ss. l.f.

La proposta di concordato è presentata con ricorso al giudice delegato.

Il giudice delegato deve raccogliere il parere al curatore con specifico riferimento ai presumibili risultati della liquidazione ed alle garanzie offerte.

Una volta espletato tale adempimento preliminare, il giudice delegato, acquisito il parere favorevole del comitato dei creditori, valutata la ritualità della proposta, ordina che la stessa, unitamente al parere del curatore e del comitato dei creditori venga comunicata ai creditori, specificando dove possono essere reperiti i dati per la sua valutazione ed informandoli che la mancata risposta sarà considerata come voto favorevole. Nel medesimo provvedimento il giudice delegato fissa un termine non inferiore a venti giorni né superiore a trenta, entro il quale i creditori devono far pervenire nella cancelleria del tribunale eventuali dichiarazioni di dissenso.

Qualora la proposta contenga condizioni differenziate per singole classi di creditori essa, prima di essere comunicata ai creditori, deve essere sottoposta, con i pareri di cui al primo e secondo comma, al giudizio del tribunale che verifica il corretto utilizzo dei criteri di cui all’articolo 124, secondo comma, lettere a) e b) tenendo conto della relazione resa ai sensi dell’articolo 124, terzo comma.

L’ultimo comma dell’art. 125 l.f. prevede che se la società ha emesso obbligazioni o strumenti finanziari oggetto della proposta di concordato, la comunicazione deve essere inviata agli organi che hanno il potere di convocare le rispettive assemblee, affinché possano esprimere il loro eventuale dissenso. In tale ipotesi, il termine concesso ai creditori dal giudice delegato per le loro dichiarazioni di dissenso è prolungato per consentire l’espletamento delle predette assemblee.

Se le comunicazioni sono destinate ad un numero rilevante di destinatari il giudice delegato può autorizzare il curatore a dare notizia della proposta di concordato, anziché con comunicazione ai singoli creditori, mediante pubblicazione del testo integrale della medesima su uno o più quotidiano a diffusione nazionale ovvero a diffusione locale.

L’art. 127 l.f. disciplina la procedura di voto nel concordato. In particolare, hanno diritto di voto sulla proposta di concordato solo i creditori chirografari, a condizione che questi siano stati ammessi al passivo, anche se provvisoriamente e con riserva.

Se invece la proposta è presentata da un creditore o da un terzo prima che lo stato passivo venga reso esecutivo, hanno diritto al voto i creditori che risultano essere inseriti nell'elenco provvisorio predisposto dal curatore e approvato dal giudice delegato.

I creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca sui beni del fallito, ancorché la garanzia sia contestata, non hanno diritto al voto se gli stessi devono essere soddisfatti per l’intero loro credito.

I creditori muniti di privilegio, però, possono partecipare al voto se provvedono alla rinuncia del diritto di prelazione. La rinuncia, in base al secondo comma dell’art. 127 l.f., può essere anche parziale, purché non inferiore alla terza parte dell'intero credito fra capitale ed accessori.

Se i creditori privilegiati, pignoratizi o ipotecari rinunziano, in tutto ovvero in parte, alla prelazione o se la proposta di concordato ne prevede una soddisfazione non integrale, gli stessi, per la parte del credito non coperta dalla garanzia ovvero per la parte residua del credito, devono essere considerati chirografari ai fini del voto.

In particolare, se la rinunzia del privilegio è integrale, il credito è considerato in parte chirografario sia ai fini del voto e sia ai fini del pagamento. Invece, nell’ipotesi di rinunzia parziale, il credito è considerato chirografario solo ai fini del voto per la parte residua del credito.

In base alla disciplina del quinto comma dell’art. 127 l.f., sono esclusi dal voto e dal computo delle maggioranze il coniuge del debitore, i suoi parenti ed affini fino al quarto grado e coloro che sono diventati cessionari o aggiudicatari dei crediti di dette persone da meno di un anno prima della dichiarazione di fallimento.

In base all’art. 128 l.f., il concordato è approvato se riporta il voto favorevole dei creditori che rappresentino la maggioranza dei crediti ammessi al voto.

Ove siano previste diverse classi di creditori, il concordato è approvato se tale maggioranza si verifica inoltre nel maggior numero di classi.

I creditori che non fanno pervenire il loro dissenso nel termine fissato dal giudice delegato si ritengono consenzienti.

La variazione del numero dei creditori ammessi o dell'ammontare dei singoli crediti, che avvenga per effetto di una provvedimento emesso successivamente alla scadenza del termine fissato dal giudice delegato per le votazioni, non influisce sul calcolo della maggioranza.

Il giudizio di omologazione, disciplinato dall’art. 129 l.f., è un giudizio di mera legalità che si rende necessario in quanto obbliga l’intera massa creditoria.

Decorso il termine stabilito per le votazioni, il curatore presenta al giudice delegato una relazione sul loro esito.

Una volta approvata la proposta, il giudice delegato dispone che il curatore ne dia immediata comunicazione al proponente, affinché richieda l’omologazione del concordato, al fallito ed ai creditori dissenzienti e, con decreto da pubblicarsi a norma dell’art. 17, fissa un termine tra i quindici e i trenta giorni affinché possano essere proposte eventuali opposizioni

Le opposizioni possono essere proposte anche da parte di qualsiasi altro interessato, e per il deposito da parte del comitato dei creditori di una relazione motivata col suo parere definitivo; se il comitato non provvede nel termine, la relazione è redatta e depositata dal curatore nei sette giorni successivi.

Se la proposta di concordato è stata presentata dal curatore, la relazione è redatta e depositata dal comitato dei creditori.

Il giudice delegato procede, in modo analogo, in caso di classi, anche quando non sia stato raggiunto il consenso di tutte le classi, ma solo quello della maggioranza dei crediti e delle classi.

Se nel termine fissato non vengono proposte opposizioni, il tribunale, verificata la regolarità della procedura e l'esito della votazione, omologa il concordato con decreto motivato non soggetto a gravame.

Se, invece, sono state proposte opposizioni il tribunale assume i mezzi istruttori richiesti dalle parti o disposti di ufficio, anche delegando uno dei componenti del collegio. Nell’ipotesi di cui al secondo periodo del primo comma dell’articolo 128, se un creditore appartenente ad una classe dissenziente contesta la convenienza della proposta, il tribunale può omologare il concordato qualora ritenga che il credito possa risultare soddisfatto dal concordato in misura non inferiore rispetto alle alternative concretamente praticabili.

Il tribunale provvede con decreto motivato pubblicato a norma dell'art 17.

In base all’art. 130 l.f., la proposta di concordato diventa efficace dal momento in cui scadono i termini per opporsi all'omologazione, o dal momento in cui si esauriscono le impugnazioni previste dall'art. 129 l.f. Si parla di efficacia in quanto il concordato, avendo una chiara natura contrattuale, ha forza di legge tra le parti. In tal modo le parti sono tra di loro vincolate.

Se sono state costituite classi di creditori e solo la maggioranza di queste ha approvato il concordato, il giudizio del tribunale entra nel merito. Tale tipo di controllo, affidato cioè all’autorità giudiziaria, si giustifica in termini di utilità sociale ed economica.

Quando il decreto di omologazione diventa definitivo, il curatore rende conto della gestione ed il tribunale dichiara chiuso il fallimento.

Il decreto del tribunale è reclamabile dinanzi alla corte di appello che pronuncia in camera di consiglio.

I soggetti interessati alla proposizione di un ricorso devono depositare il ricorso presso la cancelleria della corte d'appello nel termine perentorio di trenta giorni dalla notificazione del decreto fatta dalla cancelleria del tribunale.

Esso deve contenere i requisiti prescritti dall’articolo 18, secondo comma, numeri 1), 2), 3) e 4).

Il presidente, nei cinque giorni successivi al deposito del ricorso, designa il relatore, e fissa con decreto l'udienza di comparizione entro sessanta giorni dal deposito del ricorso.

Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato, a cura del reclamante, entro dieci giorni dalla comunicazione del decreto, al curatore e alle altre parti, che si identificano, se non sono reclamanti, nel fallito, nel proponente e negli opponenti.

Tra la data della notificazione e quella dell’udienza deve intercorrere un termine non minore di trenta giorni.

Le parti resistenti devono costituirsi almeno dieci giorni prima della udienza, eleggendo il domicilio nel comune in cui ha sede la corte d’appello.

La costituzione si effettua mediante il deposito in cancelleria di una memoria contenente l’esposizione delle difese in fatto e in diritto, nonché l'indicazione dei mezzi di prova e dei documenti prodotti.

L’intervento di qualunque interessato non può aver luogo oltre il termine stabilito per la costituzione delle parti resistenti, con le modalità per queste previste.

All'udienza, il collegio, sentite le parti, assume, anche d’ufficio, i mezzi di prova, eventualmente delegando un suo componente.

La corte provvede con decreto motivato.

Il decreto è pubblicato a norma dell’articolo 17 e notificato alle parti, a cura della cancelleria, ed è impugnabile con ricorso per cassazione entro trenta giorni dalla notificazione.

In base al disposto dell’art. 135 l.f. il concordato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al fallimento, compresi quelli muniti di ipoteca e di altro diritto di prelazione e quelli che non hanno presentato domanda di ammissione al passivo e il proponente, il debitore, gli eventuali garanti e l’eventuale assuntore.

Tutti i creditori anteriori alla procedura concorsuale, anche se non concorrenti, debbono ricevere il medesimo trattamento e subire la riduzione stabilita nel concordato, nel pagamento del credito.

I creditori anteriori, che già prima del fallimento avevano azione nei confronti di coobbligati, fideiussori o obbligazionisti in via di regresso conservano la loro azione per l'intero credito. Per la parte eccedente la percentuale concordataria possono rivolgersi al coobbligato, al fideiussore o all’obbligato di regresso, mentre costoro non possono rivalersi per quella parte nei confronti del fallito.

L’art. 136 l.f. disciplina le norme relative l’esecuzione del concordato. Gli organi preposti alla procedura fallimentare, il giudice delegato, il curatore e il comitato dei creditori sorvegliano l'adempimento del concordato, secondo le modalità stabilite nel decreto di omologazione.

L’esecuzione del concordato, però, non concerne solo le operazioni di pagamento dei creditori, potendo eventualmente comprendere anche l’attività inerente alla liquidazione dei beni.

Il giudice delegato stabilisce le modalità attraverso le quali devono essere depositate le somme spettanti ai creditori contestati, condizionali o irreperibili.

Il giudice delegato, una volta accertata la completa esecuzione del concordato, ordina con decreto non impugnabile lo svincolo delle cauzioni e la cancellazione delle ipoteche iscritte a garanzia e adotta ogni misura idonea per il conseguimento delle finalità del concordato.

L’art. 137 l.f. disciplina la risoluzione del concordato. La risoluzione è prevista in due specifici casi:

1) nell’ipotesi in cui le garanzie promesse non vengano costituite;

2) nell’ipotesi in cui il proponente non adempie regolarmente gli obblighi derivanti dal concordato.

La risoluzione del concordato non è prevista nell’ipotesi di concordato liberatorio.

La domanda di risoluzione può essere proposta dal curatore, dal comitato dei creditori, da uno o più creditori ovvero dal tribunale d’ufficio.

La risoluzione del concordato è pronunciata dal tribunale, con sentenza, in camera di consiglio, una volta accertata la sussistenza dell’inadempimento.

La sentenza, provvisoriamente esecutiva, determina la riapertura del fallimento, producendo effetti nei confronti di tutti i creditori concordatari.

La sentenza è soggetta a reclamo secondo le disposizioni dettate dall’art. 18.

Il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l'ultimo adempimento previsto nel concordato. I creditori non soddisfatti, decorso l’anno, possono esercitare le azioni esecutive individuali nei confronti del debitore tornato in bonis per pretendere il pagamento dei loro crediti.

Il concordato può anche essere annullato. L’annullamento può essere richiesto, su istanza, del curatore o di qualunque creditore in tre ipotesi particolari:

1) quando si scopre che è stato dolosamente esagerato il passivo;

2) quando è stata sottratta una parte rilevante dell’attivo;

3) quando è stata dissimulata una parte rilevante dell’attivo.

Il ricorso per annullamento è soggetto ad un termine di decadenza: sei mesi dalla scoperta del dolo e due anni dalla scadenza dell’ultimo adempimento previsto per il concordato.

La sentenza di riapertura della procedura fallimentare comporta la produzione di determinati effetti riconducibili agli artt. 122 e 123 l.f. relativi al concorso dei vecchi e nuovi creditori e gli effetti sugli atti pregiudizievoli ai creditori.

In particolare, le azioni revocatorie iniziate prima del concordato e interrotte per effetto dello stesso concordato, possono essere ora riproposte. Possono essere riposte nuove azioni revocatorie, sia volte ad impugnare atti compiuti dopo la chiusura del fallimento, sia volte ad impugnare atti compiuti prima della dichiarazione di fallimento.

Inoltre, i creditori anteriori conservano le garanzie per le somme fino ad allora ancora dovute in base al concordato risolto ovvero annullato e non sono tenuti a restituire quanto hanno già riscosso e concorrono per l’importo del credito iniziale, detratta la parte riscossa in parziale esecuzione del concordato.

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di Francesco Cossu
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